Anche l’operaio vuole il figlio abbronzato

da chordatanimalia

 

Ci sono, sì. Me li ricordo, i codici. Oh, come sei abbronzata!Non so perché, ma sento invidia e odio in questa frase. Come sei abbronzata. Mi dai dello spada?
La gente, in inverno, non dovrebbe essere abbronzata. Non è sano.Una volta, tempo fa, a partire da Ottobre dell’abbronzatura rimanevano poche tracce sotto i vestiti: il segno più chiaro degli slip, il cinturino dell’orologio. Tu sapevi che era come te, chi ti stava di fronte: uno stipendio normale, due settimane di ferie in Liguria, la pizza sul lungomare.D’inverno, appena cadeva la neve, chi aveva più di un normale stipendio si presentava con il segno degli occhiali, il naso abbrustolito. Sapevi che dire, sapevi che fare, sapevi che toccavi pelle vera e peli e se era marrone potevi scegliere se abbracciare un mondo diverso dal tuo oppure no. Potevi sognare.

Come sei abbronzata. Eh, il mare. Ma il mare d’inverno. Vendo la mia anima per settecento euro, gli infradito a rincorre le pulci sui tappeti, che prezzo ha questa mia mano così scura sul bianco del ghiaccio? Ha il costo di un sms a un euro cadauno, qualcosa di più se è una foto.
Sai, i pesci. Son diversi. [continua a leggere]

15 November 2008 - Comments Off - permalink

Gita domenicale

rael_is_real

Stamattina, neanche presto, ma neppure tardi, la meta, invisa, cancellata, per colpa di treni che portano via gli ospiti, il continuo confondere Pavia con Cremona e poi crema e buon persico, posti piatti che d’estate atterrano zanzare come elicotteri e d’inverno muori dritto in mezzo al nulla, alle stoppie, e ti trovano nella roggia solo dopo tanto. Dove volevi andare, appunto, non puoi, colpa di timidezza, di non impegnare, di non dire, di voler fare sorprese. E quindi cambi destinazione, guardi sulla cartina, ti lasci tentare. Che poi, tu, credevi che la tentazione fosse più a sud, più in posti logici come bellezza. Di certo non così poco dopo metanopoli, non così vicino alla fabbrica di mozzarelle.

Ed invece ci vai, e scopri il sentimento del presentarsi, del dire a te stessa: e tante grazie, se sei amica “di”, chissenefrega.

Ed invece quel “chissenefrega” era pensare a chi fermare per spiegarti gli affreschi dell’abbazia, con competenza, specificità.

E poi offrirti del caffè, piazzarti sotto il naso un biscotto, che tu hai il groppo in gola e quel biscotto lo mangi come un’ostia non preparata, ci mette una vita a scendere, dopo ore ne hai ancora in bocca il sapore, tanto era prezioso.

E sempre la tua timidezza, il tuo non voler disturbare, scappi, quasi, di fronte a due occhi che si trasformano in un secondo, mentre la bocca dice una frase, vedi scivolare via la pietas dell’invecchiare, il naso che fa ombra alle guance, i capelli forse tornano neri, anzi, ti viene il dubbio, quasi quasi allungo una mano e controllo.

Ma hai le mani e le braccia cariche di carta stampata, di parole che conosci solo di riflesso, stringi al petto i libri che ti ha regalato come se finalmente fosse nato un figlio, tu che un figlio sicuramente non ce lo avrai mai.

Vai via, poi, verso un viaggio odioso di silenzi, perché l’autista non sa il piacere dello sprecare benzina a caso e si infuria se la strada non corre lunga e diritta. Speri in una deviazione, all’ultimo, ma anche no.

Rientri in casa, giusto in tempo per dormire davanti al gran premio di formula uno, col pensiero della costrizione di dover perdere l’indomani, perdere per cause di forza maggiore un sorriso e un abbraccio da chi non ha mai tempo per alcunché, tanto meno per te e te lo dice, anche, affondando l’ennesimo coltello.

Mangi la pizza presa al take-away di fronte casa. Si raffredda in fretta, sa del cartone che la contiene. Hai la pelle di cappone, sulle braccia. I muri diventano bianchi.

5 August 2007 - Comments Off - permalink

Dove sono?

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