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Pane di grano duro per una viandante

di Rita Mazzocco

Pane di

grano duro

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Sono una viandante di scritture. E non impugno questa penna per parlare di me. Ma comincio dal mio ruolo in questo regno ambiguo e affascinante dello scrivere e del leggere lo scritto altrui (è volontario che preferisca il termine alla “scrittura”).

Perché ho bisogno, io stessa, di “darmi un titolo” e di dire, a me stessa, a che titolo violo il confine delle mie ciglia ondeggianti in consonanza alla direzione del mio occhio che segue, a schermo, il dipanarsi delle parole di Ida e mi prendo di peso, arbitrariamente, tra le braccia rimboccando il polsino e mettendo mano al foglio, per scrivere, per scriverne.

Non c’è spazio, non c’è “lasciapassare” per entrare nella “scrittura”. La scrittura è un processo irrimediabilmente singolare, anche quelle volte in cui si presume “collettiva”, a quattro mani o sei, come una sinfonia.

Ma lo scritto è un prodotto, un frutto che cade dall’albero e più non appartiene – non più del tutto – al ramo che l’ha generato. Porta in sé il germe del seme, humus e tracce di vento, rigature d’acqua piovana e ferite di potatura, una potenzialità d’esistenza che si compie e realizza solo nell’attimo in cui, slitta di verbo e d’azione, e da “scritto” diviene “letto”.

Ora, prendo a quattro mani (e due sono i miei occhi, ché la lettura è una forma minimale e intensa d’abbraccio) il frutto che IdaKrot ha liberato dal suo ramo e mi concedo l’ardire di assaggiarlo, morderlo, ingoiarlo, assorbirlo e sentirlo mio. Un seme da cui potrebbe nascere altro frutto. La relazione scrittore-lettore è un’ipotesi creativa, una scommessa di eternità di “eternazione”.

Sono una viandante di scritture, dunque; e nel percorso mi imbatto in cave e fossi, baite e radure; qualche volta resto, altre fuggo, certe altre riposo, altre ancora tengo spalancati gli occhi.

La scrittura è “un luogo”. La scrittura di Ida è un luogo multidimensionale: non solo spazio, ma tempo. Luogo dei luoghi e luogo degli istanti, degli attimi e degli anni.

I luoghi hanno coordinate e intelaiature che li sostengono. La tenuta di uno scritto, ciò che – a mio avviso – ne fa meta e non stazione di transito distratto, ne fa viaggio e non scalo, si fonda sulla solidità della trama di tessuto che ne disegna e sostiene e perpetua lo spazio “abitabile”.

Ci sono scritture che sono luoghi inaccessibili, altre che sono discese scivolose o salite ripide, vicoli ciechi o stanze asfittiche, orizzonti illimitati che smarriscono o boschi intricati, castelli che deludono se privi di fantasmi.

E ci sono scritture che accolgono in spazi capaci di intercambiarsi coi tempi, e tempi che si fanno a loro volta luoghi.

Ecco, lo “scritto” di Ida è un tempo-luogo dalle coordinate salde e dalle intelaiature elastiche. E queste non sono gli angoli, i perimetri, le pareti. Sono gli odori, gli spessori, le voci e gli echi, i rimbalzi delle immagini sullo specchio ustorio delle emozioni. Sono i cordami che legano alla terra e salvano dal largo degli oceani che smarriscono; sono il vento che spinge al largo e la sua eco nel fischio che riconduce a riva; sono il sestante dei richiami certi e del sentire universale, rassicurante nel suo abito di festa del paese. Sono la solidità delle calate dialettali e l’esperanto del battito dei cuori.

Mi sono addentrata in questo luogo e ho indossato quel tempo, a capo chino e narici spalancate per annusare gli odori del vento di altre vite ed altre storie, e le ho sfidate a indossarmi, ho sfidato lo scritto a calzarmi per dare senso, meta e direzione al mio inquieto andare da viandante.

E il miracolo avviene. Mi entra nella gola la voce antica che parla una lingua non mia e la traduce battito a battito.

Accolta in questo “luogo”, mi trasformo nelle Donne di Ida, mentre mi trapassano le sue Metafore e tra le mani mi si solidificano Ricordi non miei, con tenerezza incontenibile e dignità da inchino.

Mi avvolge la levità di una poesia che danza e la solidità di una pelle bruciata dalla ruvidità di un tempo andato e duro, come il grano del pane che Ida spezza con chi entra nel suo spazio. Mi sento, io stessa, terra e grano, pane integrale di vissuto filtrato per l’anima come nel setaccio di un cuore universale.

Viandante, seggo negli angoli  perché mi aderiscano alla forma delle spalle, guardo i fiori ondeggiare sui balconi, ascolto e ripeto a mezze labbra le voci e i suoni, sento che qui è possibile. Che questo luogo è. Che non resterà deluso chi entra e lo percorre. Perché questo di Ida è un luogo in cui le immagini, le parole, le emozioni sono guide accorate, affidabili, appassionate:

“Ti danno sempre il tempo di pensarci e ripensarci, smontando e rimontando le valigie ad aspettare sempre un altro treno.”

 

Non c’è luogo più caro a un viandante, a questa modesta viandante che son io, di quello che fa rimpiangere di doverlo lasciare e andare via; ma andare viva. Nutrita di buon pane. Di grano duro.

Tenero e rude, come una carezza di mano infarinata che lascia sul viso una traccia che è dolce e lieve tornare ad assaggiare.

 

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