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Correva a perdifiato. Ogni tanto si voltava indietro e allora accelerava le falcate. I palazzoni alitavano uno strano chiarore, benché fosse nebuloso. Ma Oscar guardava oltre. |
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Ad un certo punto pensava di scorgerlo quel barlume: era verdeggiante, palpitava in un eden odoroso e languido, le fontanelle zampillavano gioiosamente e l’universo animato pareva disinibito. Finalmente libero. Già, lontano dai temibili coloni del cemento. Era quasi un riscatto divino. Una mano suprema che muoveva un suo imprescindibile progetto, stavolta eludendo l’incosciente libero arbitrio, così mal gestito dalla specie umana. Oscar correva, lasciandosi dietro la città con i suoi vecchi e irrisolti contenziosi. La natura intendeva decidere di suo pugno, complice un esercito di romantici, assoldati all’interno di una congrega di visionari: i profeti dell’estetica. Tra loro c’erano pure battaglieri di prim’ordine, i paladini del bene comune. Tutto questo incitava il giovane ed il tragitto non sembrava più così impervio. Uno squillo di tromba avrebbe chiamato a raduno gli impavidi eroi. Il fronte era boscoso e le armi luccicavano al sole: peonie, rose, gigli, immersi nella fragranza della mirtiflora, dai getti accecanti color porpora. Una minacciosa alchimia, un cargo terrificante da utilizzare senza timore, ognuno di quei soldati ne aveva portato con sé una buona parte, durante l’avanzata. Adesso giaceva immobile in quel viatico frondoso. Si aspettava. Oscar sarebbe giunto di lì a poco, mentre i nemici, arrancavano con le loro grosse valigette, zeppe di cartacce, e le pance piene, terribilmente provati. Lo scontro si presentava cruento, la natura preparava i suoi discepoli. I teorici del cemento si sarebbero gettati nella mischia invece senza alcuna consapevolezza. In fondo, come sempre avevano fatto. Le premesse lasciavano ben sperare e Oscar teneva duro e forzava la marcia. Il suono era flebile, no, non uno squillo di tromba. Forse l’asettica suoneria di una sveglia da tavolo o cos’altro? Si rigirò di fianco e riprese a dormire. |
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