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Giovanni
Giovannetti:
Bugie automatiche e altre storie
[...] Nel Novecento Cremona è
stata una fucina di talentuosi fotografi e documentaristi, dilettanti o di
mestiere, che in qualche caso hanno saputo creare una vera e propia epica
del lavoro contadino e di fiume: da Torquato Zambelli (1882-1957) ai già
citati Fazioli e Morandi; da Ezio Quiresi (1925) a Sandro Talamazzini
(1924), da
Francesco
Pinzi (1946) ad Antonio Leoni (1936) da
Luisito Bianchi (1927)
a Luigi Ghisleri
(1936). Zambelli è tra i primi, nel Cremonese, a documentare il lavoro dei
contadini. Di Quiresi sono riprese in questo volume alcune belle immagini
sui mestieri di fiume al crepuscolo, negli anni Sessanta. A illustrare il
lavoro di Talamazzini bastino la limpida sequenza-racconto sul lavoro dei
giarö e i suoi film-documentari come Renaioli del Po (1953,
un reportage che mescola verità storica ed elaborazione fantastica) e
“corti”, come Michelina mangiafuoco (girato nel 1957 in 16 mm e
accolto con molto favore da Roberto Rossellini) o La giornata di
Arcobaleno (1959, la disincantata storia di un cavallo da tiro
raccontata da lui medesimo). Pinzi, sindacalista e fotografo, è
l’eccellente cronista del movimento dei lavoratori cremonesi, e uno dei
fondatori, nel 1983, dell’Archivio storico della Cgil locale. Bianchi,
sacerdote e scrittore di Vescovato, nel 1963 dedica alla vita di cascina e
ai lavoratori agricoli la sua tesi di laurea; tesi che poi pubblicherà nel
1968 (Salariati,
ormai introvabile ma scaricabile in internet: www.orasesta.it). Leoni,
fotogiornalista di professione, è autore di numerosi reportage e
pubblicazioni dedicati ai luoghi e ai mestieri della tradizione, come la
cascina cremonese e i cordai di Castelponzone. Come Giuseppe Morandi,
Ghisleri racconta il mondo dei contadini nel traumatico passaggio dalla
civiltà arcaica alla recente dittatura delle macchine e alle sue
conseguenze, nel bene e nel male, su vita e lavoro: il ricco pluralismo
etnico e culturale portato dai nuovi lavoratori stranieri e la corruzione
del paesaggio agrario dopo l’abbandono di buona parte dei vecchi casoni e
delle vecchie cascine e la razionalizzazione produttiva nelle campagne.
L’elenco potrebbe continuare
[…].
in, I mestieri di Po,
Effigie, 2006, pp. 192-193 |