Anche l’operaio vuole il figlio abbronzato

da chordatanimalia

 

Ci sono, sì. Me li ricordo, i codici. Oh, come sei abbronzata!Non so perché, ma sento invidia e odio in questa frase. Come sei abbronzata. Mi dai dello spada?
La gente, in inverno, non dovrebbe essere abbronzata. Non è sano.Una volta, tempo fa, a partire da Ottobre dell’abbronzatura rimanevano poche tracce sotto i vestiti: il segno più chiaro degli slip, il cinturino dell’orologio. Tu sapevi che era come te, chi ti stava di fronte: uno stipendio normale, due settimane di ferie in Liguria, la pizza sul lungomare.D’inverno, appena cadeva la neve, chi aveva più di un normale stipendio si presentava con il segno degli occhiali, il naso abbrustolito. Sapevi che dire, sapevi che fare, sapevi che toccavi pelle vera e peli e se era marrone potevi scegliere se abbracciare un mondo diverso dal tuo oppure no. Potevi sognare.

Come sei abbronzata. Eh, il mare. Ma il mare d’inverno. Vendo la mia anima per settecento euro, gli infradito a rincorre le pulci sui tappeti, che prezzo ha questa mia mano così scura sul bianco del ghiaccio? Ha il costo di un sms a un euro cadauno, qualcosa di più se è una foto.
Sai, i pesci. Son diversi. [continua a leggere]

15 November 2008 - Comments Off - permalink

Nuvole deserte

di Barbara Delfino

Dal finestrino del pullman mi accorgo, all’improvviso, che anche nel caldo possono esserci le nuvole. Ho un momento di scoramento: se il caldo è caldo, a maggior ragione la nuvola, che è fredda, non dovrebbe interrompere la perfezione di un cielo che entro poche ore sarà bollente.
E invece no. Mi sfrego le braccia coperte dall’abbronzatura. Sono le sei e quaranta minuti del mattino. A casa le persone iniziano a pensare alla loro giornata lavorativa. In lontananza vedo il posto di blocco per il cambio scorta della polizia turistica. Soldati seduti, in piedi, che passeggiano: un’aria di attesa continua, una guerra che non li sfiora, compresi nel loro ruolo a pensare solo ed esclusivamente a come indossare il loro fucile semiautomatico nel modo più fiero e imponente. Hanno le divise sporche.

È un mattino più centrale, ora. Abbiamo macinato chilometri su una strada che credevamo diritta e invece si svolge tortuosa tra concavi e convessi pietrosi. Niente è come sembra. Il deserto lo immagini di sabbia fina e rossastra, ma in realtà è fatto di rocce sgretolate e arbusti secchi. Passa un ragazzo con un gregge di capre. Che cosa mangeranno mai, chiede il turista seduto dietro me. Come fanno a vivere qui, aggiunge sua moglie. Gli stessi che, in patria, alle notizie di sbarchi clandestini, commentano ci vorrebbero le armi a bordo delle nostre motovedette al largo delle coste italiane. Armate e operative. Qui, in terra straniera, siamo stranieri noi. Osserviamo, critichiamo, giudichiamo. Chiediamo come sia possibile, come facciano, come possano. Dimentichiamo l’accelerata in auto quando al semaforo osano lavarci il parabrezza. Fa caldo, sempre di più, il sole filtra dal finestrino dell’autobus. Ho sete. La nuvola in cielo non raffredda la luce attorno.

La giornata è scivolata veloce. Torniamo indietro, la gita turistica è al termine. La nuvola in cielo inizia il tramonto tra case distrutte da incuria, spazzatura ovunque, bambini in corsa, persone sedute sui talloni a parlare. Tantissime. Le vedi dappertutto, accovacciate, a parlare. Ti chiedi: che cosa si dicono? Di cosa discutono? È il loro lavoro, stare davanti a una porta a dire? I negozi brulicano, ma al di fuori. Dentro c’è al limite un anziano seduto su una sedia con nessuno con cui chiacchierare. Forse è solo proprio perché seduto: se potesse ancora accucciarsi a terra, la galabeja a sfiorare lo sporco del marciapiede, di certo troverebbe un compagno con cui criticare il pullman che sfreccia tra i carretti e le fiat anni ’70 con il cruscotto coperto di pelliccia di cammello. I dossi acuminati e i posti di blocco delimitano i confini delle città, scopriamo grazie alla nostra guida che orgoglioso ci mostra angoli di vita del suo popolo. All’improvviso l’autista si ferma, apre la porta, si fionda in strada. Il panico ci prende, a casa nostra non succederebbe mai una cosa del genere. Lo vedo correre in un negozio, parlare con il vecchio seduto all’interno. Parlottano. L’autista torna da noi, in mano un sacchetto di plastica trasparente a mostrare pistacchi e un pacchetto di sigarette marca Cleopatra. La porta si chiude appena in tempo per lasciarmi sentire la voce del muezzin chiamare alla preghiera.

8 April 2008 - Comments Off - permalink

Gita domenicale

rael_is_real

Stamattina, neanche presto, ma neppure tardi, la meta, invisa, cancellata, per colpa di treni che portano via gli ospiti, il continuo confondere Pavia con Cremona e poi crema e buon persico, posti piatti che d’estate atterrano zanzare come elicotteri e d’inverno muori dritto in mezzo al nulla, alle stoppie, e ti trovano nella roggia solo dopo tanto. Dove volevi andare, appunto, non puoi, colpa di timidezza, di non impegnare, di non dire, di voler fare sorprese. E quindi cambi destinazione, guardi sulla cartina, ti lasci tentare. Che poi, tu, credevi che la tentazione fosse più a sud, più in posti logici come bellezza. Di certo non così poco dopo metanopoli, non così vicino alla fabbrica di mozzarelle.

Ed invece ci vai, e scopri il sentimento del presentarsi, del dire a te stessa: e tante grazie, se sei amica “di”, chissenefrega.

Ed invece quel “chissenefrega” era pensare a chi fermare per spiegarti gli affreschi dell’abbazia, con competenza, specificità.

E poi offrirti del caffè, piazzarti sotto il naso un biscotto, che tu hai il groppo in gola e quel biscotto lo mangi come un’ostia non preparata, ci mette una vita a scendere, dopo ore ne hai ancora in bocca il sapore, tanto era prezioso.

E sempre la tua timidezza, il tuo non voler disturbare, scappi, quasi, di fronte a due occhi che si trasformano in un secondo, mentre la bocca dice una frase, vedi scivolare via la pietas dell’invecchiare, il naso che fa ombra alle guance, i capelli forse tornano neri, anzi, ti viene il dubbio, quasi quasi allungo una mano e controllo.

Ma hai le mani e le braccia cariche di carta stampata, di parole che conosci solo di riflesso, stringi al petto i libri che ti ha regalato come se finalmente fosse nato un figlio, tu che un figlio sicuramente non ce lo avrai mai.

Vai via, poi, verso un viaggio odioso di silenzi, perché l’autista non sa il piacere dello sprecare benzina a caso e si infuria se la strada non corre lunga e diritta. Speri in una deviazione, all’ultimo, ma anche no.

Rientri in casa, giusto in tempo per dormire davanti al gran premio di formula uno, col pensiero della costrizione di dover perdere l’indomani, perdere per cause di forza maggiore un sorriso e un abbraccio da chi non ha mai tempo per alcunché, tanto meno per te e te lo dice, anche, affondando l’ennesimo coltello.

Mangi la pizza presa al take-away di fronte casa. Si raffredda in fretta, sa del cartone che la contiene. Hai la pelle di cappone, sulle braccia. I muri diventano bianchi.

5 August 2007 - Comments Off - permalink

colori d’apparenza

Barbara Delfino

In tivvù dicono che il rosso è pericolo, e passione.
Mentre il bianco è purezza, pulizia.
Ma in oriente il bianco è il colore della morte.
E il verde è il colore della speranza, ma anche della bile, la gelosia è un mostro dagli occhi verdi.
In tivvù parlano anche di giallo, e fan vedere come il bianco sia la somma dei colori e il nero ne sia l’assenza.
Il blu piace a tutti, ma il blues è triste.
Più triste del blu è il grigio, vecchiaia, ma è anche il colore del cervello.
Il viola porta sfiga, il rosa è tenerezza.
Io ho vissuto coi colori tanti anni. Coloravo le latte di vernice, per gli imbianchini. Tante facciate nel centro di Torino son state fatte da me, anni fa. Anni e anni fa. Anni e anni e anni.

Io sicuramente adesso ho sonno. Forse, tra poco andrò a dormire. Però forse son sicura di una cosa. Che io, forse, son libera, mentre penso di essere imprigionata. C’è chi è forse prigioniero, ma si vanta di essere libero. La differenza è forse che io faccio i colori. Lui sicuramente neanche li guarda, credendo di vederli.

12 May 2007 - Comments Off - permalink

Dove sono?

Stai visualizzando la categoria Barbara Delfino.