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Luisito Bianchi

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Questo libretto nel quale, forse, fra i personaggi che circondano Cristo, solo una donna fa bella figura, lo dedico a tutte le donne, morte e vive, che ho incontrato sulla mia strada, in proporzione del segno di carità che hanno lasciato nella mia anima.

Aurelio M. Marchi

(Luisito Bianchi)

 
 

Nota introduttiva

 
 

È alquanto banale affermare che una delle parole più usate in alcuni settori del mondo culturale e religioso è la parola «DIALOGO».

Come sta capitando ad altre come: testimonianza, impegno, autenticità, Chiesa dei Poveri ecc., sembra che anche questa non possa sottrarsi al pericolo di fare la figura di una scritta strana che si pone sui vasi esposti nelle vetrine dei farmacisti di manzoniana memoria; che se, attratto dalla viva attesa di trovarvi dentro chissà quale farmaco miracoloso, li apri, potresti trovarci a mala pena un’aspirina.

Ciò può dipendere dal fatto che, affetti come siamo dal morbo dell’etichetta, abbiamo trovato la parola prima di sapere esattamente quello che essa doveva contenere, ripetendo quello che facevamo da bambini, nelle sere d’estate, quando una banda diceva: noi facciamo i banditi e l’altra: noi facciamo i carabinieri. Poi, finito il gioco, ritornavamo alle nostre case, sudati e stanchi, banditi e carabinieri, ma tutti con gli stessi compiti da svolgere e le stesse lezioni da imparare per il giorno dopo.

Così, etichettandoci come dialoganti, ci siamo illusi di sapere che cosa comportasse il Dialogo ed abbiamo concluso di essere veramente delle persone dialoganti.

Ma forse, dicendo tali cose e in tale modo, sono decisamente presuntuoso. Dio mi scampi da questa lebbra; farei di tutto per guarirne se la dovessi avere anche se potrei pensare che basta il mio desiderio di non esserci cascato per decidere di avere la pelle normale: e allora avrei addirittura due lebbre addosso.

Stando così le cose, mi ritiro in posizione di sicurezza e dico che tutto questo è capitato a me. Non dico che è capitato ad altri; dico solo che è capitato a me.

Mi è capitato, dunque, di svegliarmi un giorno con una voglia irresistibile nell’animo di sostituirmi all’Altro.

Non sapevo che cosa significasse questo desiderio e, francamente, non lo so tuttora. Ciò non mi turba molto perché, se mi dovessi agitare per ogni cosa che scopro di non comprendere, sarei peggio di una banderuola nell’ora della bora.

Fu molti anni fa, in un inverno, quando anche le piante, lungo la statale in qualche parte della Val Padana, venivano mitragliate dai caccia americani perché, in certe ore, erano i soli punti neri in tutto quel bianco di neve che si accumulava senza orizzonti.

C’erano poca legna e poco pane; ma, a casa mia, ce n’erano abbastanza per potere fare il confronto con le case vicine e chissà con quante altre case di povera gente. Il confronto mi pesava di dentro e così, per liberarmi di quel peso, inventai la teoria della sostituzione.

Se, nelle mie letture di ragazzo che, ogni quindici giorni, andava nelle librerie della città per approfittare del fatto che il danaro non valeva più niente e i prezzi dei libri erano ancora come quando le cinque lire circolavano d’argento, avessi incontrato la parola «dialogo», avrei inventato la teoria del dialogo.

Ma era lo stesso: la teoria della sostituzione significava per me voler diventare l’Altro. E poiché l’Altro era colui che mi faceva sentire il peso dentro, lo identificai esclusivamente con la povera gente.

Se fosse passato, allora, da casa mia, Francesco vestito di sacco e a piedi nudi, gli avrei chiesto l’onore di poterlo accompagnare sulla sua strada. Invece passava, di tanto in tanto, il frate cercatore che tentava di dare l’impressione di essere vestito di sacco, senza, peraltro, riuscirvi; ma mi faceva rabbia perché sapevo che in convento c’erano tanto pane bianco e tanta legna quanti ce n’erano a casa mia.

Non passando Francesco ma avvicinandosi, in compenso, le notizie che cominciavano a farsi sentire i partigiani nelle vallate a sud e a nord del grande fiume, pensai che potevo diventare l’Altro facendo la loro vita che immaginavo come quella dei primi compagni di Francesco: e decisi di farmi partigiano. Avevo 16 anni e fra le mie letture un posto privilegiato avevano Dante, Manzoni e il Vangelo, Così preparai, nella mia immaginazione allora molto fertile, la fuga, di notte, dalle finestre della mia camera, portando con me i tre libri in edizione tascabile e desiderando, senza pienamente confessarmelo, che mi servisse da scala una treccia di fanciulla.

Non fuggii da casa mia, non mi feci partigiano e non m’incontrai con nessuna treccia di fanciulla. Non penso che fu per vigliaccheria se non per qual tanto che un ragazzo che credeva fermamente al femminino eterno poteva contenere. A parte ogni spiegazione che può servire anche da scusa per non avere saputo realizzare la mia teoria della sostituzione, non andai in montagna ma rimasi in pianura, al caldo e ben nutrito, a perfezionare la mia teoria. La quale, ogni tanto, urgeva contro la crosta del mio spirito per trovare uno sbocco. Erano i momenti in cui mi sentivo dentro la vita dell’Altro (quella della povera gente, per intenderci) ed anche la sua morte.

Non dico questo per ragioni di simmetria o di associazione di idee; ma perché, almeno una volta, fu realmente così.

Ricordo (e chiedo scusa di questi ricordi che non interessano nessuno perché tutti abbiamo i nostri ricordi e di quelli degli altri non sappiano che farcene, a meno che non ci servano per scrivere un libro o per farci belli coi rapporti che abbiamo avuto con gente diventata importante; ma devo ben spiegare perché ho scritto «Dialogo in Samaria»), ricordo il giorno in cui mi volli sostituire anche alla morte dell’Altro.

Si era nel luglio del ‘45 e nelle case del mio paese non erano rimasti che gli ammalati all’ultimo stadio e i ricercati della repubblica di Salò perché tutti si erano inquadrati nel corteo che accompagnava al cimitero la salma di un partigiano, ucciso in montagna durante l’inverno, cui si stava discutendo in comune (lo si chiamava ancora municipio) di dedicare la via principale del paese.

Non so se fu per il rimorso di non essere stato con lui in montagna o perché molte ragazze, fra le più belle del mio paese, piangevano o perché faceva molto caldo o perché, a volte, capita qualche cosa di dentro che non si saprà mai spiegare, il fatto è che desiderai con tutte le mie forze di essere in quella bara.

Penso che fu la prima volta che ebbi quel desiderio; e fu anche l’ultima. Né posso ragionevolmente presumere che, quando sarò davvero in una bara, un diciottenne senta il desiderio, con tutte le sue forze, di essere al mio posto.

Fu anche il vertice, come ognuno può facilmente immaginare, della mia teoria sulla sostituzione perché ero riuscito a fare sintesi della vita e della morte: il che non capitò nemmeno alle streghe medioevali o agli alchimisti del secolo XVII.

Ma fu anche il momento in cui scopersi che le teorie non valgono niente; una scoperta che mi fece molto piacere perché assecondò quel diavoletto che porto sempre dentro di me e che mi spinge a dire no perché gli altri mi dicono di dire sì se non interviene l’angioletto, che pure porto dentro di me, ad aggiustare i cocci e a farmi fare di più di quanto il sì avrebbe presupposto.

Non è che sempre ci riesca perché il diavoletto è piuttosto petulante e insinuante; ma questo non c’entra con la scoperta che potenziò il mio desiderio di non essere incasellato nemmeno in una teoria anche se era un parto del mio ingegno che credevo, allora, affine a quello di Pascal.

A parte la teoria della sostituzione, lo stimolo verso l’Altro (la povera gente, ripeto) mi pungolava pur non comprendendo bene quanta letteratura potesse esserci dentro.

Poi si cominciò a parlare dalle piazze e dai pulpiti dei comunisti. Scopersi ad una fiera del libro un volumetto di Berdiaeff sul problema del comunismo e me lo divorai.

L’etichetta al mio modo di ragionare e di sentire mi fu appiccicata subito: ero un generoso ma potevo fare il gioco dei comunisti perché dicevo che esisteva la povera gente. L’etichetta non mi si scollò nemmeno quando battei anch’io le mani, nel duomo della mia città, alla crociata. Non è che ne provi vergogna (non per l’etichetta, dico, ma per i battimani) perché oggi troverei mille persone che hanno studiato i comportamenti di massa pronte ad assolvermi a due braccia; ne provo solo sollievo per non averle più battute in seguito.

Insomma, divenni di sinistra e quando uno era di sinistra si scrollava la testa perché poteva diventare, da un momento all’altro, un cavallo di Troia o un utile idiota.

Confesso che a vent’anni non compresi perché mi definissero di sinistra; figuriamoci se lo posso comprendere oggi che ne ho quaranta (Dio mio, quarant’anni! e pensare che quando ero un ragazzo guardavo ai quarantenni come a gente straordinaria!).

Mi pare che la vita se la rida di queste distinzioni; ed io cerco di ridere con essa anche se mi da terribilmente sui nervi il farmi catalogare di sinistra se dico che ammazzare nel Vietnam, per esempio, non ha niente a che vedere con la difesa della libertà o che la segregazione razziale la possono praticare solo le bestie.

Non è, con questo, che ci tenga a farmi definire di destra. Ho avuto ed ho molte tentazioni ma, su questo punto, il mio diavoletto è assolutamente impotente.

Se ci fosse proprio da scegliere, sceglierei quella parte dove ci fosse più povera gente. Ma c’è proprio bisogno di aggiungere un’altra scelta a quelle che quotidianamente bisogna fare? Non basta mostrarsi per quello che si è e si pensa?

Ma forse mi sbaglio. Può darsi che dividere gli uomini tra sinistra e destra sia una necessità contabile.

Chiudo l’argomento perché la matematica mi ha sempre attratto per l’eleganza della disposizione dei numeri nei miei testi di scuola ma non l’ho mai seriamente studiata.

E così, tirando avanti fra l’istinto del piccolo borghese e quello dell’eroe, m’incontrai col «DIALOGO».

Qui ci siamo, mi dissi. Qui non c’è più né destra né sinistra. Qui c’è l’uomo. È il momento che ridivento ragazzo e vado in cerca di Francesco senza inventare un’altra teoria.

Ci si mise anche la «Chiesa dei Poveri» a pungolarmi, tanto da farmi dire che c’era un sole splendente quando aprivo le imposte al mattino anche se il nebbione impastava ogni cosa.

Ero felice. Lo sono ancora. Ma ora con la preoccupazione di non scialacquare ogni mattina la mia felicità dicendo che c’è sole anche quando c’è nebbia perché, non si sa mai, una scorta di felicità occorre, per tirarla fuori nel caso che lo Sposo dovesse tardare a farci sedere tutti al medesimo banchetto, senza sinistra né destra.

Non ho paura che i ladri me la possano rubare perché è ben custodita in un volumetto tascabile che avrei portato con me sulle montagne, se fossi andato coi partigiani. Ogni sua pagina è tutta la mia scorta di felicità.

Ma una me la fa venire subito a fior di pelle quando penso al «Dialogo»: ed è il capitolo IV dell’Evangelo secondo Giovanni. Mi ci trovo in piena libertà, senza timore che un esegeta mi dica che non ci ho capito nulla. Non mi interessa. Ci ho capito quello che ci potevo capire. E mi basta perché intravedo che sono soltanto al piccolo inizio di una grande scoperta che affretto con la Speranza.

Insomma, voglio dire che queste riflessioni sul «Dialogo in Samaria» hanno senso se si tiene conto che, da ragazzo, inventai la teoria della sostituzione, che fui etichettato di sinistra e che oggi il capitolo IV di S. Giovanni mi dà tanta gioia da non farmi essere, quando la voglio esprimere come nel corso di queste pagine, per niente chiaro e tanto meno logico. Per lo meno per quelli che non sono innamorati.

Chiedo perdono di quest’ultima battuta (e di tante altre). È il mio diavoletto che, ogni tanto, vuole innocentemente la sua piccola parte.

 
 

 

 
  Copertina

Dialogo in Samaria