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Ma per me fu il
giorno delle meraviglie. Per la prima volta in vita mia indossavo la tuta
e, con gli stessi sentimenti, più o meno, dell’aspirante monaco cui
impongono lo scapolare dopo avergli rapato la testa, entravo nel grande
reparto. Avevo l’impressione di essere piuttosto goffo e che tutti mi
guardassero scoprendo, alla prima occhiata, la mia familiarità con la
carta stampata cui s’aggiungeva quell’indefinibile misurazione di
gesti che ti fa dire: To’, sembra un prete. Adesso ci rido sopra a quell’impressione che mi portava, confusamente, in gola gli stessi
sentimenti che dovettero circondare padre Adamo quando cercò una foglia
di fico; ma allora chi poteva immaginare che, per i miei compagni di
lavoro, anche il solo pensiero di un prete in tuta (la tuta del magazzino,
si capisce, non quella che si può mettere per una visita ufficiale,
magari con tanto di elmetto in testa, secondo le buone norme
dell’antinfortunistica) era più lontano di quello che terra e luna
potessero darsi la mano e danzare il valzer negli spazi siderali.
Insomma,
io pensavo: adesso s’accorgono che sono un prete, e loro pensavano: è
arrivato uno nuovo a respirare questo gas. Deve essere un poveraccio se,
alla sua età (i miei quarant’anni erano già suonati) è finito qui.
Certamente è un siciliano, di quelli terremotati.
Effettivamente,
in quegli stessi giorni, il Nord aveva aperto il suo grande cuore al Sud e
anche alla mia fabbrica era toccato di compiere la sua buona azione, con
la bonaria complicità di un terremoto. In fondo i miei compagni avevano
visto giusto. Anch’io ero un terremotato che si trovava improvvisamente
in un altro emisfero, buttato nel grande reparto da motivazioni che non
seguivano nessuna logica, nessun sillogismo, proprio come, normalmente,
fanno i terremotati. Che se non sono siciliano, ciò non toglie nulla alla
loro intuizione; i terremoti si sbizzarriscono sempre in terre lontane e
io venivo da una terra sconosciuta, quanto la Sicilia. I miei compagni mi
accolsero come si accoglie un nuovo compagno di gas [...]
[...]
Un altro giorno, a pochi passi da noi, cammina un siciliano terremotato.
Parliamo del terremoto. Anche gli operai della fabbrica hanno dato mille
lire per i terremotati. Lui, Giuseppe, ha una bambina che fa la quarta
elementare. Gli ha detto: Papà, c’è a scuola, con noi, una bambina
siciliana, di quelle terremotate. "In cui" io le ho detto: Chissà,
poveretta, come si sentirà smarrita a scuola; si troverà in difficoltà
per i compiti, aiutala un poco, falla venire a casa e farete i compiti
assieme. Hanno cominciato a fare i compiti assieme e ho visto che la
bambina era vestita leggera, perché in Sicilia fa meno freddo di qui, in
questa buca. Allora dico alla mia bambina: Tu hai tre cappotti, dagliene
uno. Le abbiamo dato anche un paio di scarpe perché la mia bambina ne
aveva tre paia. Ho visto che tutte e due erano contente. Poi le ho chiesto
di farmi conoscere il suo papà: Perché non vieni domani sera con tuo papà
e tua mamma a cena qui? E vennero. Sai, una cena da poveri, ma con la
cotoletta, la pastasciutta e del buon vino. Poi ho dato al papà, in una
busta, cinquemila lire. Un niente, lo so, ma anch’io sono un operaio e
mia moglie è sempre ammalata. Se non ci si aiuta tra noi poveri, "in
cui" i ricchi sono egoisti e non mollano niente.
Io,
prete, mi sento un verme. Non ho fatto niente per i terremotati. La mia
sola scusa è che non ho nessuna figlia. Ma non è questa la bastonatura
di Giuseppe. Verrà qualche giorno dopo, quando anche lui saprà che sono
prete. Con la sua solita irruenza mi vuole dire che è un cristiano, come
se prima non mi avesse parafrasato, con il suo gesto verso i terremotati
siciliani, il venticinquesimo capitolo di Matteo. E mi tira fuori tutte le
sue medagliette che garantiscono la sua partecipazione, in prima linea,
alle battaglie combattute per la fede. La prima è che va a messa tutte le
domeniche; la seconda, che paga, ogni anno, il banco nella chiesa del suo
paese d’origine, anche se lo adopera solo in occasione delle ferie [...]
Quando non sapeva che ero prete, parlando ad un uomo di cui non conosce
nulla, se è ateo, musulmano, concubino, Giuseppe mi dà una lezione di
autentica vita cristiana; ora che parla ad un prete, vuole entrare in
quella che crede la mia ottica, mi vuole confortare dicendomi che ci sono
dei credenti anche in fabbrica, e fa consistere la sua vita cristiana in
quanto Cristo aveva negato essere segno di essa. Mi copro di vergogna
perché questo ribaltamento di valori non può essere stato operato che
dai preti. [...]
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