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Veronica Tomassini

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Il treno di cartone

   
   

L'uomo aquilone

   
   

Nota di Dario Voltolini

     
 

 

     
    Si ringrazia di cuore l'editore Emanuele Romeo per la sua squisita cortesia

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Sembrava una leggenda: mi raccontavano, da ragazzina, che esisteva una città sotto la nostra, dove abitava la povera gente. Minuscole dimore da cui si entrava scendendo verso il cuore della terra. Mi dicevano «vivono là, dove c’è il vecchio mercato». Le case erano senza finestre, al massimo la luce filtrava dai tombini. È mai possibile? Mentre noi varcavamo la soglia delle nostre luminose case, loro si inoltravano nel buio, calando la magra esistenza in terribili voragini. Ma erano storie, semplicemente. Eppure, a distanza di anni, mi resi conto che un sottobosco misterioso esisteva davvero: barboni, reietti, poveri cristi infelici, sfrattati ad oltranza dal nostro ben pensare, conducevano il loro presente in un mondo out, che sfiorava ostinatamente il nostro ordine metropolitano, il nostro futuro regolamentato. Il viaggio si poteva fare. Occorreva prudenza e nello stesso tempo il coraggio di abbandonare un certo sentire borghese, quel distacco coscienzioso che noi chiamiamo superbamente vivere civile. Non sarei scesa nelle tenebre, ne ero sicura, avrei osservato e documentato, per guadagnare infine nuove consapevolezze, illuminata da un riverbero speciale: quello dell’amore, dell’indulgenza, della pietà. Non avrei cercato ulteriori risposte al quesito di sempre: «Cosa ci rende infelici?». Se lo chiederanno mai i randagi? No, loro seguono la via, immersi in una notte cieca, coperti solo da un dolore eroico.

 
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Voglio raccontare come ho incontrato le parole di Veronica Tomassini.

Era il 14 marzo 2005, in televisione scorrevano le immagini di un documentario prodotto dalla Rete Antirazzista. Immagini di speranze naufragate su un mare più tomba che culla per barconi relitti che sembrano aver attraversato i secoli. Don Carlo D’Antoni, sacerdote di Siracusa, celebrando i funerali di un ragazzo liberiano che mai vide la terra dei sogni, disse: «il padre nostro non è nei cieli…» Disse forse proprio queste parole, o forse è così che la mia memoria cristallizzò il suo pensiero, non lo so. Ma so che mi diceva di cercare, il Padre, tra i naufraghi.

 
 

Leggendo le cronache di quell’evento m’imbattei in un articolo. «In cielo non sei clandestino» -  diceva il titolo. «I miseri della terra non sanno che farsene della pietà e del buon cuore della brava gente. Esigono diritti. Hanno diritto ad abitare la terra.» Le parole erano di don Carlo D’Antoni, la dolorosa rabbia che fece di loro un rosario di umanità era di Veronica Tomassini.

L’altro incontro è più recente. Incontro con lei, giornalista de La Sicilia, incontro con Siracusa terra d’arrivo dove «Anche i rom fanno festa contro l'amaro della vita». Cronaca? Sono parole a passo di danza, immagini volteggianti per esaltare primi piani e dettagli sullo sfondo, è canto d’amore, è epica sanguigna, è… «Requiem d'oriente». È Veronica Tomassini, 13 luglio 2005.

Serve, una biografia di Veronica? Mah. È nata, è vissuta, ha studiato... Ha pubblicato dei racconti in riviste e anche raccolti nel volume L’aquilone (Emanuele Romeo Editore, Siracusa, 2002). Viaggio nel «sottobosco misterioso» dei «barboni, reietti, poveri cristi infelici, sfrattati ad oltranza dal nostro ben pensare». Quel viaggio «si poteva fare» - dice lei. Ma è un viaggio, quello, con biglietto di andata e ritorno?

Quel viaggio, forse, lo sta facendo ancora oggi, ogni giorno. Nomade per amore, amore per una verità da coniugare al presente perché l’inverno degli ultimi non sia eterno e perché gli ultimi sono coloro che ciascuno di noi potrebbe essere.

I suoi nuovi racconti  inediti - e mai questa parola è stata più appropriata - un giorno vedranno la stampa. Sarà un giorno di festa.

T.M.

 

[Aggiornamento: nuovi racconti di Veronica sono stati pubblicati nel volume Outsider.]

 

 
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Cara Veronica,

ti scrivo questa lettera per festeggiare il tuo esordio.

Una prefazione, una postfazione o una presentazione sarebbero state troppo ufficiali e formali.  Avrebbero ingessato un po’ la freschezza di un esordio, del tuo in particolare. Esistono infatti esordi con i quali scrittori si presentano già nella loro completezza ed esordi con i quali scrittori presentano fin dal primo istante un passaggio della loro metamorfosi, già in atto da prima di comporre il testo, durante la composizione del testo e dopo l’apparizione del testo a stampa. A me sembra che il tuo appartenga alla seconda categoria di esordi, quella più gravida e più enigmatica, quella che prefigura innumerevoli conseguenze ma non dice ancora quali saranno. Freschezza, appunto, ma anche tante tensioni, spinte contrapposte, forze in lotta, in rimescolamento. Ne abbiamo parlato, e qui te lo voglio dire scegliendo le parole con più calma: a me sembra che nei tuoi testi si muovano energie e correnti sotterranee, si avverte la loro presenza, la loro pressione, sotto le tue frasi, sotto le storie che racconti, negli snodi che imponi alla narrazione, nelle scelte che di volta in volta fai mettendo ora certi elementi in risalto, ora allontanandoli sullo sfondo, nei tagli e nelle ricomposizioni temporali in cui distendi il tuo discorso. E poi nei punti cruciali degli attacchi, delle chiuse, delle riprese. Forse tutte le tensioni possono essere ricondotte a un’opposizione principale, quella fra i dati dell’esperienza e del vissuto da una parte e le dinamiche della creazione narrativa e letteraria dall’altra. Certo, è sempre così. Lo so. O meglio, è sempre così quando si prende la scrittura sul serio. Così sul serio da finire quasi subito sul binario che porta all’enigma centrale della scrittura stessa, che è quello in cui perennemente stiamo una volta compreso che per raggiungere la massima fedeltà ai fatti talvolta occorre inventare ciò che non è accaduto affatto. Per dire il vero bisogna a volte fingere. Dentro questo paradosso prima o poi ci finiamo tutti, arrivandoci da strade che possono essere le più varie. Tu ci sei già dentro, mi sembra. Bene, lasciati dire che questo è un ottimo modo per iniziare. Lasciati anche dire che il mio sospetto è che l’enigma non abbia alcuna soluzione logica e nemmeno creativa. Però può darsi (forse, chi lo sa?) che l’enigma non possa avere alcuna soluzione perché è la soluzione. Una soluzione che non sta mai ferma, una soluzione che significa solo questo: la spinta a scrivere nasce da quel punto non placato. Il motivo per cui si scrive è che quell’enigma esiste. Tu cosa ne pensi?

Come ti dicevo, vedo muoversi nelle cose che hai scritto le forme e le strutture di quello che scriverai. Sono lì, appena sotto il pelo dell’acqua. Vogliono emergere e prima o poi ti costringeranno a farle nascere. Ma l’importante è che siano lì. Chiunque le può percepire, leggendoti. E non ti preoccupare se tante, infinite cose sembreranno mettersi di traverso fra te e la scrittura. Il tuo problema, se ne hai uno, è l’opposto: sarà la scrittura a mettersi di traverso fra te e le tante, infinite cose!

Per adesso ti saluto e ti faccio ogni sorta di in bocca al lupo, per questo esordio e per ciò che seguirà. Una cosa che quell’enigma, quelle tensioni e quel tormento non possono scalfire è la festosità  dell’inizio. E quindi festeggiamo!

Ciao

Dario Voltolini