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[omissis]
[...] e
varie vicissitudini, in questi ultimi anni, che mi hanno portato più volte
a considerare il perché, il percome, a farmi domande senza avere risposte,
un atto di masturbazione unico e continuo senza mai arrivare alla fine
naturale e logica.
Sono felice
di risentirti, dopo così tanto tempo: provo a pensare a quanto ci hai
speso a rintracciarmi, quando ho lasciato il Cavour abitavo ancora in
centro a Torino. Però spesso ci ripenso a quegli anni, anzi, a quell'anno,
quando F.C. mise incinta la sua ragazza e il gruppo di CL ne fece una
bandiera di progresso, poteva abortire, invece no, i due han riparato ai
loro torti con un matrimonio, adesso il bambino avrà almeno vent'anni e
chissà se è stata una famiglia felice.
Io felice
non lo sono, forse mi manca il supporto di qualcosa, qualcosa che ho
cercato nell'alcool, nelle scopate in giro. Carne da letto non me ne è mai
mancata, ho la parlantina sciolta e un bel fisico, anche adesso a
trentasei anni faccio la mia bella figura. E non ho mai avuto bisogno di
aiuti dal cielo, di conforti, di filosofia tradotta in canti domenicali
imbarazzanti.
In chiesa ci
andavo da bambino, una chiesa dietro i Poveri Vecchi, il messale era bello
da morire, mi piaceva, bianco e con una riproduzione della Madonna che ora
a ripensarci sembrava fatta da Klee e comunque la ritualità, il sabato
sera alle diciotto puntuali, io e mia nonna, le mani giunte, la caramella
alla fine perché ero stato bravo. Poi son venuti gli anni della
ribellione, della contestazione, ho fatto la comunione studiando fuori
dall'aula perché don Brizio sbatteva fuori me e Felicita, i nostri
genitori erano divorziati e quindi noi peccatori. Non ti ho mai raccontato
che mio fratello dovette essere battezzato giù in Langa, dove affittavamo
una cascina, perché nessuno voleva dargli i sacramenti, era nato fuori dal
matrimonio.
Il
matrimonio, che stronzata, un documento firmato in cambio di una
scenografia, quando mi invitano io passo il tempo della cerimonia fuori, a
guardare l'architettura della chiesa, della canonica, di solito entro in
un'edicola e compro riviste spesse e piene di pubblicità. Fumo più del
necessario, di solito, e cammino in circolo con le mani in tasca in attesa
che finiscano la pagliacciata là dentro, tutto un apparato messo in piedi
per far vedere vestito, fiori e cose così. Il prete di solito, quelli che
sposa, li rivede per la lunga in una cassa anni e anni dopo. È insultante,
tutto questo, dovrebbero proibirlo, è insultante per chi ci crede,
insultante per chi ci vive. Io ho la coscienza a posto: non entro neanche,
in navata, se proprio devo sto in fondo, al buio, lontano, specie al segno
di pace. Non ho capito perché io debba far pace con te: non ti conosco e
c'è sempre la possibilità che domani tu mi investa con la macchina e mi
renda storpio e tanta pace in quel caso non l'avrò, anzi.
[...] ho
conosciuto un missionario in pensione, per caso, ad una mostra fotografica
sui preti operai e don Luisito Bianchi. Vado a trovarlo spesso, dopo il
lavoro. Mi destabilizza: ridacchia ai proclami di castità del Pastore Tedesco
-lo chiama così, giuro-, gli urla, al televisore, di andarci, in Africa, a
vederli scopare come conigli e poi portarti il cadavere del più piccolo,
gonfio come un pallone e la madre con l'aids, gli dice di smettere di
parlare per fini linguisti e mettersi un paio di braghe e andare in mezzo
allo schifo, alla morte, alla sera tardi quando chiudi gli occhi e ti
chiedi perché, perché di tutto questo, perché la logica non prevalga sui
bei proclami.
Lo guardo,
mi stranisce, lo ascolto: mi racconta delle bambine che da un giorno
all'altro non vanno più a scuola, vendute dalle loro famiglie. Poche
sopravvivono, almeno di mente.
Mi racconta
di Roma, mi indica il lettore cd e già lo so, vuole ascoltare le canzoni
napoletane, per risentire il suo dialetto e quando chiude gli occhi credo
pensi che lo schifo non è solo a Singapore oppure in Amazzonia, è anche
qui, dove la pietas è sostituita dalla pecunia, dove se sbagli sei un uomo
da giustificare e non da istruire. Lui parla e io lo ascolto mentre il suo
linguaggio mischia latino, inglese, francese, arranco nel seguirlo, passa
dal dannare i troppi concetti e il poco lavorare a gestazioni di
filosofie, mi chiede risposte, non so dargliele, lui parla, io lo ascolto.
Lo ascolto mentre piange per il rifiuto verso chi ha sofferto e ha chiesto
di non soffrire, e l'accettazione per chi ha fatto soffrire e non ha mai
chiesto di smettere di dare dolore.
Poi arriva
il suo vicino di stanza, novantenne, che dissente di filosofia, di libri,
gli cambia il cd, mette canti sacri, ma non gospel o gregoriani, no, mette
canzonette dei raduni e racconta dei ragazzi che lo seguono nelle varie
Giornate. Mi sembra pazzo, invasato, e più di lui l'orda di ragazzini a
fare la ola per ogni frase ad effetto che viene pronunciata durante questi
raduni.
Mi sento
razzista. Mi sembrano cretini. Prendo e me ne vado, torno a casa, alle mie
faccende.
[...] mi hai
fatto venire in mente tutto questo, con il tuo invito. Non so perché tu
voglia prendere i voti definitivamente. E perché mi voglia alla tua festa.
Sarei di imbarazzo, troppe volte la comunità della pecorella smarrita mi
ha chiuso fuori dall'ovile. Non mi chiamo più Anna, sono pronti i
documenti per diventare Marco. La mia compagna ha detto che non verrà, non
vuole più sopportare le risatine e le occhiate. Forse neanche io. Ma il
missionario che ho conosciuto e che vado a trovare spesso, dopo il lavoro,
mi ha consigliato di non rinunciare a questa occasione. Ha detto che il
dogma dell'infallibilità è come un preservativo: a volte si buca. |
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