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Piera Ventre

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Piera Ventre - foto: Massimo La Spina

[piccoli insignificanti malesseri]

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Ti prende e – se ti lasci prendere – ti porta via e ti incanta la scrittura, sospesa tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, di Piera Ventre.
Una scrittura che ammalia e un po' fa male, certo.
Le chiese, per i pazzi, si assomigliano tutte, scrive.
Ed è tutto un programma, questa frase. Solo impazzendo, si vede (riecheggia Flaubert: l'arte è pensare come dei pazzi, quindi è farsi male, sporcarsi anche).
Le chiese, per i pazzi, si assomigliano tutte, già. Perché le chiese (la vita) sono ornate da Piccoli insignificanti malesseri, recita il titolo di questi racconti che... vanno introdotti, ma non svelati.
Sorprendono, questi racconti, o meglio: sorprendono certe pennellate.
Torno alla scrittura di Piera che conosco da tempo e che più passa il tempo e più più scava, più scava e più fa male, più fa male e più spiega la vita. La spiega, appunto, mettendo in primo piano Piccoli insignificanti malesseri che, se li vedi con la lente d'ingrandimento (quella dei pazzi, forse) si somigliano tutti.
Un giorno imprecisato della nostra vita ecco che succede qualcosa. Nulla di catastrofico. Un particolare, una frase possono bastare: sono il sintomo.
Come certi malesseri: stessi sintomi, stesse parole. Nel primo racconto di Piera son sospese, le parole, tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, nel secondo racconto di Piera son sospese, le parole, tra l'onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, e poi, nel terzo, nel primo, e nel secondo, ti prende e ti porta via (ma attenti a certi Piccoli insignificanti malesseri, a certe sfumature, a certi particolari: sono il sintomo) la scrittura, che ammalia e un po' fa male, di Piera Ventre.

Remo Bassini

 
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Piera Ventre

(T.M.)

«ti vorrei parlare, ma ho perduto la voce»

biancanera

 
         
 

«Dei piccoli insignificanti malesseri, talvolta, si prendono gioco di noi. Piccoli perché non sempre i dolori si dicono. E malesseri perché capita che non siano veri e propri dolori, ma mali d’essere, marchi di fabbrica. Ché forse, quando ho dato il titolo a questa trilogia di racconti, avevo in mente De Gregori coi suoi piccoli dolori “…passano ad uno ad uno, tutti i miei vizi in croce, e ti vorrei parlare, ma ho perduto la voce…”

Il fatto poi che, a causa di quel piano inclinato su cui muoviamo i nostri incerti passi, da insignificanti quali erano, questi cronici dispiaceri diventino la caletta ombrosa sulla quale si arenano, stratificando, spettri e inconcludenze, rimpianti e rancori, le occasioni perdute e tutto ciò che avremmo voluto essere e non siamo riusciti a diventare, mi ha fatto pensare a certe esistenze opache, a certe tragedie che deflagrano, apparentemente, senza annunciazione, per cui, dopo, gli intervistati ai telegiornali, parlando dei loro vicini improvvisamente folli, si affannano sempre a dire, sembrava una persona normale.

La soglia, quella tra l’irreprensibilità d’un’esistenza riconducibile ad un’accettabilità conclamata e la devianza, mi chiedo da tempo, quale sia. Non trovo confini netti. Siamo in bilico, continuamente, in quella terra grigia, non bianca, non nera, che è il pericolo del passo che può, comunque, tracimare nel campo minato dello scarto. “…ho un vuoto nel futuro, un morso nella memoria. Cicala nel cervello, granchio fra le lenzuola…”»