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Francesco Pecoraro

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Ponte Mammolo

 
 

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Osservare un grumo di immondizia

 
 

 
 

Forse è sempre stato così, ma oggi la disparità e la diacronicità della condizione umana nella città mi colpisce molto.

Inciampo su questa brutta parola, “diacronicità”, perché riassume il dato di partenza di questa nota: la compresenza nella città di condizioni storiche molto diverse tra loro.

Parlo delle diverse condizioni nelle quali l’uomo si è trovato a vivere/sopravvivere/morire sulla crosta solido/liquida di questo pianeta.

Condizioni economiche, ma anche sociali, insediative, produttive, igieniche, eccetera.

Insomma parlo del pacchetto di relazioni tra uomo e uomo, tra umani e animali, tra umani e risorse del territorio che via via costituisce, caratterizzandole, le varie modalità storiche e proto-storiche della nostra esistenza.

Forse non me ne ero mai accorto, mentre magari tutti lo sapevano, ma oggi la società e la città che abbiamo costruito ospita tutte le condizioni umane della storia, dai cacciatori raccoglitori, agli agricoltori, agli allevatori, ai cavernicoli, ai nomadi, fino ai contemporanei annidati in quelle che vorrebbero fossero fortezze imprendibili e molto separate dagli altri, cioè da quelli che, magari a poca o pochissima distanza, vivono in condizioni tipiche di stadi del tempo umano assai precedenti.

Sulla condizione della maggioranza (maggioranza per quanto ancora?) occidentale contemporanea, che si vuole protetta e garantita e sicura, che punta all’esclusione da tutto ciò che non la riguarda e non la rispecchia, occorre tornarci su, per provare a definirla, ma subito mi preme dire degli altri.

Premetto che non ne so molto, perché finora ho sempre vissuto nelle schiere dei garantiti, ma anch’io ho occhi per vedere, per cogliere la realtà e i suoi indizi.

Dunque butto lì degli elementi per un quadro certamente da verificare.

Nell’antica metropoli mediterranea dove vivo, Roma, la Città di Dio, coesistono e reciprocamente interferiscono, da quasi tremila anni, le impronte e talvolta le tracce molto consistenti delle città precedenti.

In tutte le città ci possiamo muovere, oltre che nello spazio, anche nel tempo: a Roma, se ti metti a camminare dalla periferia verso il centro puoi accorgerti facilmente che stai risalendo nel tempo, che attraversi via via ambienti urbani sempre più antichi, fino alla città del Cinquecento, dove troverai inserti molto più remoti, edifici medievali, frammenti di città romana, persino manufatti preistorici.

Tutto si mescola, ogni cosa accanto, oppure sotto, oppure sopra, o dentro all’altra.

Ogni cosa risente, più o meno direttamente, di ciò che in quel luogo l’ha preceduta.

Tutto questo è noto e fa parte dei motivi per i quali la Città di Dio è così famosa.

Ed è il motivo principale per il quale mi è sempre apparsa sporca e poco chiara, ambigua, traditrice.

Ma gli umani, quelli che assieme a me sono vivi qui e adesso, quelli coi quali condivido questi spazi e l’esperienza di esistere nel mondo agli inizi del Secolo Ventunesimo (contato a partire dalla data di nascita di un profeta), gli umani, dicevo, avevo sempre presunto che condividessero più o meno il mio stesso “stadio di civiltà”.

Ma non ci avevo ben riflettuto, perché non è così.

Quella dei manufatti non è la sola rilevante diacronicità di Roma.

Cosa sono quelle persone che emergono dai canneti del greto e si affrettano sui camminamenti oltre il guardrail del Viadotto, spingendo carrelli da super-mercato, trascinandosi trolley stracolmi, se non cacciatori-raccoglitori che accumulano le deiezioni metropolitane e le usano come risorsa?

E le caverne di tufo sull’Aniene, all’altezza di Ponte Mammolo, da chi sono abitate se non da trogloditi?

E i nomadi degli accampamenti?

E gli agricoltori che coltivano ovunque orti più o meno abusivi, che accudiscono serre di plastica, piccole vigne insediate tra i raccordi degli svincoli?

Quelli che abitano lunghe file di baraccacce fatte di materiali residuali, senza luce né acqua, in grandi insediamenti che a sera fumano dei fuochi accesi tra plastiche dismesse e rifiuti, cosa sono se non umani allo stadio iniziale dell’umanità, senza un vero tetto sulla testa, senza nessuno che li protegga, senza mezzi certi di sostentamento, senza legge né riconoscimento di esistenza?

Cos’altro sarebbero se non uomini che vivono ad uno stadio pressoché selvaggio, senza essere selvaggi, senza possedere cioè la sapienza materiale necessaria per quella vita, senza poterla naturalmente accettare come l’unica possibile?

Spesso, affacciandomi alla finestra vedo - sulla montagnola coperta delle solite sterpaglie e cosparsa dai soliti manufatti incongrui e mal costruiti, oltre il nodo di scambio tra la FR3 e la linea A della metro, dove un gruppo di edifici cerca inutilmente di esprimere valori di modernità, efficienza & tecnologia - pecore al pascolo, con tanto di pastore e grossi cani bianchi, pelosi.

Fino a qualche anno fa, su quei pratazzi scoscesi, desolati e un po’ sconci, che stanno a meno di cinquecento metri dalle mura vaticane, si pascevano anche misteriosi e bei cavalli.

Allevatori di bestiame in pieno centro, questo propone una delle capitali d’Occidente, gente che evidentemente da quel mestiere ricava reddito e dunque, finché può, non lo abbandona, nonostante ci sembri una stranezza anacronistica, un arcaismo.

I raccoglitori, invece, che rispetto agli allevatori si situerebbero ad un precedente stadio evolutivo dell’umano, usano come risorsa l’immenso surplus prodotto dal territorio metropolitano, radunando, talvolta rubando, enormi quantità di materiali di scarto che avviano al riciclo, come batteri metabolizzatori di rifiuti e organismi morti, con la loro brava funzione di utilità per l’organismo urbano.

Si nutrono dell’urbs cioè della città fisica, tenendosi di solito lontani dalla civitas cioè dalla città sociale, dalla comunità insediata che a malapena li tollera, o meglio che ne consente l’esistenza a patto che si tengano alla larga dalla città consolidata, purché razzolino fuori portata dello sguardo dei garantiti, e di quelli che si credono tali, mentre da quello stato preistorico li separano solo poche, pochissime, migliaia di euro di reddito mensile.

Solo i nomadi puri e duri - quelli che ti guardano negli occhi e ti chiedono se hai soldi per loro, quelli che al mercato, in metropolitana, in autobus, riescono talvolta a rubarti il portafoglio – si alimentano direttamente, quando ci riescono, della civitas, come hanno fatto sempre i nomadi con le società stanziali, che un tempo razziavano e oggi sono costretti a parassitare.

Nelle pieghe e negli interstizi della città dove tendono ad accumularsi sporcizia e un infinito lerciume d’abbandono, si annidano gli organismi preistorici che lo filtrano e se ne nutrono, vagliandolo pezzo a pezzo, rimettendolo così in circolo, cioè nel ciclo che ri-produce l’infinità di oggetti di ogni tipo di cui crediamo di aver bisogno.

 
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