Qui come altrove – mai soli

In questi giorni ci saranno varie occasioni in cui gli amici di don Luisito Bianchi si raccoglieranno nel suo ricordo. Altri dovranno fare in solitudine il conto dei giorni vissuti senza il suo mite o ironico sorriso a scaldare questo tempo di buio freddo…
In verità senza di lui non siamo mai stati.
Don Luisito avrebbe voluto sì rivoltare il mondo, ma non ha mai preteso di “insegnare” nulla. Eppure, la congruenza tra le sue parole e i suoi gesti è insegnamento: segno impresso che non può diventare souvenir ma ricordo come il pane e il vino, eucharistia, celebrazione quotidiana di gratuità e umanità.

E Dio sa quanto siamo manchevoli, quanto siamo fragili e talvolta persi nei vuoti che si spalancano nelle nostre vite. Ma – qui come altrove – esiste la meravigliosa capacità umana di ascoltare e di condividere, di guarire con la parola o con un gesto – e con la poesia – dolori e rimorsi, paure e solitudini; di riparare i sogni e risuolare i passi, perché «i passi non possono trascorrere senza lasciare un segno».

 *

Qui come altrove, c’è un uomo di parole.
Prima ci sono stati i rami dei pensieri, fitti sullo spartito della fronte, lo scatto rapido del passo, il gesto che non lascia ombre, la piega diritta delle labbra.
Poi il tempo si è mangiato tutto e sono rimaste le parole.
Ancora traversano il cortile della casa vecchia, dentro i saluti lunghi della sera: perdurano nel fischio e nel tepore delle attese sul gradino, a guardare le dalie, il sole dietro l’orto arancio.
Spesso percorrono il giornale del mattino e chiedono di sanare il mondo: fanno sciame in testacuore, nel rimorso dei doveri disattesi e nell’eco dei discorsi per la strada, scelta più lunga per dire le ragioni.
L’uomo di parole arriva all’improvviso, zampa di spinone e ortica, e all’improvviso fugge, in trasparenza.
Si vorrebbe non vederlo scolorire, come certi sbuffi di nuvola o di fumo.
Allora si è svelti ad appendere zavorre.
A fare peso, quanto non si è potuto dire e carezze di speranze nuove.

Zena Roncada

5 January 2013 - 3 commenti - permalink

Lo scalcatore

Qui come altrove 20.

di Zena Roncada

Qui come altrove, c’è l’uomo che fa lo scalcatore.
Lo chiamano in case raggrinzite di freddo e di livore, perché scalchi i rimorsi.
(I rimorsi son ossi di coscienza, piantati a fittone nei ricordi, come certe conchiglie nell’argilla: vanno tolti, per rendere più tenera la vita)
L’uomo stende le coscienze sul tagliere, le apre con lame delicate, seguendo i nervi delle storie. E’ lì che incontra promesse disattese, vendette, fughe e tradimenti.
Per rimuoverli l’uomo dice solo due parole: “anch’io”.
Al suono, i rimorsi si sciolgono nel grembo di una vasta, materna umanità.

23 January 2012 - Comments Off - permalink

1° Maggio

di Zena Roncada

Corteo del 1° Maggio a Sermide, anni ’50 – fonte: www.cgil.mantova.it

Sarà che spesso ci svegliava il sole e, se questo non bastava, era la voce che arrivava grossa, col tono un po’ da chiesa contadina. La voce che diceva ‘È il primo maggio, la festa dei lavoratori’.
Sarà che ci si alzava svelti, per vedere cos’altro succedeva, dietro la Topolino verde prestata dall’Ivano, per annunciare che il comizio c’era.
Sarà che si restava presi, poi, dal caffellatte, da mangiare in fretta con il pane, così buono spezzato sul tagliere, dai colpi secchi della Dina mianonna.
Sarà che la festa era già tutta nell’odore: la gallina gonfia a sobbollire, la pancia piena di tritura. Certi ovini caldi (quanta ricchezza implosa) già pronti nel piattino per la mano più veloce, col sale per seconda pelle. E le scarpe, le scarpe col nero ad asciugare sui gradini, prima che il nonno le tirasse a straccio: rito d’antica, familiare tradizione, che voleva le donne risparmiate e gli uomini fieri di tanta gentilezza brillantata.
Sarà che gli uomini di casa legavano la cravatta rossa e ci tenevano per mano, fino al carretto portato nella piazza: bandiere e biciclette poggiate agli archi del palazzo, fra parole che non capivo bene, tutte stese davanti al municipio, sedute al caffè coi tavolini, poi alte alte sul vociare da mercato.
Il comizio finiva: allora mio padre metteva me (e la mia timidezza di vergogna) lassù, in alto, perché ci fosse un bacio all’oratore.
Sarà che si tornava con un nastrino al petto.
Sarà che mianonna, appena a casa, requisiva i garofani residui per cercarne i getti e piantarli nel giardino.
Sarà che i getti si chiamavano ‘cursin’, di esse dolce: piccoli cuori, come tutto ciò che la Dina maneggiava,… ma è proprio il cuore che mi manca, oggi, il cuore dei gesti e delle cose.
Quello che si trovava anche su un carretto, quando si era semplici e bambini.

30 April 2009 - Comments Off - permalink

Nell’attesa del verde

Esposizioni

di Zena Roncada

Ieri guardavo il campo di là dal fosso, che interrompe la strada bianca.
È un campo che ha lavorato, quest’estate: granturco granturco e granturco.
(Da lontano la casa galleggiava sulla testa delle pannocchie, tenuta su dal respiro dei pioppi)
Adesso il campo è terra bruna e rivoltata, come certi vecchi cappotti che, sul rovescio, tengono i segni delle cuciture e il senso della non usura.
La terra, dove è compatto il segno della lama, è lucida e lisciata da segrete ferrate.
Ha un colore stupito. Quell’azzurro che i metalli sottraggono al fuoco.
È fresca la terra di sotto e grassa e umida.
La guardi e pensi che questo è il suo modo di attendere.
Chissà come ci si sente ad essere terra nuova.
A cominciare il viaggio di sopra, a lasciare il buio, il silenzio, la parte degli umori e delle radici per la superficie.
Mai (mi) è stato più chiaro il senso e il peso dell’ “esporsi”.
Guanto rovesciato.
Nell’attesa del verde.

13 December 2008 - Comments Off - permalink

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