La lingua degli antichi

di Raimona Lobina

Insegno italiano, insegno lingua italiana, la insegno praticamente da sempre, nel senso che sono un’insegnante da 30 anni, ma non ricordo più quando ho incominciato.

Ero ancora alle elementari e mi piccavo di insegnare l’italiano alle donne di servizio che si avvicendavano per casa, povere, analfabete, meridionali, in fondo poco più grandi di me e che volevano imparare l’italiano. Io, presa dal sacro furore di aiutare il prossimo, insegnavo loro italiano. Ma ricordo anche un bimbo, il figlio di una tintora del quartiere, il bimbo andava male a scuola, non sapeva scrivere bene in italiano e io mi sforzavo di insegnarglielo, un po’ per gioco, un po’ per passione.

Ho sempre insegnato italiano, mi piace molto, apprezzo molto chi scrive bene in italiano, secondo le regole ufficiali.

Penso di scrivere bene in italiano, un italiano moderno, chiaro, comprensibile, al passo coi tempi. Non l’italiano dei nostri quotidiani, per esempio, talvolta fumoso o scorretto, quasi mai chiaro nella comunicazione.

Ma rimango ogni volta piacevolmente sconvolta quando leggo o rileggo certe lettere di mia madre, che oggi avrebbe 90 anni, o di sue coetanee, amiche, conoscenti, qualcuna ancora in vita, altre di cui possiedo ormai solo alcuni scritti.

È italiano, nel senso che non è una lingua straniera, ma è come se lo fosse. Ad un giovane di oggi appare come un reperto archeologico, forse non lo capirebbe nemmeno.

A me suona come un’antica romanza, dove virtù e ideali svettano in alto invincibili e lieti, senza mai dubitare di loro.

La scrittura di mia madre tradisce anche un pudore ed un rispetto per gli altri che quasi intenerisce, vanta un rigore che farebbe impallidire la trasandatezza di oggi, se messi a confronto.

Non è la lingua delle buone maniere, sia inteso, mia mamma aveva un carattere molto forte e poco incline alle smorfie, tanto meno alle ipocrisie, soprattutto linguistiche. Ma sconvolge una lettera che si chiude con “Ti stringo forte al cuore” anche se è rivolta ad una conoscente, perché si sente che veramente la voleva abbracciare con tanto trasporto. O lascia estasiati una frase che racconta di un bambino così bello che sembra dipinto: lo vedi lì, immobile e dipinto.

E poi c’era una cura, un’attenzione formali, un lavoro di cesello, spontaneo e libero, venuto dal cuore prima che dalla grammatica.

Sarebbe piaciuto a Dante l’italiano di questa generazione, inizio secolo scorso, una generazione con tanti torti ma anche tanti pregi, quelli dell’amore per la lingua per esempio, quelli dell’amore per la melodia, per la musicalità.

Ho ritrovato gli stessi segni anche in tutt’altro tipo di scritture, (gli scritti di cui sopra erano comunque lettere personali) per esempio in documenti della pubblica amministrazione, in atti burocratici, in verbali di aziende. Era un modo di comunicare romanzesco, retorico, sì, ma con quale fantasia e creatività.

Sembra di vederlo lo scrivano del Comune, agli inizi del secolo XX, che redige il verbale di una noiosa seduta del Consiglio e la infioretta con tanti attributi quasi a risarcimento della freddezza delle libere. Sembra di vederla la segretaria anni ‘40 che decide di richiedere qualcosa al magazzino e lo fa inviando un messaggio che oggi neppure il più appassionato invierebbe alla sua innamorata.

Era un amore per la scrittura più che per la lingua, adesso che ci penso, era un amore per il bello, per il garbato, per l’urbano.

Mia mamma è morta da un anno e mezzo e mi capita spesso (e spero mi capiti per sempre) di ritrovare suoi scritti, sue lettere, suoi appunti, per esempio nei libri che mi ha lasciato. È una pace infinita leggerli, è come aprire una parentesi in mezzo al nostro frastuono sguaiato. Sorrido divertita, pensando a queste donne che riversavano nei loro scritti tanti sentimenti, tanta fantasia, tanti desideri.

Insegno italiano da sempre ma non credo che riuscirò mai a trasmettere una virtù così unica.

28 November 2006 - Comments Off - permalink

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