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Daniele Gallo : «Tanta tenerezza da rifare il mondo»

 

Ho conosciuto don Luisito attraverso la frase citata nel retro di copertina del suo straordinario libro La messa dell’uomo disarmato, testo che dovrebbe essere adottato come strumento didattico in tutte le scuole d’Italia: “La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza”. Morivano di troppa dolcezza, capite? Mi sono chiesto: “Ma chi può possedere una mente così raffinata? E quanta ricchezza deve essere custodita nel suo cuore?” E, così, non ho potuto trattenermi dal conoscerlo.

 

L’occasione mi fu concessa in occasione della presentazione del suo libro nella parrocchia di San Giovanni in Laterano a Milano, grazie all’impegno del parroco, don Angelo Casati. Ci accordammo per un incontro nella splendida Abbazia di Viboldone di cui don Luisito è cappellano, circondato dalle attenzioni di suore amorevoli. Avevo davanti un grande: un autentico testimone del Vangelo, un raffinato studioso, un ispirato uomo di Chiesa, un coraggioso rivoluzionario. I modi gentili, la sconfinata cultura ed una naturale amabilità non facevano che rendere più godibile un incontro che avrei voluto durasse il più a lungo possibile.

 

Era pieno inverno e faceva molto freddo: questo non impedì a don Luisito di rubare per noi dalla terra del suo giardino una piantina di calicanto, rara perla di un avaro inverno, come simbolo di quella che sarebbe diventata una splendida amicizia sul piano umano ed una proficua collaborazione su quello professionale. La sua rubrica mensile sulla nostra rivista Viator è diventata infatti irrinunciabile appuntamento per la redazione e per tutti i lettori, vogliosi di suggestioni letterarie e spirituali.

 

Vorrei ricordare due fra le perle più luminose del suo insegnamento: la prima è il concetto di gratuità, in un mondo che ha fatto dell’interesse e del puro guadagno nefandi ed irrinunciabili idoli. Ma come Cristo aveva gratuitamente offerto la sua buona novella e tutto quello che questa avrebbe rappresentato per l’umanità, così il pastore deve gratuitamente perpetuare il messaggio di risurrezione ai fratelli. Ce lo insegna Gesù stesso che, attraverso la parabola raccontata dall’evangelista Matteo (20, 1-16), toglie legittimità alla nostra scala di valori economici, prigioniera delle categorie umane e lontana dal progetto divino. La seconda è legata al suo amore per i poveri, per gli ultimi, per i quali la Chiesa deve recuperare quell’occhio di riguardo che istituzionalmente dovrebbe appartenergli e che dona irrinunciabile significato alla sua esistenza, annunciata da Gesù. E, soprattutto, deve rimettere a disposizione di chi non ha niente quel “patrimonium pauperum” che nasce come esclusiva proprietà dei bisognosi e che invece è recentemente entrato a far parte delle appartenenze ecclesiali.

 

Per concludere prendo a prestito e adatto per il nostro festeggiato una delle pagine più belle di Céline, genio letterario del Novecento francese: «Don Luisito fa evoluzioni nel sublime come se fosse a casa sua, dà del tu agli angeli ed offre a chi lo conosce tanta tenerezza da rifare il mondo».

Grazie, don Luisito.

 
   
 

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