Immagini dal catalogo

Storie di fiume

 

in

I mestieri di Po

Navaroli, renaioli, contadini, lavandaie

a cura di Osvaldo Galli e Giovanni Giovannetti

Effigie, 2006

pp. 13-39

 

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Grazie a Giovanni Giovannetti / Effigie per la concessione del testo

     
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Giovanni Giovannetti: Bugie automatiche e altre storie

[...] Nel Novecento Cremona è stata una fucina di talentuosi fotografi e documentaristi, dilettanti o di mestiere, che in qualche caso hanno saputo creare una vera e propia epica del lavoro contadino e di fiume: da Torquato Zambelli (1882-1957) ai già citati Fazioli e Morandi; da Ezio Quiresi (1925) a Sandro Talamazzini (1924), da Francesco Pinzi (1946) ad Antonio Leoni (1936) da Luisito Bianchi (1927) a Luigi Ghisleri (1936). Zambelli è tra i primi, nel Cremonese, a documentare il lavoro dei contadini. Di Quiresi sono riprese in questo volume alcune belle immagini sui mestieri di fiume al crepuscolo, negli anni Sessanta. A illustrare il lavoro di Talamazzini bastino la limpida sequenza-racconto sul lavoro dei giarö e i suoi film-documentari come Renaioli del Po (1953, un reportage che mescola verità storica ed elaborazione fantastica) e “corti”, come Michelina mangiafuoco (girato nel 1957 in 16 mm e accolto con molto favore da Roberto Rossellini) o La giornata di Arcobaleno (1959, la disincantata storia di un cavallo da tiro raccontata da lui medesimo). Pinzi, sindacalista e fotografo, è l’eccellente cronista del movimento dei lavoratori cremonesi, e uno dei fondatori, nel 1983, dell’Archivio storico della Cgil locale. Bianchi, sacerdote e scrittore di Vescovato, nel 1963 dedica alla vita di cascina e ai lavoratori agricoli la sua tesi di laurea; tesi che poi pubblicherà nel 1968 (Salariati, ormai introvabile ma scaricabile in internet: www.orasesta.it). Leoni, fotogiornalista di professione, è autore di numerosi reportage e pubblicazioni dedicati ai luoghi e ai mestieri della tradizione, come la cascina cremonese e i cordai di Castelponzone. Come Giuseppe Morandi, Ghisleri racconta il mondo dei contadini nel traumatico passaggio dalla civiltà arcaica alla recente dittatura delle macchine e alle sue conseguenze, nel bene e nel male, su vita e lavoro: il ricco pluralismo etnico e culturale portato dai nuovi lavoratori stranieri e la corruzione del paesaggio agrario dopo l’abbandono di buona parte dei vecchi casoni e delle vecchie cascine e la razionalizzazione produttiva nelle campagne.

L’elenco potrebbe continuare […].

 

in, I mestieri di Po, Effigie, 2006, pp. 192-193

 
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