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«Risi.
Anche ora rido. È buffo che io dica al figlio di Stalino: obsculta
fili… Forse il suono del mio riso s’avvicina a quello che fu di Sara
quando, dietro la tenda, udì surrettiziamente l’annuncio d’una
maternità impossibile; ma non per Giovannino rido, bensì per quella
nuova creatura che è nata in me oggi dalla resistenza, per opera della
proclamazione della parola. Se ora Giovannino m chiedesse: - Credi in Dio?
– gli risponderei: - Non so, - come una volta; - ma credo alla parola
annichilita e risorta per dare un unico senso alla morte e alla vita.
Forse
noi, tu mio maestro e io tuo novizio, non vedremo la nuova terra perché
abbiamo mormorato nel deserto presso le acque amare del vecchio mondo: e
l’innesto nuovo sul tronco selvatico non dà subito frutti ma attende
nella pazienza che si schiuda la misericordia della terra.
L’immagine
biblica dell’innesto mi richiama il tenerissimo gelso che mi donò
Stalino l’anno scorso, e che feci attecchire appena al di là della
siepe del cimitero, quasi lo ritenessi una parabola. Senza la cura dei
miei occhi avrà il pollone resistito al gelo di quest’inverno? – La
razza è quella dei gelsi forti, - mi disse Stalino affidandomelo, - che
hanno saputo trovare una badilata di terra buona per continuare a vivere
perfino lungo la massicciata dell’autostrada. È razza della campanella
-. E mi sorrise. Anche Toni e la Cecina appartenevano alla della
Campanella. E la campanella era la stessa razza di Stalino, di Rondine, di
Giuliano, dell’arciprete… Dovrebbe, quindi, avercela fatta. Ma potrà,
successivamente, resistere al senso d’inutilità per non avere più
bachi da saziare con le sue foglie, o labbra di bambini da imporporare di
dolcezza con le sue more, a differenza dei vecchi gelsi della campanella?
Gli sarà sufficiente dare ombra ai vivi e ai morti, e riparo ai passeri?
E sarà Giovannino il nuovo pollone che tramanderà la resistenza dei suoi
padri?
Ma
basta. Lego con uno spago, di quelli portati dalla Campanella che
chiusero sacchi di grano fragrante, questo grosso plico di fogli, e te ne
farò dono giovedì, festa dell’amore fraterno e commemorazione di
tradimenti. O dovrei anch’io bruciare tutto, come tu facesti un giorno,
perché niente sia d’ostacolo al mio abbandono? Oppure questi fogli sono
una flebile voce dei morti sulla quale io non ho diritto alcun? Decidi Tu,
che mio maestro ancora riconosco, e abate.
Ho
fretta di trascorrere i due giorni che mi rimangono fra queste mura di
millenaria Resistenza con la mano sulla bocca, come Giobbe dopo la contesa
che proclamò la signoria della Parola, in contemplazione di avvenimenti
che non capisco ma che ho cominciato a comprendere; meglio che hanno
iniziato a comprendermi, per pura grazia.»
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