ventiquattro aprile

(memorie di un ottuagenario)

dopo la battaglia,
i corpi riversi sulla neve
sembravano tronchi spezzati dalla bufera;

a volte mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena;
va tutto così rapido, qui, che mi sfugge il tempo per capire;
vedo ancora tanta fame e tanta ingiustizia, ovunque, nelle case e per le strade;
i giovani non hanno né ricordi né speranze
e a volte mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena;

ma pensarlo mi sembra una bestemmia

da: aitanblog

25 April 2012 - 2 commenti - permalink

Gussola, 25 aprile 2010

 

«I martiri del popolo son caduti per la libertà»

25 April 2011 - Comments Off - permalink

La Resistenza continua

«… È questo il mio modo più vero e profondo per onorare il sangue di coloro che considero i veri Martiri, ossia i veri Testimoni credibili, dato che versarono gratuitamente il loro sangue, senza costrizioni di sorta, senza interessi personali, uomini liberi per la libertà comune. È pure un modo per continuare la Resistenza ad ogni oppressione e ad ogni tentativo di asservire o condizionare la dignità di uomini liberi. Non solo come frutto d’un pellegrinaggio in un giorno di aprile ma come condizione del vivere d’ogni giorno. La Resistenza continua, amici.»

Luisito Bianchi, Resistenza

12 April 2011 - Comments Off - permalink

E la notte passò…

Un nuovo capitolo del personale libro di storia di Ennio Serventi: I giorni del 25 Aprile.
Sì, il titolo può sembrare, a prima vista, una contraddizione. Ma sentendo anche i racconti della generazione precedente alla sua ci si convince che il “venticinque-aprile” non è affatto un giorno ma una storica cornice per gli eventi immediatamente precedenti e successivi alla Liberazione.
Un punto di osservazione interessante, quello di Serventi: bambino all’epoca dei fatti, in anni successivi ha (ri)cercato i tasselli del quadro che non poteva – e chi mai avrebbe potuto?  – vedere nella sua completezza.
Più leggo racconti come quelli di Serventi – altra insostituibile fonte cremonese è Franco Dolci – più mi affascina un aspetto che va al di là dell’onore reso ai personaggi altrimenti “muti” della storia; ed è la loro capacità di far vivere la città. Di “far parlare i muri”, di stendere davanti ai nostri occhi le mappe storiche della coesione sociale.
Ennio Serventi: I giorni del 25 Aprile

21 April 2009 - Comments Off - permalink

[perde chi dimentica]

pioveva. pioveva quel giorno, quella liberazione. pioveva un’acqua sporca, pioveva senza scampo, pioveva un’acqua sghemba, pioveva che non smetteva mai.
eravamo una folla di bandiere inzuppate da quella pioggia che cadeva, veniva giù, sempre più giù quella pioggia che non finiva. pioveva che dio la mandava, quell’acqua nera, quell’acqua così liscia che pioveva giù. ero nella folla, ero una bandierina annodata al polso, ed ero la voce della pioggia che veniva giù, sempre di più, sempre più forte, e le nostre bandiere flosce in quel giorno, quella liberazione. ero la voce del canto, la volpe rabbiosa e i covoni di grano, mentre la pioggia mi entrava nelle scarpe, e pioveva che dio la mandava, e quell’acqua tutto sembrava sommergere, quell’acqua triste, quell’acqua grigia che veniva giù, sulle bandiere zuppe.
ero la piazza, una bellissima piazza, le guglie del duomo, la madonnina che la pioggia bagnava, che le sue lacrime, che l’acqua pesante veniva dritta, sempre di più. ero tutte le vite sepolte sotto ai papaveri, e Rosso, e Lupo, e Sandro, e Nilde, e Tina. e Agnese, Agnese che va a morire. ed ero Pietro. ero Pietro, un po’ del suo sangue, le lettere del suo nome, nel mio sangue e nel mio nome, massacrato, massacrato, massacrato. ed ero i monti di mia nonna, le sue terre di confine. ero nei nomi antichi. nelle ruote delle biciclette, nel battito furioso del cuore. nelle cime, libere, che sfiorano il cielo e la giovinezza, il suo tributo.
e pioveva, pioveva che dio la mandava, che l’acqua ferrosa, tutta quell’acqua ferma veniva giù. ero là. nella folla. nella piazza, una bellissima piazza. e resistevo.
come ora.
come ancora, e ancora, e ancora.
finché la pioggia non smette.

25 April 2008 - Comments Off - permalink

faville d’acqua agli incroci dei venti

«mai ridurre la forza e la fantasia dell’acqua alla povertà di un suo temporaneo contenitore. se non troveremo canali ci faremo faville d’acqua agli incroci dei venti, per cercare nuove mappe e le parole per rammendarle»
(Lino Di Gianni)

24 April 2008 - Comments Off - permalink

Eravamo liberi

di smokersmoke

Cascina Razzina, Bordolano (Cr) - Foto: Luisito Bianchi, 1958 cca
Foto: Luisito Bianchi

C’erano i glicini, sui ferri del pozzo fuori dalla casa. Primavera. Si sentivano gli spari da dietro il monte. Partigiani, come me. La casa era vuota, i mobili a pezzi, il tetto bruciato. Non c’era mia madre, lei no, non c’era, e mio fratello, e i nonni, neppure lui, neppure loro. Terra bruciata, odore di fumo e di morte, roba che non si spiega, che secca la gola, che mette addosso la sete. C’erano i glicini, sui ferri del pozzo. Primavera, ed eravamo liberi. Ma l’acqua del pozzo, era rossa di sangue.

18 April 2008 - Comments Off - permalink

Sfilacciature di fabbrica

XI

 

Signore, i miei pori oggi

si sono dilatati all’improvviso

e m’hanno inzuppato anche la tuta.

È cominciato il caldo nel grande reparto,

che ci seguirà fino a ottobre e oltre,

oggi festa del tuo servo Marco

e giorno di penitenza

per tanto sangue risucchiato

dalla spirale del potere.

 

Sono venuto al lavoro per strade deserte

con qualche bandiera rassegnata

sulle banche e sulle caserme.

Non è giorno di gioia oggi

né per nostro fratello Marco

che scappò dalle brame del sinedrio

lasciando come segno un lenzuolo afflosciato

né per i canti di quei giorni

che adesso accenno con voce triste:

fischia il vento urla la bufera

partigiano portami via…

 

L’abbiamo di nuovo catturato

nostro fratello Marco

e gli abbiamo messo adosso

lenzuoli di porpora

come si addice a un cortigiano;

le nostre gole si sono chiuse

sui canti della liberazione

per paura che a quel richiamo

i morti rispondessero

e riscendessero dalle montagne

affamati ai nostri supermercati,

pidocchiosi per le nostre toilettes di lusso.

Non ci rimane più nulla di quei giorni,

tutto è in ordine

allineato come queste tine

dal ventre gravido di benessere spappolato

da tutti atteso e adorato.

 

Signore, ho le gambe senz’anima

che si piegano come quelle di un cavallo bolso

ma dobbiamo far fruttificare

la terra irrorata da sangue dei giusti

e allinearci in ordine

in memoria di nostro fratello Marco

e dei nostri fratelli morti in questo giorno.

Non si sente fischiare il vento

nei felpati postriboli del potere

né Paolo osa più rifiutare Marco

per non spezzare l’unità della tua chiesa.

I ribelli per amore

non hanno né imprimatur né indulgenze

sulla loro preghiera

e i fazzoletti rossi usi alla bufera

sono custoditi pieghettati

nelle capaci tasche dell’opposizione.

 

Vedi Signore, nel grande reparto

la follia è sempre in agguato

se ancora posso udire

nel torturante vociferare dei motori

il canto d’amore che scende dalle montagne

e vedere nostro fratello Marco

aggirarsi senza lenzuolo

fra il ginepraio delle tine

raccogliendo il canto dell’amore ribelle

in faciem Pauli.

 

Folle davvero io sono

nel vivere oggi saltellando sulle scale

come fossero picchi di montagne

e gettare il lenzuolo

che copre il mio corpo sudato

in pasto alle tarme

che non hanno posto nel tesoro

del Regno dei cieli.

Doppiamente folle o Signore

nello spiegare il mio canto

col fiato che mi rimane di questa lunga giornata

per credere ostinatamente

che nel deserto nasce la primavera

e al di là della notte

il sole s’annuncia.

 

 

25 aprile 1969, 2° turno

 

In: Luisito Bianchi, Sfilacciature di fabbrica. Preghiere all’ossido di titanio 1969-1970, Scuola Tipografica S. Benedetto di Viboldone, 2002, p. 58-60

25 May 2005 - Comments Off - permalink

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