La religione spiegata ai seienni

di tamas

Come succedeva assai di rado, per tanti motivi ma non perché non piacesse ad entrambi, quel giorno padre e figlio erano usciti assieme a fare la spesa. Sulla strada del ritorno, il padre aveva deciso di passare per il parco, perché il tempo era atrocemente splendido per quella mattina di inizio gennaio. Il bambino era stato d’accordo.
Mentre il padre misurava con le sue lunghissime gambe i suoi passi paciosi, il figlio trotterellava intorno a lui. Ogni tanto si avvicinava e lo guardava serio. Il padre sapeva di doversi aspettare una domanda. Ingannava l’attesa asportando pezzi di mollica ancora calda dal pane che avevano comprato e mangiandoli in tutta calma.
Si volse verso il figlio:
-Vuoi del pane?
-No.
Poi si udì il rumore di un sasso calciato dal bimbo, e si vide e si sentì panico e battere d’ali tra i colombi che si trovavano sulla traiettoria. Per fortuna non ci furono feriti.
-Babbo?
-Sì?
-Cos’è Dio?
Il padre guardava davanti a sé quando iniziò lentamente a rispondere.
-Dio è la ragione per cui siamo qui.
-Non capisco.
Il padre sospirò.
-Dio è un uomo molto, molto vecchio e molto, molto forte che vive in un posto lontanissimo, dove il celeste del cielo si sbiadisce a poco a poco e diventa bianco. Un giorno che si sentiva molto solo, perché non c’era nessuno con lui, ha preso delle scatole di costruzioni che aveva solo lui e ha fatto gli uomini. Poi li ha dipinti ben bene e li ha messi sulla terra.
-Perché?
-Perché gli uomini sono divertenti e Dio è contento di guardarli.
-Anche Piero è divertente?
-Chi è Piero?
-Piero è un bambino fortissimo che viene all’asilo e dà i pugni agli altri bambini e li fa piangere. Poi gli prende la merenda. Qualche volta si capisce che neanche la vuole, perché ha già mangiato, ma la prende lo stesso. Piero è cattivo.
-Piero è il più divertente di tutti. Dio si diverte un sacco a guardare quelli come Piero, che pensano di essere cattivi. Poi quando quelli si sentono davvero forti, Dio gli soffia nel petto, piano pianino: ma il respiro di Dio è così forte che quelli si ribaltano e volano via. E non si vedono più.
-Povero Piero.
-Già, povero Piero.
-Allora le persone sono i giocattoli di Dio.
-Sì, ma lui non ci gioca come tu giochi con i tuoi. Lui ci guarda mentre giochiamo tra noi, di solito.
-Perché non ci gioca?
-Perché è troppo forte per giocare con noi. Se ci toccasse solo un po’ con il suo dito mignolo, ci schiaccerebbe come tu schiacciavi quegli insetti rossi che c’erano la scorsa estate sul balcone, ti ricordi?
-Sì.
-Ti ricordi la macchia rossa che avevano fatto quegli insetti, alla fine?
-Sì. Poi la mamma mi ha sgridato.
-Esatto.
-Dio chi lo sgrida?
-Nessuno. Dio è alto e grosso e ha il vocione, nessuno lo sgrida mai. E poi è da solo, perché non ci può essere un altro forte come lui.
-E’ proprio così forte?
-Sì. Pensa che quando Dio gioca a Subbuteo tira così forte e preciso che la palla finisce sempre nell’angolino, prima ancora che l’avversario faccia in tempo a prendere il portiere. Se per caso invece l’ha preso, il tiro spezza le braccia del portiere e bisogna andare a prendere la colla, sennò non si può ricominciare la partita. E quando gioca a nascondino, Dio non lo trova mai nessuno. Lo cercano per giorni, all’inizio solo quello che sta sotto, poi anche tutti gli altri che vorrebbero continuare la partita. Ma Dio non si trova mai, come se fosse scomparso.
-E quando sta sotto lui?
-Dio non sta mai sotto.
-Perché vince sempre?
-Esatto. Dio non perde mai.
Erano ormai quasi fuori del parco. Il bambino sapeva che adesso c’erano le macchine e doveva dare la mano a suo padre. Ma prima di arrivare al cancello, corse davanti a lui e poi si fermò di scatto, guardandolo.
-Dio è noioso, babbo.
-Abbastanza. Ma non dirlo, perché viene qui e ti lega insieme i lacci delle scarpe. E i nodi di Dio non si possono sciogliere.
-E io mi tolgo le scarpe e vado scalzo.
Il padre ci pensò su un po’.
-Eh, ma qualche volta fa troppo freddo per andare in giro scalzi. Poi ti sporchi i piedi e la mamma non è contenta.
-Allora bisogna aspettare che Dio si penta e scenda a slacciarti i nodi?
-Sì, si fa così.
-E Dio viene?
-Il più delle volte viene. In fondo, Dio è un brav’uomo. Ora andiamo a casa, sennò la mamma si preoccupa.
Il bambino perse la sua mano in quella immensa del padre e cominciò a camminare verso casa.
-Babbo?, fece poi ad un tratto.
I due si fermarono. Il padre lo guardò da quell’altezza vertiginosa. Il bambino pensò che anche Dio doveva trovare piccolissime le persone che scrutava dall’alto. Poi rifletté che in realtà non era possibile che fosse così: Dio doveva aver trovato un modo per vedere tutti gli uomini come se fossero grandi e vicini, altrimenti ci sarebbe stato sempre il rischio di confondersi.
Il padre attendeva la domanda con una piccola inquietudine.
-Babbo, cos’è il Subbuteo?
-…E’ un gioco.
-Si gioca da soli?
-No, bisogna essere in due.
-E Dio contro chi gioca?
Il padre si grattò la testa con la mano libera, quella che reggeva le buste della spesa.
-Ogni tanto, quando è triste, prende delle persone sulla Terra, le stringe con delicatezza tra il pollice e l’indice e le porta a giocare con lui.
-Tu sai giocare a Subbuteo?
-Sì.
-Sei forte?
-Abbastanza.
-Non è che ora Dio ti prende?
-No, io prima devo insegnare a giocare a te. Poi, quando tu sarai bravo, Dio potrà prendermi quando vuole.
-Mi insegni?
-Facciamo domani. Ora torniamo a casa, sennò la mamma si arrabbia. E le femmine arrabbiate fanno paura anche a Dio.
-Sono cattive?
-Sono serie, è peggio.
-Non capisco.
-Non puoi capire tutto ora. Lasciati qualcosa per quando sarai grande.
Il bambino non seppe che rispondere. In quel momento un gattino nero, bianco e marrone passava sul marciapiede, con la coda corta dei gattini ben ritta in aria. Distrasse il bimbo quel tanto che bastava a soddisfare la naturale vanità dei felini, ma evitò con ogni cura di farsi avvicinare da lui. Padre e figlio si diressero a casa, e per un bel po’ di tempo non parlarono più di religione.

22 January 2007 - 0 commenti - permalink

Quelli che restano

di tamas

Und auch das größte Wunder geht vorbei
(passa anche la meraviglia più grande).
Wir Sind Helden, Die Zeit heilt alle Wunder

Ad esempio uno va a vivere in un posto. Lì si abitua ai percorsi, ai panorami, ai sapori di quei luoghi. Ma capita anche di conoscere ed assuefarsi ad un paio di occhi grigi, per dire. Purtroppo tutto in questa vita è temporaneo; così quell’uno se ne deve andare, mentre gli occhi grigi restano lì. Non ho voglia di parlare di chi parte: migliaia di anni di letteratura sul viaggio hanno sviscerato l’argomento. Oggi mi interessa chi resta. Perché uno non ci pensa, o forse non ci può credere, ma tutto continua a scorrere anche quando si è lontani. Fotogramma dopo fotogramma, le immagini che credevi permanenti si cancellano dagli occhi che hai lasciato. Resta il ricordo, ma il ricordo non esiste. Esiste solo l’interpretazione che se ne dà, e quella non la puoi controllare né influenzare. Nella città che è stata tua, la tua ombra nei luoghi che hai vissuto sbiadisce fino a scomparire; nel letto non c’è più traccia della tua figura sul materasso, e non c’entra l’essere magri. Gli occhi registrano, non si può chiedere loro di ricordare o di immaginare. Su quel ponte non ci sei più, non conta che una sera eri lì pensieroso e fumavi appoggiato al parapetto. Sul prato curato del parco ora gioca un cane o un bambino, non mi interessa quanto forti fossero le tue sensazioni quando ti sdraiavi lì. E forse per chi rimane è peggio, perché ogni giorno sente che ti allontani un po’ di più nel tempo. E il tempo è cattivo, lo spazio forse è distratto, ma il tempo è davvero feroce: è inutile che lei ti tenda la mano attraverso di esso, non la puoi afferrare. Ci sono cose tremende e normali su questa terra. L’umanità dovrebbe vivere tutta nello stesso luogo e tutti dovrebbero poter ritrovare tutti, per come la vedo io. Solo cancellando lo spazio, diverrebbe un poco più tollerabile l’arbitrio del tempo che scorre e rosicchia la tua vita dalla fine.

E buon 2007 a tutti voi che leggete.

26 December 2006 - 0 commenti - permalink

Limiti del ricordo

di tamas

Io, prima di essere io, fui un oleandro sull’A14, finiti i viadotti, quando vedi le case bianche e il mare, è tutto piatto e le cicale già rompono i coglioni. Mi venne addosso una Fiat 1100. Guidava uno che ne aveva costruite tante, di 1100 uguali, prima di poterne prendere una per sé. Lesse “Canosa” e si rilassò, si rilassò troppo. D’altronde non sentì nulla. A me mi trovarono la mattina dopo, spezzato e sporco di sangue, e non mi diedero molto peso.

Prima di essere oleandro fui un calabrone. Ronzavo ronzavo, in barba alla fisica, ed ero felice perché non sapevo nulla. Poi un professore ligio alla teoria dovette aizzare un uccello contro di me. Quello mi inghiottì. Mentre mi mangiava ancora ronzavo, ma non ero più granché felice, visto che qualcosa avevo intuito.

Prima di essere calabrone fui un capovillaggio giù nel Belucistan. Avevo pecore, capre e terreni; avevo scavato pozzi, avevo figli e nipoti che mi riempivano gli occhi e il cuore. Ero felice. Un giorno vennero i soldati pachistani, che cercavano non so cosa. Io uscii a parlare con loro, perché ero vecchio, avevo autorità e mai un venerdì ero mancato alla preghiera. Rispetto a Giobbe fui fortunato, perché mi ammazzarono per primo. Quando morii avevo ancora figli e nipoti, capre e pecore e terreni.

Prima di essere capovillaggio in Belucistan fui agave ai margini del deserto, dalle parti di Oaxaca. Da agave rimpiansi spesso di non aver avuto formazione né mente filosofiche, perché di tempo per pensare ne avevo quanto ne volevo. E’ anche vero che se fossi riuscito ad arrivare ad una rigorosa sistematizzazione del mio pensiero, esso sarebbe morto con me. Così morii da solo. Non mancano pagine al vostro libro di filosofia.

Prima di essere agave fui una donna, curiosamente sempre dalle parti di Oaxaca. Meglio: una donna, lo sarei diventata se non fossi morta di febbre a 12 anni. I miei fino ad allora mi avevano sempre impedito ogni lavoro pesante, avevano tenuto distante da me ogni minaccia ed ogni preoccupazione. I miei occhi scuri avevano visto solo giochi e le mie gambette non erano mai state gravate di pesi. Non un solo giorno della mia vita fui infelice.

Prima di essere un abbozzo di donna ad Oaxaca fui un’anziana donna a Marienburg. Lo so che per diventare anziana dovetti prima essere bimba, giovinetta, donna; ma a me sembrava che quella vecchiaia eterna non avesse avuto inizio, che i miei capelli sbiaditi non fossero mai stati biondi. Ricordo solo che il mio Jörg non tornò da Waterloo. Ma non mi lamento per questo, perché non tornarono in tanti. I suoi lineamenti si sarebbero dissolti nella nebbia di queste paludi, se -previdente- non li avesse lasciati a Haro, Erich, Hanno ed Antje. Per non vedere lacrime nei suoi occhi viola non feci mancare nulla a nessuno dei miei figli: Haro, l’unico a poter ricordare il volto di suo padre, volle andarsene da queste terre. A Berlino, parla e scrive di pace ad altri illusi come lui. Erich è a Schlochau, ha numerosi figli belli e forti, ha insegnato loro un mestiere. Antje è salpata per Riga, è moglie di un pastore, i suoi occhi sono diventati grigi quando ha compiuto quattordici anni. Hanno ha ricercato il fantasma di suo padre, che non l’ha mai tenuto in braccio, nelle fortezze e negli accampamenti. Mi hanno detto che a Sadowa il suo braccio non ha tremato; sul Reno è stato selvaggio nell’attaccare i francesi. Così mi è parso di capire, perlomeno, perché le mie orecchie non sentono quasi più. Le mie gambe però non hanno mai perso la forza e sono avvezze a trascinare il peso di quattro figli; nessuna faccenda di casa o di campagna vale a spaventarle. Questo l’ho creduto finché un giorno la legna non mi è parsa troppo gravosa, presso un sentiero percorso mille volte. Sono caduta con la faccia nella neve, come cadde il mio Jörg, sessant’anni fa, sulla terra impastata di schegge e sangue.

Prima di essere una vecchina a Marienburg, fui una tartaruga gigante nel Pacifico. Credo di aver vissuto cento anni e di aver visto navi di ogni foggia navigare ed inabissarsi. Forse ero sulla spiaggia quando Cook scoprì l’Australia, giusto qualche decina di migliaia d’anni dopo che l’avevano scoperta gli aborigeni. E’ possibile; tuttavia, checché ne dicano i naturalisti, le tartarughe vivono, non ricordano, quindi sinceramente non saprei che dirvi.

Prima di essere tartaruga gigante fui un gatto su una nave delle Province Unite. Mi presero da una cucciolata di pulciosi a Leida; un marinaio che andava ad arruolarsi voleva compagnia per il viaggio fino alla capitale. I miei fratelli, se sono vissuti, non hanno visto che le ossa schifose lanciate dalle puttane, ossute anch’esse e quasi altrettanto disgustose all’olfatto. Io ho visto Amburgo, che persino noi gatti che non distinguiamo il rosso e il giallo capiamo perfettamente, grigia com’è nel cielo, nel mare, perfino dentro chi ci vive. Ho dormito sul grano caricato a Riga, e poco ci mancava che non mi scaricassero a Lubecca e finissi col diventare un gatto grasso e pigro a Travemünde. Ho imparato a non aver paura quando lanciavamo tuoni di fuoco ad altre navi, e le fiamme riverberavano sull’oceano e sembravano volerlo estinguere. Lì un po’ mi è dispiaciuta, questa cosa del non vedere il rosso. Certi giorni in cui il caldo sembrava squartarmi il pelo corto e grigio, ho visto che portavano persone nella stiva dove di solito io me ne stavo tranquillo con la scusa di cacciare i topi; ho visto che a decine ne finivano in acqua, ogni giorno, nudi e maleodoranti di morte e di sofferenze. Ad Ormuz mi hanno portato una gatta grande il doppio di me, con il muso schiacciato ed un buffo pelo folto come i pellicciotti dei signori di Amsterdam. Mi sa che era rossa anche lei. Ho visto dei pesci giganteschi, che lanciano acqua fin sul ponte delle navi. Altri cento pesci diversi li ho mangiati, ancora guizzanti. Se mi bagnavo, avevo il permesso di stare un paio di giorni in cabina con il capitano. Lì c’erano certi disegni del mare che solcavamo e delle terre che avevamo lasciato: una volta ho trovato Leida! Sono salito sul tavolo e mi sono fatto accarezzare, per leggere i disegni prima che il capitano li mettesse da parte. Ma sembra che su queste carte i gatti non vengano presi in considerazione. Poi un giorno ho visto dalla balaustra una strana ombra nell’acqua chiara: un pesce quasi rotondo, con delle buffe pinne corte corte, che nuotava placido. Mi ha stupito così tanto, quel pescione, che sono caduto in acqua per un movimento brusco della nave (da cucciolo non mi sarebbe mai successo). Ero vecchio e stanco, e non ho aspettato che Jan il frisone si buttasse per me. Però Jan mi ha ripreso. Riposo in una piccola baia di un’isola verde che dava acqua agli olandesi. I miei fratelli pulciosi e la mia mamma grigia sarebbero fieri di me.

Prima di essere gatto a Leida, fui un albero di sandalo alle Hawaii. Non vi tedierò con la mia noiosa vita. Solo un giorno scorsi, lontano, un monte che spesso brontolava esplodere e vomitare fuoco e fiamme. E questa visione rara e spettacolare fu l’ultima cosa che vidi. Equo, secondo me.

Prima di essere albero di sandalo alle Hawaii fui un cane bianco con una macchia marrone sul muso. Il posto dove vivevo si chiamava Antrim. I miei padroni erano servi degli O’ Neill; il mio preferito era il giovane Aodh, che aveva le fiamme negli occhi. Quando Aodh partiva per combattere per il suo padrone, io gli abbaiavo dietro fino al bivio per Armagh, dove si riuniva agli altri galloglas e non aveva più bisogno di me. Quando tornava, io sentivo il passo e l’odore del suo cavallo e lo accoglievo felice. Un giorno sentii un cavallo che non era il suo, poi altri dieci e venti; e un odore forte, di morte data e ricevuta, di morte stantia. Volli fare il mio dovere di cane e corsi al bivio per Armagh. Gli Inglesi mi colpirono per gioco, proprio sul marrone della macchia.

Prima di allora non ricordo nulla.

Nota dell’angelo custode: vivendo si accumula sofferenza. Non biasimate chi vi impedisce di portarne troppa.

20 November 2006 - 0 commenti - permalink

Dove sono?

Stai visualizzando la categoria tamas.