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Terrae - Incontro « nell'aia » di don Luisito Bianchi |
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Fotografie di Luisito Bianchi * Le canzoni di «Ora Sesta» e «Liberazione» (musica: Fabio Turchetti - testo: Luisito Bianchi) interpretate da Aldo Pini (chitarra) Fabio Turchetti (armonium) Marco Turati (voce) * «La nostra terra» intervento di Franco Dolci * «Tanta tenerezza da rifare il mondo» Daniele Gallo - direttore di «Viator» (testo letto da Marco Turati)
«Terra di nessuno» concerto di Carlo Muratori con Maria Teresa Arturia
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Centro Sociale Culturale Arci Cremona, Via Speciano 4 8 dicembre 2005 - ore 21 |
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Sulla nascita di un Incontro «sull’aia» |
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Se vi dico che a farmi decidere di proporre questa serata è stato un fascio di erbe, mi prendete per pazza. Ma questo potrebbe capitare per molte altre cose che penso e dico, così scelgo un fascio di erbe selvatiche da cucinare secondo antica ricetta: il buon odore di cibo potrebbe farmi perdonare. Racconto come è andata. |
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Mi è capitato di passare un pomeriggio sulle colline sopra la città di Siracusa. Stando davanti alla casa che mi ha accolto si poteva guardare lontano: aranceti, uliveti a vista d’occhio; nella valle potevo solo immaginare il fiume perché, come dice un poeta figlio di quella terra: «puoi solo immaginarlo il fiume Anapo, l'invisibile». E io, figlia adottiva della pianura padana, non potevo che guardare con gli occhi della straniera ammaliata. Poi ci siamo incamminati su una stradina e tra i rovi che la costeggiavano mi sono sentita non più straniera ma solo bambina che apre gli occhi al nuovo per esultare alla vista di ogni cosa dal volto familiare. Quasi sul tramonto abbiamo incontrato una signora - “vicina di terra” - che stava portando a casa un fascio di erbe selvatiche raccolte per la sua cucina. Non chiedetemi di ripetere la conversazione a tratti in puro siciliano, non sarei in grado di farlo ma non è vero che la lingua mi abbia impedito del tutto di comprenderla. Mi ricordava la conversazione che ho avuto tempo fa con una signora che tra le cavedagne nei campi di Vescovato usa ancora raccogliere qualche erba selvatica e me ne insegnava i nomi e il modo migliore di cucinarle. Anzi, “il” modo di cucinarle. Mi spiegava nel suo dialetto ammansito secondo le mie esigenze di comprensione. Mentre tornavamo verso casa, al cospetto del volto d’una luna bianca, io immaginavo la signora, chiamiamola Nina, di Siracusa, insieme alla signora, chiamiamola Pierina, di Vescovato. Le immaginavo a parlare una lingua fatta di nomi “propri” e di verbi “ausiliari” coniugati a forma di ponte (unione alquanto ecologica tra due terre). Le immaginavo a scambiarsi ricette di come cucinare un fascio di erbe selvatiche appena raccolte, aggiungendo poi qualche considerazione sui figli che crescono e la pioggia che arriva anche quando fa danni.
Quando
è apparsa quella luna bianca era circa la “sesta ora”. Vi racconto la
storia dell’ora sesta, come son capace di farlo.
C’era una volta un uomo che doveva andare in un luogo lontano. Doveva attraversare una terra che le regole del suo paese volevano terra da evitare abitata da gente da evitare. Ma lui ci passò lo stesso, e quando i suoi compagni di viaggio entrarono in una città per procurarsi provviste, si fermò ad un antico pozzo dove arrivò anche una donna per attingere acqua. Quella donna rimase esterrefatta a sentirsi rivolgere un saluto e la richiesta d’acqua per bere da chi, secondo le regole, non avrebbe nemmeno potuto rivolgerle la parola, né per la sua origine, né per la sua condizione di donna scomunicata. Ma accettò il dialogo; sarà stato anche l’istinto delle donne a farle riconoscere il dono che si riceve in una richiesta di aiuto che fosse soltanto un po’ d’acqua da bere. L’uomo era atteso in altri luoghi, aveva da fare in altri luoghi; la donna era andata al pozzo solo per attingere acqua per sé. Era un incontro capitato forse per caso, forse no. Era circa l’ora sesta, l’ora di un incontro in un crocicchio di strade. Se s’incontrassero, al pozzo di Giacobbe, Nina e Pierina parlerebbero dei figli che crescono, del bucato che senza vento non s’asciuga mai, delle arance e dei peri che quest’anno supereranno se stessi se la grandine girerà lontano. E si sorriderebbero contente di scoprire che il cugino di una e il fratello dell’altra erano a lavorare nella stessa fabbrica, proprio negli stessi anni; chissà, magari qualche mattino hanno timbrato il cartellino uno dietro l’altro in fila al cancello. Già, anni duri per quelli lontani da casa... Nina e Pierina sarebbero capaci di trasformare anche uno spiazzo della trazzera iblea in un’aia che chiamiamo “ideale” perché ci piacciono le metafore. Mi domando se noi siamo capaci di trasformare in “aia” - luogo di incontro nel lavoro del giorno e nel dialogo del fresco della sera - uno spazio e un tempo che ci siano concessi. Se siamo capaci di chiamare le cose con il loro nome nelle antiche lingue delle nostre origini e comunicarle usando dei verbi di una lingua comune che abbiamo tutti imparato perché ci sia sempre tra di noi un ponte, una trazzera, una cavedagna… Non so se questa è la storia dell’incontro al pozzo di Giacobbe, o è la storia di Nina e di Pierina, o quella del volto comprensivo della luna piena sopra un’aia. Di buono c’è di mezzo un fascio d’erbe selvatiche da cucinare. T.M. |
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