home

Barbara Delfino

indice

Archivio
 

[omissis]

[...] e varie vicissitudini, in questi ultimi anni, che mi hanno portato più volte a considerare il perché, il percome, a farmi domande senza avere risposte, un atto di masturbazione unico e continuo senza mai arrivare alla fine naturale e logica.

Sono felice di risentirti, dopo così tanto tempo: provo a pensare a quanto ci hai speso a rintracciarmi, quando ho lasciato il Cavour abitavo ancora in centro a Torino. Però spesso ci ripenso a quegli anni, anzi, a quell'anno, quando F.C. mise incinta la sua ragazza e il gruppo di CL ne fece una bandiera di progresso, poteva abortire, invece no, i due han riparato ai loro torti con un matrimonio, adesso il bambino avrà almeno vent'anni e chissà se è stata una famiglia felice.

Io felice non lo sono, forse mi manca il supporto di qualcosa, qualcosa che ho cercato nell'alcool, nelle scopate in giro. Carne da letto non me ne è mai mancata, ho la parlantina sciolta e un bel fisico, anche adesso a trentasei anni faccio la mia bella figura. E non ho mai avuto bisogno di aiuti dal cielo, di conforti, di filosofia tradotta in canti domenicali imbarazzanti.

In chiesa ci andavo da bambino, una chiesa dietro i Poveri Vecchi, il messale era bello da morire, mi piaceva, bianco e con una riproduzione della Madonna che ora a ripensarci sembrava fatta da Klee e comunque la ritualità, il sabato sera alle diciotto puntuali, io e mia nonna, le mani giunte, la caramella alla fine perché ero stato bravo. Poi son venuti gli anni della ribellione, della contestazione, ho fatto la comunione studiando fuori dall'aula perché don Brizio sbatteva fuori me e Felicita, i nostri genitori erano divorziati e quindi noi peccatori. Non ti ho mai raccontato che mio fratello dovette essere battezzato giù in Langa, dove affittavamo una cascina, perché nessuno voleva dargli i sacramenti, era nato fuori dal matrimonio.

Il matrimonio, che stronzata, un documento firmato in cambio di una scenografia, quando mi invitano io passo il tempo della cerimonia fuori, a guardare l'architettura della chiesa, della canonica, di solito entro in un'edicola e compro riviste spesse e piene di pubblicità. Fumo più del necessario, di solito, e cammino in circolo con le mani in tasca in attesa che finiscano la pagliacciata là dentro, tutto un apparato messo in piedi per far vedere vestito, fiori e cose così. Il prete di solito, quelli che sposa, li rivede per la lunga in una cassa anni e anni dopo. È insultante, tutto questo, dovrebbero proibirlo, è insultante per chi ci crede, insultante per chi ci vive. Io ho la coscienza a posto: non entro neanche, in navata, se proprio devo sto in fondo, al buio, lontano, specie al segno di pace. Non ho capito perché io debba far pace con te: non ti conosco e c'è sempre la possibilità che domani tu mi investa con la macchina e mi renda storpio e tanta pace in quel caso non l'avrò, anzi.

[...] ho conosciuto un missionario in pensione, per caso, ad una mostra fotografica sui preti operai e don Luisito Bianchi. Vado a trovarlo spesso, dopo il lavoro. Mi destabilizza: ridacchia ai proclami di castità del Pastore Tedesco -lo chiama così, giuro-, gli urla, al televisore, di andarci, in Africa, a vederli scopare come conigli e poi portarti il cadavere del più piccolo, gonfio come un pallone e la madre con l'aids, gli dice di smettere di parlare per fini linguisti e mettersi un paio di braghe e andare in mezzo allo schifo, alla morte, alla sera tardi quando chiudi gli occhi e ti chiedi perché, perché di tutto questo, perché la logica non prevalga sui bei proclami.

Lo guardo, mi stranisce, lo ascolto: mi racconta delle bambine che da un giorno all'altro non vanno più a scuola, vendute dalle loro famiglie. Poche sopravvivono, almeno di mente.

Mi racconta di Roma, mi indica il lettore cd e già lo so, vuole ascoltare le canzoni napoletane, per risentire il suo dialetto e quando chiude gli occhi credo pensi che lo schifo non è solo a Singapore oppure in Amazzonia, è anche qui, dove la pietas è sostituita dalla pecunia, dove se sbagli sei un uomo da giustificare e non da istruire. Lui parla e io lo ascolto mentre il suo linguaggio mischia latino, inglese, francese, arranco nel seguirlo, passa dal dannare i troppi concetti e il poco lavorare a gestazioni di filosofie, mi chiede risposte, non so dargliele, lui parla, io lo ascolto. Lo ascolto mentre piange per il rifiuto verso chi ha sofferto e ha chiesto di non soffrire, e l'accettazione per chi ha fatto soffrire e non ha mai chiesto di smettere di dare dolore.

Poi arriva il suo vicino di stanza, novantenne, che dissente di filosofia, di libri, gli cambia il cd, mette canti sacri, ma non gospel o gregoriani, no, mette canzonette dei raduni e racconta dei ragazzi che lo seguono nelle varie Giornate. Mi sembra pazzo, invasato, e più di lui l'orda di ragazzini a fare la ola per ogni frase ad effetto che viene pronunciata durante questi raduni.

Mi sento razzista. Mi sembrano cretini. Prendo e me ne vado, torno a casa, alle mie faccende.

[...] mi hai fatto venire in mente tutto questo, con il tuo invito. Non so perché tu voglia prendere i voti definitivamente. E perché mi voglia alla tua festa. Sarei di imbarazzo, troppe volte la comunità della pecorella smarrita mi ha chiuso fuori dall'ovile. Non mi chiamo più Anna, sono pronti i documenti per diventare Marco. La mia compagna ha detto che non verrà, non vuole più sopportare le risatine e le occhiate. Forse neanche io. Ma il missionario che ho conosciuto e che vado a trovare spesso, dopo il lavoro, mi ha consigliato di non rinunciare a questa occasione. Ha detto che il dogma dell'infallibilità è come un preservativo: a volte si buca.

 
  Archivio  
 

chiudi