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Luisito Bianchi con la madre Daria, nel 1962, anno di Mater et Magistra...

(fotografia pervenuta per le mani gratuite di M. Giovanna, Monastero di Viboldone)

 

I mestieri di pasqua! Era come se la luna, che nelle prime notti della settimana santa si dava le ultime lisciate per apparire tutta tonda all’appuntamento con la primavera, fosse entrata nella casa a far luccicare i candelieri d’ottone sul camino, i pomelli delle maniglie e del paracenere, i tegami di rame appesi gerarchicamente sulla parete di fronte al camino, e a stendere una mano di pace sui pavimenti e sui muri.

E ci voleva tutta la settimana perché questo avvenisse. La casa nuova che usciva dai mestieri di pasqua, infatti, era ultimata solo il sabato santo, qualche ora prima che l’arciprete in cotta e stola bianca, con la nuca tirata anch’essa a lucido dal barbiere, accompagnato da un paio di chierichetti con l’aspersorio e la borsa delle elemosine, e dal sacrestano con la cesta delle nova, che nessuno, a vederlo in sottana coi risvolti rossi e in cotta, avrebbe detto un calzolaio, entrasse a benedirla.

Si cominciava il lunedì santo, dopo che mia madre aveva deposto nei cassetti, rifoderati ogni anno con carta fiorata, la biancheria del grande bucato primaverile. Le finestre della casa che davano a mezzogiorno venivano stipate di materassi perché tutto il sole disponibile ne scacciasse la retroguardia dell’inverno che s’era annidata fra le piume e la lana.

Poi era la volta dei soffitti a travi che mia madre riservava subito dopo il pranzo del martedì santo perché io, ritornato da scuola e in attesa di riprenderla alle due del pomeriggio, l’aiutassi puntellando coi piedi la scaletta che le permetteva di raggiungere, con la scopa avvolta in stracci, i punti più difficili e intricati fra una trave e l’altra.

Il mercoledì era la volta dei pavimenti con acqua e liscivia del bucato primaverile, e con una spruzzatina d’acqua di colonia a compimento, per quelli dabbasso, che erano di mattoni cotti; con olio paglierino per quelli di sopra, pure essi di mattone ma verniciati con una doppia mano di rossovermiglio.

Il giovedì era il turno del pollaio e dei rustici perché anche le galline sentissero l’avvicinarsi della pasqua; e io andavo in libera uscita con le catene dei camini, come già sapete.

Il venerdì c’è un buco nella mia memoria dei mestieri di pasqua, perché me ne stavo come incantato a cogliere dalla torre il gracidare del crepitacolo, e affaccendato a controllare, dopo una velocissima fuga dal cancello dell’aia, i progressi in altezza e larghezza della catasta di fascine e di gambi di granoturco che sarebbe diventata, sulla piazza, uno schioppettante falò durante la processione serale del Cristo morto.

Il sabato, poi, era la festa dell’acqua: occhi e volti ce li bagnavamo, ai primi botti delle campane slegate, con l’acqua appena portata a casa in una bottiglia riempita al grande mastello di legno che l’arciprete aveva poco prima benedetta al fonte battesimale; e la festa delle uova sode, che mangiavamo dopo esserci bagnati gli occhi, con quei gusci che ci rincresceva buttar via tanto erano allegri nei loro colori d’anilina.

L’ultima volta che mia madre fece i mestieri di pasqua, sembrava che il cuore glielo dicesse. Volle che l’accompagnassi nel riordino e nella rifoderatura dei cassetti.

- Così quando verrai a casa e io non ci sarò più - mi disse, - potrai trovare tutto al suo posto.

Le avevo portato come regalo dalla città lontana un rotolo di carta fiorata, scovata in un negozietto cinese; e potete immaginare quale delicatezza di colori e di arabeschi racchiudesse.

- Ci sarebbe da metterla in quadro, non in un cassetto - continuava a ripetere mia madre, mentre la spianava sui fondi e la fissava con puntine da disegno. - Ti ricorderà tua madre… Qui ci metto la scatola dei fazzoletti nuovi... Te ne ho comperati tanti da farteli durare, dovessi tu vivere cent’anni, perché quando non ci sarò più io... Qui ci metto i guanti e la sciarpa che ti ho fatto a maglia quest’inverno...

Da anni mia madre riposa nel cimitero del mio paese, accanto a mio padre che era partito un po’ prima per prepararle un posto in paradiso, ma tutte le volte in cui la vecchia casa mi richiama urgentemente per una carica d’aria pulita, compiendo il mio pellegrinaggio in tutte le stanze non manco mai di tirare i cassetti per riempirmi gli occhi dell’ordine di mia madre e il cuore del suo profumo.

Ogni tanto un cassetto m’intrattiene per raccontarmi una storia, come questa che vi voglio riportare perché ha a che vedere, a suo modo, certo, con un ritorno a casa e con le grandi pulizie pasquali.

Quel giorno la voce del cassetto era talmente debole alle mie orecchie ancora piene dei rumori della città, che mi parve dapprincipio un debole cigolìo; ma poi l’antico silenzio della casa, accumulatosi lungo gli anni, mi penetrò tanto in profondità da poter udire perfino lo sferruzzare dei ragni che, da quando mia madre non faceva più i mestieri di pasqua, s’erano dedicati a tessere il loro diritto d’usucapione non solo sul rustico ma anche sull’abitazione.

E così il cigolìo si trasformò in parole che solo un cassetto, trattato a festa dalle mani d’una madre, sa pronunciare. [...]

C'era una volta Pasqua...

20 maggio 2006

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