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XI
Signore, i miei pori oggi si sono dilatati all’improvviso e m’hanno inzuppato anche la tuta. È cominciato il caldo nel grande reparto, che ci seguirà fino a ottobre e oltre, oggi festa del tuo servo Marco e giorno di penitenza per tanto sangue risucchiato dalla spirale del potere.
Sono venuto al lavoro per strade deserte con qualche bandiera rassegnata sulle banche e sulle caserme. Non è giorno di gioia oggi né per nostro fratello Marco che scappò dalle brame del sinedrio lasciando come segno un lenzuolo afflosciato né per i canti di quei giorni che adesso accenno con voce triste: fischia il vento urla la bufera partigiano portami via…
L’abbiamo di nuovo catturato nostro fratello Marco e gli abbiamo messo adosso lenzuoli di porpora come si addice a un cortigiano; le nostre gole si sono chiuse sui canti della liberazione per paura che a quel richiamo i morti rispondessero e riscendessero dalle montagne affamati ai nostri supermercati, pidocchiosi per le nostre toilettes di lusso. Non ci rimane più nulla di quei giorni, tutto è in ordine allineato come queste tine dal ventre gravido di benessere spappolato da tutti atteso e adorato.
Signore, ho le gambe senz’anima che si piegano come quelle di un cavallo bolso ma dobbiamo far fruttificare la terra irrorata da sangue dei giusti e allinearci in ordine in memoria di nostro fratello Marco e dei nostri fratelli morti in questo giorno. Non si sente fischiare il vento nei felpati postriboli del potere né Paolo osa più rifiutare Marco per non spezzare l’unità della tua chiesa. I ribelli per amore non hanno né imprimatur né indulgenze sulla loro preghiera e i fazzoletti rossi usi alla bufera sono custoditi pieghettati nelle capaci tasche dell’opposizione.
Vedi Signore, nel grande reparto la follia è sempre in agguato se ancora posso udire nel torturante vociferare dei motori il canto d’amore che scende dalle montagne e vedere nostro fratello Marco aggirarsi senza lenzuolo fra il ginepraio delle tine raccogliendo il canto dell’amore ribelle in faciem Pauli.
Folle davvero io sono nel vivere oggi saltellando sulle scale come fossero picchi di montagne e gettare il lenzuolo che copre il mio corpo sudato in pasto alle tarme che non hanno posto nel tesoro del Regno dei cieli. Doppiamente folle o Signore nello spiegare il mio canto col fiato che mi rimane di questa lunga giornata per credere ostinatamente che nel deserto nasce la primavera e al di là della notte il sole s’annuncia.
25 aprile 1969, 2° turno |
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In: Sfilacciature di fabbrica. Preghiere all'ossido di titanio 1969-1970, Scuola Tipografica S. Benedetto di Viboldone, 2002, p. 58-60 |
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