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Anna Ruchat

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Foto: Giovanni Giovannetti / Effigie

Su un doppio filo tematico e cronologico continuamente spezzato, interrotto e ripreso, è qui disposto un susseguirsi di storie che sono le storie dei personaggi elencati nella lista iniziale ma che, qui, in questo testo, sono storie senza nome in quanto narrano in un sovrapporsi di assonanze e dissonanze quell’unica grande tragedia.

Il senso di questo testo composito o di questi molti testi è però anche quello di permetterci di capire che nella letteratura man mano che tempo ci separa dagli eventi, sempre più la shoa assume il valore di un paradigma e di un monito che va ben oltre la contrapposizione vittima-carnefice così come, in forma estrema, si è prodotta allora, e che configura invece lo schema della mentalità occidentale nella situazione di conflitto. Uno schema che ancora tragicamente si ripete nei genocidi del presente.

 
   

Una fossa nell’aria

 
 

Salmen Gradowski

Victor Klemperer

Paul Celan

Primo Levi

Jean Améry

Elie Wiesel

Giobbe

Nelly Sachs

Hannah Arendt

Tadeusz Borowski

Jureck Becker

Ruth Klüger

Rosetta Loi

Lo Ching

Kathrin Schmidt

Heiner Müller

Jerom Rothenberg

Stefan Hyner

«Caro scopritore, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terra. Qui sotto sono sepolti una decina di documenti diversi, miei e di altri, che faranno luce su tutto ciò che è accaduto in questo luogo. Vi è sepolta anche una grande quantità di denti. Noi, lavoratori del Kommando, li abbiamo sparsi apposta nel terreno, quanti più abbiamo potuto, perché il mondo potesse trovare le tracce concrete dei milioni di uomini ammazzati.

Esprima il futuro il suo giudizio su di noi in base alle mie annotazioni e che possa il mondo dare uno sguardo almeno su una goccia, su un frammento del mondo tragico in cui abbiamo vissuto.»

 

In preparazione

   
 

Viktor Klemperer

 
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