Abbazia di Viboldone

 
Archivio
   

Anno 1684

 

Riverberi di spada a doppio taglio

il coro in dodici seggi ritagliano

vuoti ogni giorno, quando timoroso

il tredicesimo al centro riempio.

 

- Dodici sporte piene sono palma

al vincitore e dodici tribù

pronte a mutarsi in angeliche schiere;

dodici coppe al vinto di veleni

e dodici turcassi di flagelli –

mi proclami dall’alto immandorlato

di gloria, a destra incantate figure

e tormentata carne alla sinistra.

 

 

- Ah no – scosso da tremiti t’oppongo –

truccata lotta è questa se vittoria

già decretasti ad agnello sgozzato.

La falce mostrami che già fu spada,

e precedenze di ladri, e catini

per piedi sporchi, e fango sulle dita

ad attizzare di luce pupille

spente, e granai di pietre mai lanciate.

Per pari lotta sfida onesta è questa,

o mio Signore, e giusto premio al vinto

delle tue stesse ferite la gloria -.

 

Questo ogni giorno oppongo al doppio filo

del tuo giudizio e tremore a tremore

aggiungo per stoltezza di parole

che dagli stalli di dodici vuoti

sul tredicesimo aguzze rimbalzano

a ferirmi di sfide già consunte.

Alzo la testa e mi vedo specchiato

nell’avvinghiato corpo che ai tuoi piedi

sudditanza confessa e nudo attende

che le sue braccia a stadera distese

segnino il corso di folle perdono.

 

Sulla cimasa del coro sta scritto

quando la lotta iniziò quotidiana

tra tredici chisciotti ed un gigante:

se la tua vista è usa a cifre oscure

puoi legger con chiarezza a tuo conforto

anno milleseicentoottanta e quattro.

   
 

Ogni mattina il prete si siede al posto che fu del priore olivetano di quell’anno 1684 per ascoltare la Parola quale spada a doppio taglio (Eb 4, 12). Che fa una spada a doppio taglio quando è puntata contro un petto senza corazza? Domanda da medioevo. Oggi ci sono le testate nucleari e, finché resiste l’equilibrio del terrore, la disgregazione dell’atomo non fa paura. In linguaggio pastorale moderno, la Parola di Dio è una testata nucleare. Il prete, per quei minuti, si dimentica della pastorale e fissa il Giudizio di fattura ancora medievale che gli sta di fronte. Proprio sulla più bassa traiettoria dei suoi occhi, a poca distanza da lui, un omuncolo siede, le ginocchia abbracciate e la testa nascosta sulle ginocchia. Il prete non capisce se quella è la sua immagine riflessa nel grande specchio del Giudizio, e trema. Poi si rassicura: lui è vestito a festa, con ampi e serici mantelli; quello è nudo. Ah, che battaglia deve essere iniziata da quel lontano 1684 per chi siede nello stallo di fronte a quell’omuncolo, mentre ascolta la Parola di Dio!

A M. Cleofe Credi (1910-1985), che consumò anche l’ultima goccia della sua lampada di vita nella serena speranza di averne già accesa, per grazia, una inesauribile.

 
   
 

In: Vicus Boldonis Terra di marcite,

Scuola Tipografica S. Benedetto di Viboldone, 1986, p. 43-44

 
Archivio