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Conosco
questo lavoro da quando l’autore lo componeva entro una ampia stanza
che serviva da studio e da ricevimento, da riposo notturno, da
biblioteca, da consolazione personale, dopo tante giornate variabili, e
qualcuna amarissima, di incontri e scontri.
Il
paesaggio di quella stanza rifletteva abbastanza alcuni caratteri
personali di chi vi abitava: molto era pittoresco, poco vi era di
consueto, quasi tutto in disordine.
Forse
anche questo libro ha preso qualcosa di quel piccolo mondo di bohème
cristianizzata nel discorrere, lucidità nel compaginare, calma nel
riflettere, cogliendo le cose entro una prospettiva sicura.
L’autore
ha sofferto la sua ricerca: la cascina non è un luogo, è un modo di
vivere; il salariato non è un elemento sociologico, è una persona
clamante; le cose che fanno parte del quadrilatero del cascinale non
sono strumenti di lavoro, ma componenti uno stato di famiglia; e così
pure ciò che avviene: i traslochi, la vita comunitaria, la religiosità,
la politica esprimono stati d’animo e momenti di un mondo, che ha
stentato ad entrare in comunione con altri settori della vita sociale.
L’analisi
è stata accertata su prove inedite e l’autore è fuori e dentro la
materia del suo narrare, che è ricerca e canto: fuori perché deve
rilevare le situazioni e i fatti; dentro perché deve e vuole
interpretarli.
Questa
duplice dimensione anima il soggetto senza divaricare la ricerca: si
potrebbe eventualmente parlare di una lievitazione della materia per
mezzo di osservazioni e di richiami, che denunziano una posizione
spirituale caratterizzata: sensibile, talvolta maliziosa, ma sempre
coscientemente avvertita.
L’angolo
di terra preso in considerazione è quello caro alla tradizione padana:
uno squarcio di zona rurale dove Guido Miglioli venne sessant’anni fa
a dare speranza al salariato. Egli ne propose la abolizione radicale che
poi divenne trasformazione del rapporto sociale, resa vano da noti
eventi politici. Questo saggio sulla cascina padana ne rievoca
tacitamente la figura sporgente sul piccolo mondo paesano.
Né
occorre ricordare che l’autore è profondamente sensibile alla
dimensione umana. Lo sguardo realistico e pietoso su brani di povera
gente, assoldata per la fatica sul campo altrui, costituisce le pagine
più ricche di storia e di presagio. Il loro valore sta nell’aver
cercato notizie, misurate le condizioni ed esposto l’evento.
Luisito
Bianchi lo ha descritto sospinto da una ispirazione evangelica, entrando
così nella tradizione mista di rilievo statistico e di contemplazione
del mondo contadino, che fu sempre saliente dagli occhi al cuore del
credente: la cascina, il salariato, il padrone sono dei crocevia, che
annunziano il fluire entro il paese solitario del Po di orme evangeliche
contratte o spente o vive: società che attende l’ora del vangelo,
uomini come Cristo umiliati e deformi, luogo di passioni umane contenute
e disperse, condizione di rinnovamento verso terre nuove sotto cieli
rinnovati.
Carlo
Bellò |