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Forse è
sempre stato così, ma oggi la disparità e la diacronicità della condizione
umana nella città mi colpisce molto.
Inciampo
su questa brutta parola, “diacronicità”, perché riassume il dato di
partenza di questa nota: la compresenza nella città di condizioni storiche
molto diverse tra loro.
Parlo
delle diverse condizioni nelle quali l’uomo si è trovato a
vivere/sopravvivere/morire sulla crosta solido/liquida di questo pianeta.
Condizioni
economiche, ma anche sociali, insediative, produttive, igieniche,
eccetera.
Insomma
parlo del pacchetto di relazioni tra uomo e uomo, tra umani e animali, tra
umani e risorse del territorio che via via costituisce, caratterizzandole,
le varie modalità storiche e proto-storiche della nostra esistenza.
Forse non
me ne ero mai accorto, mentre magari tutti lo sapevano, ma oggi la società
e la città che abbiamo costruito ospita tutte le condizioni umane della
storia, dai cacciatori raccoglitori, agli agricoltori, agli allevatori, ai
cavernicoli, ai nomadi, fino ai contemporanei annidati in quelle che
vorrebbero fossero fortezze imprendibili e molto separate dagli
altri, cioè da quelli che, magari a poca o pochissima distanza, vivono in
condizioni tipiche di stadi del tempo umano assai precedenti.
Sulla
condizione della maggioranza (maggioranza per quanto ancora?) occidentale
contemporanea, che si vuole protetta e garantita e sicura, che punta
all’esclusione da tutto ciò che non la riguarda e non la rispecchia,
occorre tornarci su, per provare a definirla, ma subito mi preme dire
degli altri.
Premetto
che non ne so molto, perché finora ho sempre vissuto nelle schiere dei
garantiti, ma anch’io ho occhi per vedere, per cogliere la realtà e i suoi
indizi.
Dunque
butto lì degli elementi per un quadro certamente da verificare.
Nell’antica metropoli mediterranea dove vivo, Roma, la Città di Dio,
coesistono e reciprocamente interferiscono, da quasi tremila anni, le
impronte e talvolta le tracce molto consistenti delle città precedenti.
In tutte
le città ci possiamo muovere, oltre che nello spazio, anche nel tempo: a
Roma, se ti metti a camminare dalla periferia verso il centro puoi
accorgerti facilmente che stai risalendo nel tempo, che attraversi via via
ambienti urbani sempre più antichi, fino alla città del Cinquecento, dove
troverai inserti molto più remoti, edifici medievali, frammenti di città
romana, persino manufatti preistorici.
Tutto si
mescola, ogni cosa accanto, oppure sotto, oppure sopra, o dentro
all’altra.
Ogni cosa
risente, più o meno direttamente, di ciò che in quel luogo l’ha preceduta.
Tutto
questo è noto e fa parte dei motivi per i quali la Città di Dio è così
famosa.
Ed è il
motivo principale per il quale mi è sempre apparsa sporca e poco chiara,
ambigua, traditrice.
Ma gli
umani, quelli che assieme a me sono vivi qui e adesso, quelli coi quali
condivido questi spazi e l’esperienza di esistere nel mondo agli inizi del
Secolo Ventunesimo (contato a partire dalla data di nascita di un
profeta), gli umani, dicevo, avevo sempre presunto che condividessero più
o meno il mio stesso “stadio di civiltà”.
Ma non ci
avevo ben riflettuto, perché non è così.
Quella dei
manufatti non è la sola rilevante diacronicità di Roma.
Cosa sono
quelle persone che emergono dai canneti del greto e si affrettano sui
camminamenti oltre il guardrail del Viadotto, spingendo carrelli da
super-mercato, trascinandosi trolley stracolmi, se non
cacciatori-raccoglitori che accumulano le deiezioni metropolitane e le
usano come risorsa?
E le
caverne di tufo sull’Aniene, all’altezza di Ponte Mammolo, da chi sono
abitate se non da trogloditi?
E i nomadi
degli accampamenti?
E gli
agricoltori che coltivano ovunque orti più o meno abusivi, che accudiscono
serre di plastica, piccole vigne insediate tra i raccordi degli svincoli?
Quelli che
abitano lunghe file di baraccacce fatte di materiali residuali, senza luce
né acqua, in grandi insediamenti che a sera fumano dei fuochi accesi tra
plastiche dismesse e rifiuti, cosa sono se non umani allo stadio iniziale
dell’umanità, senza un vero tetto sulla testa, senza nessuno che li
protegga, senza mezzi certi di sostentamento, senza legge né
riconoscimento di esistenza?
Cos’altro
sarebbero se non uomini che vivono ad uno stadio pressoché selvaggio,
senza essere selvaggi, senza possedere cioè la sapienza materiale
necessaria per quella vita, senza poterla naturalmente accettare come
l’unica possibile?
Spesso,
affacciandomi alla finestra vedo - sulla montagnola coperta delle solite
sterpaglie e cosparsa dai soliti manufatti incongrui e mal costruiti,
oltre il nodo di scambio tra la FR3 e la linea A della metro, dove un
gruppo di edifici cerca inutilmente di esprimere valori di modernità,
efficienza & tecnologia - pecore al pascolo, con tanto di pastore e grossi
cani bianchi, pelosi.
Fino a
qualche anno fa, su quei pratazzi scoscesi, desolati e un po’ sconci, che
stanno a meno di cinquecento metri dalle mura vaticane, si pascevano anche
misteriosi e bei cavalli.
Allevatori
di bestiame in pieno centro, questo propone una delle capitali
d’Occidente, gente che evidentemente da quel mestiere ricava reddito e
dunque, finché può, non lo abbandona, nonostante ci sembri una stranezza
anacronistica, un arcaismo.
I
raccoglitori, invece, che rispetto agli allevatori si situerebbero ad un
precedente stadio evolutivo dell’umano, usano come risorsa l’immenso
surplus prodotto dal territorio metropolitano, radunando, talvolta
rubando, enormi quantità di materiali di scarto che avviano al riciclo,
come batteri metabolizzatori di rifiuti e organismi morti, con la loro
brava funzione di utilità per l’organismo urbano.
Si nutrono
dell’urbs cioè della città fisica, tenendosi di solito lontani
dalla civitas cioè dalla città sociale, dalla comunità insediata
che a malapena li tollera, o meglio che ne consente l’esistenza a patto
che si tengano alla larga dalla città consolidata, purché razzolino fuori
portata dello sguardo dei garantiti, e di quelli che si credono tali,
mentre da quello stato preistorico li separano solo poche, pochissime,
migliaia di euro di reddito mensile.
Solo i
nomadi puri e duri - quelli che ti guardano negli occhi e ti chiedono se
hai soldi per loro, quelli che al mercato, in metropolitana, in autobus,
riescono talvolta a rubarti il portafoglio – si alimentano direttamente,
quando ci riescono, della civitas, come hanno fatto sempre i nomadi
con le società stanziali, che un tempo razziavano e oggi sono costretti a
parassitare.
Nelle
pieghe e negli interstizi della città dove tendono ad accumularsi
sporcizia e un infinito lerciume d’abbandono, si annidano gli organismi
preistorici che lo filtrano e se ne nutrono, vagliandolo pezzo a pezzo,
rimettendolo così in circolo, cioè nel ciclo che ri-produce l’infinità di
oggetti di ogni tipo di cui crediamo di aver bisogno. |
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