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I mestieri di pasqua! Era
come se la luna, che nelle prime notti della settimana santa si dava le
ultime lisciate per apparire tutta tonda all’appuntamento con la
primavera, fosse entrata nella casa a far luccicare i candelieri d’ottone
sul camino, i pomelli delle maniglie e del paracenere, i tegami di rame
appesi gerarchicamente sulla parete di fronte al camino, e a stendere una
mano di pace sui pavimenti e sui muri.
E ci voleva tutta la
settimana perché questo avvenisse. La casa nuova che usciva dai mestieri
di pasqua, infatti, era ultimata solo il sabato santo, qualche ora prima
che l’arciprete in cotta e stola bianca, con la nuca tirata anch’essa a
lucido dal barbiere, accompagnato da un paio di chierichetti con
l’aspersorio e la borsa delle elemosine, e dal sacrestano con la cesta
delle nova, che nessuno, a vederlo in sottana coi risvolti rossi e in
cotta, avrebbe detto un calzolaio, entrasse a benedirla.
Si cominciava
il lunedì santo, dopo che mia madre aveva deposto nei cassetti, rifoderati
ogni anno con carta fiorata, la biancheria del grande bucato primaverile.
Le finestre della casa che davano a mezzogiorno venivano stipate di
materassi perché tutto il sole disponibile ne scacciasse la retroguardia
dell’inverno che s’era annidata fra le piume e la lana.
Poi era la volta dei
soffitti a travi che mia madre riservava subito dopo il pranzo del martedì
santo perché io, ritornato da scuola e in attesa di riprenderla alle due
del pomeriggio, l’aiutassi puntellando coi piedi la scaletta che le
permetteva di raggiungere, con la scopa avvolta in stracci, i punti più
difficili e intricati fra una trave e l’altra.
Il mercoledì era la volta
dei pavimenti con acqua e liscivia del bucato primaverile, e con una
spruzzatina d’acqua di colonia a compimento, per quelli dabbasso, che
erano di mattoni cotti; con olio paglierino per quelli di sopra, pure essi
di mattone ma verniciati con una doppia mano di rossovermiglio.
Il giovedì era il turno
del pollaio e dei rustici perché anche le galline sentissero l’avvicinarsi
della pasqua; e io andavo in libera uscita con le catene dei camini, come
già sapete.
Il venerdì c’è un buco
nella mia memoria dei mestieri di pasqua, perché me ne stavo come
incantato a cogliere dalla torre il gracidare del crepitacolo, e
affaccendato a controllare, dopo una velocissima fuga dal cancello
dell’aia, i progressi in altezza e larghezza della catasta di fascine e di
gambi di granoturco che sarebbe diventata, sulla piazza, uno
schioppettante falò durante la processione serale del Cristo morto.
Il sabato, poi, era la
festa dell’acqua: occhi e volti ce li bagnavamo, ai primi botti delle
campane slegate, con l’acqua appena portata a casa in una bottiglia
riempita al grande mastello di legno che l’arciprete aveva poco prima
benedetta al fonte battesimale; e la festa delle uova sode, che mangiavamo
dopo esserci bagnati gli occhi, con quei gusci che ci rincresceva buttar
via tanto erano allegri nei loro colori d’anilina.
L’ultima volta che mia
madre fece i mestieri di pasqua, sembrava che il cuore glielo dicesse.
Volle che l’accompagnassi nel riordino e nella rifoderatura dei cassetti.
- Così quando verrai a
casa e io non ci sarò più - mi disse, - potrai trovare tutto al suo posto.
Le avevo portato come
regalo dalla città lontana un rotolo di carta fiorata, scovata in un
negozietto cinese; e potete immaginare quale delicatezza di colori e di
arabeschi racchiudesse.
-
Ci sarebbe da metterla
in quadro, non in un cassetto - continuava a ripetere mia madre, mentre la
spianava sui fondi e la fissava con puntine da disegno. - Ti ricorderà tua
madre… Qui ci metto la scatola dei fazzoletti nuovi... Te ne ho comperati
tanti da farteli durare, dovessi tu vivere cent’anni, perché quando non ci
sarò più io... Qui ci metto i guanti e la sciarpa che ti ho fatto a maglia
quest’inverno...
Da anni mia madre riposa
nel cimitero del mio paese, accanto a mio padre che era partito un po’
prima per prepararle un posto in paradiso, ma tutte le volte in cui la
vecchia casa mi richiama urgentemente per una carica d’aria pulita,
compiendo il mio pellegrinaggio in tutte le stanze non manco mai di tirare
i cassetti per riempirmi gli occhi dell’ordine di mia madre e il cuore del
suo profumo.
Ogni tanto un
cassetto m’intrattiene per raccontarmi una storia, come questa che vi
voglio riportare perché ha a che vedere, a suo modo, certo, con un ritorno
a casa e con le grandi pulizie pasquali.
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