Limiti del ricordo

di tamas

Io, prima di essere io, fui un oleandro sull’A14, finiti i viadotti, quando vedi le case bianche e il mare, è tutto piatto e le cicale già rompono i coglioni. Mi venne addosso una Fiat 1100. Guidava uno che ne aveva costruite tante, di 1100 uguali, prima di poterne prendere una per sé. Lesse “Canosa” e si rilassò, si rilassò troppo. D’altronde non sentì nulla. A me mi trovarono la mattina dopo, spezzato e sporco di sangue, e non mi diedero molto peso.

Prima di essere oleandro fui un calabrone. Ronzavo ronzavo, in barba alla fisica, ed ero felice perché non sapevo nulla. Poi un professore ligio alla teoria dovette aizzare un uccello contro di me. Quello mi inghiottì. Mentre mi mangiava ancora ronzavo, ma non ero più granché felice, visto che qualcosa avevo intuito.

Prima di essere calabrone fui un capovillaggio giù nel Belucistan. Avevo pecore, capre e terreni; avevo scavato pozzi, avevo figli e nipoti che mi riempivano gli occhi e il cuore. Ero felice. Un giorno vennero i soldati pachistani, che cercavano non so cosa. Io uscii a parlare con loro, perché ero vecchio, avevo autorità e mai un venerdì ero mancato alla preghiera. Rispetto a Giobbe fui fortunato, perché mi ammazzarono per primo. Quando morii avevo ancora figli e nipoti, capre e pecore e terreni.

Prima di essere capovillaggio in Belucistan fui agave ai margini del deserto, dalle parti di Oaxaca. Da agave rimpiansi spesso di non aver avuto formazione né mente filosofiche, perché di tempo per pensare ne avevo quanto ne volevo. E’ anche vero che se fossi riuscito ad arrivare ad una rigorosa sistematizzazione del mio pensiero, esso sarebbe morto con me. Così morii da solo. Non mancano pagine al vostro libro di filosofia.

Prima di essere agave fui una donna, curiosamente sempre dalle parti di Oaxaca. Meglio: una donna, lo sarei diventata se non fossi morta di febbre a 12 anni. I miei fino ad allora mi avevano sempre impedito ogni lavoro pesante, avevano tenuto distante da me ogni minaccia ed ogni preoccupazione. I miei occhi scuri avevano visto solo giochi e le mie gambette non erano mai state gravate di pesi. Non un solo giorno della mia vita fui infelice.

Prima di essere un abbozzo di donna ad Oaxaca fui un’anziana donna a Marienburg. Lo so che per diventare anziana dovetti prima essere bimba, giovinetta, donna; ma a me sembrava che quella vecchiaia eterna non avesse avuto inizio, che i miei capelli sbiaditi non fossero mai stati biondi. Ricordo solo che il mio Jörg non tornò da Waterloo. Ma non mi lamento per questo, perché non tornarono in tanti. I suoi lineamenti si sarebbero dissolti nella nebbia di queste paludi, se -previdente- non li avesse lasciati a Haro, Erich, Hanno ed Antje. Per non vedere lacrime nei suoi occhi viola non feci mancare nulla a nessuno dei miei figli: Haro, l’unico a poter ricordare il volto di suo padre, volle andarsene da queste terre. A Berlino, parla e scrive di pace ad altri illusi come lui. Erich è a Schlochau, ha numerosi figli belli e forti, ha insegnato loro un mestiere. Antje è salpata per Riga, è moglie di un pastore, i suoi occhi sono diventati grigi quando ha compiuto quattordici anni. Hanno ha ricercato il fantasma di suo padre, che non l’ha mai tenuto in braccio, nelle fortezze e negli accampamenti. Mi hanno detto che a Sadowa il suo braccio non ha tremato; sul Reno è stato selvaggio nell’attaccare i francesi. Così mi è parso di capire, perlomeno, perché le mie orecchie non sentono quasi più. Le mie gambe però non hanno mai perso la forza e sono avvezze a trascinare il peso di quattro figli; nessuna faccenda di casa o di campagna vale a spaventarle. Questo l’ho creduto finché un giorno la legna non mi è parsa troppo gravosa, presso un sentiero percorso mille volte. Sono caduta con la faccia nella neve, come cadde il mio Jörg, sessant’anni fa, sulla terra impastata di schegge e sangue.

Prima di essere una vecchina a Marienburg, fui una tartaruga gigante nel Pacifico. Credo di aver vissuto cento anni e di aver visto navi di ogni foggia navigare ed inabissarsi. Forse ero sulla spiaggia quando Cook scoprì l’Australia, giusto qualche decina di migliaia d’anni dopo che l’avevano scoperta gli aborigeni. E’ possibile; tuttavia, checché ne dicano i naturalisti, le tartarughe vivono, non ricordano, quindi sinceramente non saprei che dirvi.

Prima di essere tartaruga gigante fui un gatto su una nave delle Province Unite. Mi presero da una cucciolata di pulciosi a Leida; un marinaio che andava ad arruolarsi voleva compagnia per il viaggio fino alla capitale. I miei fratelli, se sono vissuti, non hanno visto che le ossa schifose lanciate dalle puttane, ossute anch’esse e quasi altrettanto disgustose all’olfatto. Io ho visto Amburgo, che persino noi gatti che non distinguiamo il rosso e il giallo capiamo perfettamente, grigia com’è nel cielo, nel mare, perfino dentro chi ci vive. Ho dormito sul grano caricato a Riga, e poco ci mancava che non mi scaricassero a Lubecca e finissi col diventare un gatto grasso e pigro a Travemünde. Ho imparato a non aver paura quando lanciavamo tuoni di fuoco ad altre navi, e le fiamme riverberavano sull’oceano e sembravano volerlo estinguere. Lì un po’ mi è dispiaciuta, questa cosa del non vedere il rosso. Certi giorni in cui il caldo sembrava squartarmi il pelo corto e grigio, ho visto che portavano persone nella stiva dove di solito io me ne stavo tranquillo con la scusa di cacciare i topi; ho visto che a decine ne finivano in acqua, ogni giorno, nudi e maleodoranti di morte e di sofferenze. Ad Ormuz mi hanno portato una gatta grande il doppio di me, con il muso schiacciato ed un buffo pelo folto come i pellicciotti dei signori di Amsterdam. Mi sa che era rossa anche lei. Ho visto dei pesci giganteschi, che lanciano acqua fin sul ponte delle navi. Altri cento pesci diversi li ho mangiati, ancora guizzanti. Se mi bagnavo, avevo il permesso di stare un paio di giorni in cabina con il capitano. Lì c’erano certi disegni del mare che solcavamo e delle terre che avevamo lasciato: una volta ho trovato Leida! Sono salito sul tavolo e mi sono fatto accarezzare, per leggere i disegni prima che il capitano li mettesse da parte. Ma sembra che su queste carte i gatti non vengano presi in considerazione. Poi un giorno ho visto dalla balaustra una strana ombra nell’acqua chiara: un pesce quasi rotondo, con delle buffe pinne corte corte, che nuotava placido. Mi ha stupito così tanto, quel pescione, che sono caduto in acqua per un movimento brusco della nave (da cucciolo non mi sarebbe mai successo). Ero vecchio e stanco, e non ho aspettato che Jan il frisone si buttasse per me. Però Jan mi ha ripreso. Riposo in una piccola baia di un’isola verde che dava acqua agli olandesi. I miei fratelli pulciosi e la mia mamma grigia sarebbero fieri di me.

Prima di essere gatto a Leida, fui un albero di sandalo alle Hawaii. Non vi tedierò con la mia noiosa vita. Solo un giorno scorsi, lontano, un monte che spesso brontolava esplodere e vomitare fuoco e fiamme. E questa visione rara e spettacolare fu l’ultima cosa che vidi. Equo, secondo me.

Prima di essere albero di sandalo alle Hawaii fui un cane bianco con una macchia marrone sul muso. Il posto dove vivevo si chiamava Antrim. I miei padroni erano servi degli O’ Neill; il mio preferito era il giovane Aodh, che aveva le fiamme negli occhi. Quando Aodh partiva per combattere per il suo padrone, io gli abbaiavo dietro fino al bivio per Armagh, dove si riuniva agli altri galloglas e non aveva più bisogno di me. Quando tornava, io sentivo il passo e l’odore del suo cavallo e lo accoglievo felice. Un giorno sentii un cavallo che non era il suo, poi altri dieci e venti; e un odore forte, di morte data e ricevuta, di morte stantia. Volli fare il mio dovere di cane e corsi al bivio per Armagh. Gli Inglesi mi colpirono per gioco, proprio sul marrone della macchia.

Prima di allora non ricordo nulla.

Nota dell’angelo custode: vivendo si accumula sofferenza. Non biasimate chi vi impedisce di portarne troppa.

20 November 2006 - Comments Off - permalink

Il rimedio

di herzog

 

Dal vallone che dà verso mattino era scesa una stagione a cielo basso che già sfiorava i bricchi più lontani.

Ai primi giorni ognuno scantonava in piazza per questionarne la misura. Anche i più tenaci ora dovevano capitolare, ché non restava dubbio: a ogni giornata il cielo si abbassava un po’ di più.

Vedrete che presto si mangerà gli alberi al sopramonte, aveva previsto qualcuno. E il cielo si era mangiato gli alberi al sopramonte.

Toccherà anche ai gerbidi alti, avevano detto poi. E il cielo si era abbassato ancora, e i gerbidi erano scomparsi di azzurro.

Il prevosto aveva fatto recitare le novene nella sagrestia a monte del paese, ma subito dopo il cielo aveva cancellato la croce del campanile. La chiesa si era svuotata, allora, e ormai al confessionale ci veniva soltanto più la Neta, a inventare ogni giorno un peccato per essere finalmente punita.

Il medico condotto aveva stabilito che era opportuna invece la pratica di un salasso per far defluire gli umori che gonfiavano il cielo. Fece sparare infine verso l’alto tutte le doppiette del paese a bucare il ventre azzurro. Appena dimenticato l’odore della polvere da sparo, i pallettoni erano ricaduti giù interi come grandine a forare cappelli e bisacce,  e tutti correvano al riparo con le mani sulla testa, bestemmiando il salasso, il medico e anche, a ogni buon conto, il prevosto.

Il cielo si era abbassato un po’ di più, e anche il condotto aveva perso quasi tutti i clienti. Lui e il prevosto si trovavano a sera a lagnarsi e a bere vin santo fino alle lacrime. Guardavano fuori dalla bifora della sagrestia, e macché, il cielo ero basso, e calava sempre più.

Ormai la gente usciva per strada a capo chino e schiena curva, per timore di sbattere la testa nell’azzurro che già raschiava i coppi delle case.

Lindo Boasso era lento, talmente lento che per fare qualunque cosa impiegava almeno il doppio del tempo necessario. Le sue uve maturavano a primavera, quando i tini degli altri già erano stati rilavati, e i prosciutti in cantina gli stagionavano al biennio. Era nato forse cinquant’anni prima, ma di anni non ne aveva compiuti che trenta finora, e malcontati. Eppure fu Lindo Boasso a ragionar per primo.

Occorre far qualcosa, disse al paese anche quel giorno in piazza a controllare la caduta del cielo. Ci vuole un rimedio. Io conosco chi e come. Se volete, mando. Ma ci vogliono quattrini.

Granai e cantine erano pieni, in paese, ma di consegnar danari a qualche sconosciuto, non si parlava. Tornarono tutti in silenzio alle case, piegando bene le ginocchia e togliendosi i cappelli

Il mattino dopo, alla prima luce, l’azzurro era a un metro da terra, e della gente non si vedevano che grembiali e pantaloni frusti, e ci si riconosceva ormai da quelli, o dalle scarpe con il tacco fesso, o dalla voce. Di casa uscivano solo più i ragazzini delle prime scuole, che correvano per vicoli sfiorando con le zazzere il cielo fresco di nuvola.

Ogni famiglia fece avere allora i danari a Lindo Boasso, perché mandasse.

Va bene, manderò, rispose, mentre a tentoni cercava per strada il figlio mezzano.

Va’, prendi la mia bicicletta e pedala dalla Lena di Gottasecca. Dille del cielo, e che ci mandi un rimedio.

Lindo Boasso consegnò un involto al figlio, annodato per le cocche.

Qui dentro ci sono i quattrini, dalli a lei.

Ma come, in bicicletta ci vogliono due ore per un viaggio e due per l’altro, ed è salita fin su al passo. Mandami allora in treno, protestò il ragazzo.

In treno no, non mi fido mica. Il treno striscia come un serpe. Ci si può fidare, di un serpe? Andrai in bicicletta, e tornerai subito indietro con il rimedio.

Il ragazzo scarrucolò giù per i ciottoli del paese, con i cielo che gli fischiava negli occhi facendoli umidi. A fondo del vallone non girò invece per Gottasecca e la salita, deviando in basso verso la stazione. Sciolse le cocche, e prese dal fagotto il necessario per il biglietto di andata e del ritorno. Calcolando poi il tempo risparmiato, entrò da un locandiere e fece festa con manzo e vino rosso. Il cielo era alto, alla stazione, e l’aria sapeva di voci lontane.

Quando arrivò infine dalla Lena, spiegò e rispiegò, rovesciando i quattrini rimasti sul tavolaccio di cucina. La vecchia contò le monete malcontenta.

Ti darò il rimedio, disse, per quel che mi hai portato.

Tutto qua? chiese Lindo Boasso a sera, di fronte al figlio che era tornato portando il rimedio nel fagotto.

Tutto qua, rispose il ragazzo, sparendo fuori nel blu cupo per non dover dire d’altro.

Speriamo che basti, pensò Lindo, grattandosi la nuca.

Molta gente venne a casa per vedere, strascinandosi carponi sui selciati a un dito appena dalla notte.

Restarono tutti lì, nella stanza grande, seduti intorno al rimedio che spuntava dal fagotto sopra il tavolo.

Il prevosto e il medico condotto non vennero, e fecero dire che rimanevano a piangere in sagrestia.

Fu una note di veglia e di semi di zucca, e di parole poche.

A mattino fatto, dalla casa di Lindo Boasso, dalla sagrestia, e da tutti cantoni, ognuno di loro guardò in fuori dalle finestre aperte.

 

(ora, non che è che possa fare tutto io. Al raccontino manca un explicit. In caso di generosa offerta, porrò i vostri contributi qui in calce. Ma presto, che il cielo mi par basso)


Ti darò il rimedio, disse, per quel che mi hai portato.

Lo condusse nel retro dove bollivano misericordiosi intingoli, producendosi in una danza del ventre che condannò defintivamente il cielo a schiantarsi. (Diamonds)
Lindo Boasso riversò a terra il contenuto del fagotto su un quadrato di terra appena zappato.
Erano 4 piume di gabbiano che Lena aveva dato al giovinetto. Erano solo 4, poche rispetto alla bisogna ma Lindo non si scoraggiò e bestemmiando fra i denti la genìa tutta della Lena, si abbassò ulteriormente per disporle sulla terra come punti cardinali. (Metallicafisica)
Il medico ed il prevosto, unici prigionieri del rugginoso proprio ad aver tentato l’esercizio di una disciplina svogliata che costringesse il loro sguardo ad una genuflessione, d’osservanza al proprio ruolo ed alle proprie convinzioni, avevano infine ceduto. Il prevosto di schianto per assenza di robusta fibra. Il medico condotto ricorrendo alle droghe morfinose prelevate di soppiatto dagli sportelli alti della farmacia.
Il medico dormiva morto, il prevosto invocava con gli occhi immersi nel cielo basso la redenzione.
L’opprimente marea lattiginosa iniziò a prender distanza dalla terra, dagli uomini fiduciosi, dai coppi umidi incrostati di licheni e muschi soffici per arrestarsi, spezzando la speranza, a metà del campanile.
Il figlio mediano di Lindo Boasso, che sapeva perchè quella materia non liberasse dal giogo l’abitato, cominciò a raccattare a manciate le bucce dei semi di zucca che punteggiavano pavimenti e selciati, ad ingoiarne con foga a migliaia. Troppe. Esalando faticosamente l’ultimo respiro compensò al sottratto, con quell’alito debole sospinse via cieli, nubi e foschie. Sorridendo. (Stellato)
C’era tutto il paese ad aspettare, ma non si vedevano che punte di scarpe, punte, punte, e suole di ritorno.
Lindo aprì il fagotto, dentro c’era uno scrigno di legno a forma di uovo.
Dall’uovo uscirono due farfalle, maschio e femmina.
Volarono per la stanza aprendo l’aria a colpi di leggerissime ali.
La folla sbirciava nei buchi già aperti e sospirava “oo-ooohhhh!”
Ma per quanto volassero due farfalle da sole non potevano far comparire il mondo.
Ci vollero molte primavere, inverni, la cova, i temporali estivi e le preghiere delle donne sgranate al vespro.
Le farfalle figliarono e si moltiplicarono al loro ritmo naturale e poi si sa, la vita di una farfalla dura un giorno.
I figli dei figli dei paesani e di Lindo rividero il mondo per intero, mentre i vecchi ancora raccontavano di quel cielo una volta sceso fino a terra. (Pispa)
Lindo doveva decidere e anche alla svelta, che il cielo oramai era di un basso, ma di un basso.
Prese un pentolone di coccio, cominciò a far bollire dei fagioli, quando furono lessati aggiunse due pomodorini del piennolo – venuti dal Vesuvio, che glieli mandava sempre una sua amica- un pò di sedano, del basilico, aglio, olio e sale. I paesani lo guardavano con aria di disapprovazione, pensando, ma guarda questo, il cielo sta cadendo e lui pensa a cucinare.
Preparò fagioli per tutto il paese, li servì lui personalmente, raccomandando a tutti di mangiarli.
Dopo che tutti ebbero mangiato, Lindo spiegò il suo piano
Era un pò a disagio ma per il bene del suo paese lo superò e spiegò il da farsi, quando i fagioli cominciavano a fare effetto sprigionando aria nelle pance dei suoi compaesani, questi si dovevano riunire e lanciarla verso il cielo. Il piano piacque, tutti si disposero in circolo e con le braghe abbassate decisero di sganciare al 3 di Lindo.
1-2 e…un momento Lindo, disse uno degli uomini radunati, ci potrebbe essere qualche controindicazione? Qualche pericolo?
Al massimo una scorreggia ci seppellirà, bofonchiò Lindo, continuando a ingurgitare fagioli. (Didolasplendida)

 

E poi di nuovo volsero lo sguardo all’interno.
C’era una gallinella, nell’involto. Una giovane, tenerella, che si guardava intorno come a cercar conforto, e di tanto in tanto beccheggiava i semi di zucca rimasti. Con un certo pudore, come sospettosa.
E con questa, che dobbiamo farci con questa?, chiesero gli uomini al Boasso.
Il Boasso scosse il capo e chiese al figlio: che t’ha detto la Lena?
Non m’ha detto nulla, rispondeva il ragazzino, con tono di nenia e colpa, non m’ha detto proprio nulla.
Il cielo continuava ad abbassarsi, l’alba era cupa e densa tra il fogliame e gli steccati.
Boasso guardò ancora una volta la gallinella.
Il figlio si scagliò fuori di casa, per vomitare in un angolo rabbia mista a residui di manzo e vino rosso e paura.
Non se ne avvide nessuno: il cielo ormai aveva ricoperto tutto. La gallinella starnazzò come in una risata e poi si udì un rumore secco di collo spezzato.
Due ore più in là, in un sole abbagliante, la Lena si pettinava le rade chiome bianche e sorrideva dei destini degli uomini. Illusi.
Cialtroni.

(Flounder)
La Neta correva scarmigliata giù per il tratturo che portava alla masseria del Boasso, inseguita da un’alba precoce.

Ansava ed emetteva suoni che erano per metà parola e per metà singulto.
Chi riuscì ad udirle, raccontò che pareva invocasse la punizione per i suoi peccati direttamente dall’azzurro incombente che ormai tutto avvolgeva.

Dalle finestre aperte l’insostanza cerulea pervase ogni cosa, cancellando suoni, volti e cose. Solo rimase, svolto a metà sopra il tavolo di Lindo Boasso, un canovaccio.

Ricamate svogliatamente v’erano sopra alcune parole, o forse nomi, o forse un’invocazione antica e incompleta:

Teutatis, Taranis, Esus… (Gilgamesh)
e nella luce bianco azzurra del mattino vide scagliarsi in cima alla montagna “UN UFO” nero pieno di luci. (Palommellarossa)

 

Sotto il cielo basso il fagotto di lino si mosse svolgendosi e rivelando alfine il suo contenuto, celato ai più fino ad allora. quanta fatica per sostenere un sogno e quanta lena per disfarlo, ma si sà i tempi erano maturi ed anche il tempo della sceneggiata era oramai morto..
.. un uovo..
c’era solo un uovo, bianco come alabastro..
..-Si porti al castel dell’ovo- disse uno più dotto degli altri, -che certo qualcosa accadrà!
Lo portarono come in una laica processione, lungo le strade e i vicoli della città, e come per magia ovunque passassero su tuttti i muri le strade le porte i cartelloni e tutte insomma le superfici visibili comparvero indelebili scritte colorsangue che dicevano, raccontavano, denunciavano senza pietà e risparmio, tutte le menzogne, gli abusi le oscure manovre dei palazzi del potere. E a nulla valsero i tentativi di cancellarle, che tornavano più grandi e nitide che mai a risvegliar coscienze, a denunciare e a chiedere giustizia… (Bestio)

Il cielo aveva concluso la sua lenta, ma inesorabile, discesa sulla terra.
Che ai troppi errori umani, e forse anche divini, non c’era più rimedio. (Giorgi)

Ti darò il rimedio,disse, per quel che mi hai portato.
Tutti volsero lo sguardo al fagotto.
Poi gli occhi si spostarono di faccia in faccia rivolgendosi mute domande, trattenendo, persino, il fiato, aspettando che Lindo Boasso compisse un gesto.
Quello che videro era un pezzo di carta lercio e arrotolato legato da uno spago.
Dentro, una matita blu.
Il foglio traboccava di lettere grandi, storte, tremule e declinanti verso il basso.
“prima che sia troppo tardi tendi con le mani quell’ultimo piccolo lembo di cielo e inizia a colorare tutt’attorno.
Ti si stancheranno le mani, la punta si spezzerà, temperala e continua.
Non fermarti.
Disegna le nuvole e la pioggia, il sole e le stelle, la luna, il vento, la nebbia e la neve.
Non dimenticare nulla.
Arriva fino alla fine, quando si sarà consumata tutta e i polpastrelli pure.
Allora avrai finito e quello, soltanto quello sarà il vostro cielo”. (e.l.e.n.a.)
Tornarono poi a guardarsi tra loro e, con volti di domanda, verso il tavolo.
Sul fagotto aperto stavano ancora pochi oggetti: un sacchetto di juta, dei peli rossicci e frammenti di uno specchio rotto.
Lindo era in piedi, ché la stanchezza della notte insonne non l’aveva ancora colto, lento com’era. Ma non riusciva ancora a capire come il rimedio potesse funzionare.
Ciò che è stato annodato dev’essere sciolto disse a un tratto una donna, questo è l’unico rimedio.
Il cerchio dev’essere chiuso.
E per dar valore alle proprie parole, uscì decisa verso il cielo, senza nascondersi o chinarsi, ma a braccia aperte.
Quando di lei restava appena un lampo di colore della gonna, strinse a sé le braccia in un cerchio silenzioso.
E un pezzetto di cielo, solo un poco, si aprì al suo abbraccio. (Riccionascosto)
Non era rimasto più nulla. Solo fazzoletti di terra su cui poggiavano le loro case, come in certi quadri surrealisti. Condannati a essere prigionieri, senza mai poter uscire.
Lindo tornò a guardare impotente il contenuto del fagotto: una goccia di vernice trasparente che era bastata appena per ridare colore e sostanza alle cose.
Qualcuno si buttò dabbasso, per sfuggire a una vita impossibile; uomini e donne si disperarono e qualcuno uscì fuori di senno.
In un angolo, il figliolo si pentì amaramente del proprio comportamento sconsiderato e, finalmente, pianse.
Da lontano, Lena vide, sentì, capì. Trasformò le sue lacrime in vernice magica. Ci mise qualche giorno.
Il settimo si riposò. (Katiuuuscia)
Molta gente venne a casa per vedere, strascinandosi carponi sui selciati a un dito appena dalla notte.
Restarono tutti lì, nella stanza grande, seduti intorno al rimedio che spuntava dal fagotto sopra il tavolo. Fu una note di veglia e di semi di zucca, e di parole poche.

Nessuno parlava, perché ognuno di loro cercava di immaginare cosa poteva essere quel benedetto rimedio infagottato sul tavolo. Naturalmente era qualcosa di diverso per ognuno di loro, in base al carattere, al modo di vedere il mondo, alla storia di ogni persona… il fabbro immaginava 4 piume, da disporre secondo i punti cardinali, perché da piccolo giocava sempre agli indiani.
Il chierichetto astronomo aveva frequentato troppo catechismo e immaginò un capro espiatorio che pagasse per tutti, naturalmente sorridendo. La bella del paese, donna romantica oltre ogni dire, immaginava 2 farfalle che svolazzavano liberando l’aere e, obbedendo al biblico comandamento, si moltiplicavano salvando il mondo. La locandiera, gran burlona, immaginava dei fagioli che mangiati producevano gas, condannando il mondo senza aria a vivere nei miasmi dell’inferno. L’innamorato deluso, d’altro canto, non si fidava della Lena in quanto donna e immaginava una burla atroce della stessa. L’ubriaco del paese immaginava parole senza senso scritte sul canovaccio del fagotto, inutili come la sua stessa esistenza e anche in questa tristissima occasione non mancò chi avanzava la tesi del complotto alieno. Come dimenticare la politica? il sindaco Peppone naturalmente immaginava un rimedio che dimostrasse finalmente come tutti i mali del mondo ma anche la sua salvezza dipendano dall’etica di chi lo governa. Il becchino invece scuoteva la testa, troppi errori aveva visto per poter sperare ancora in qualcosa di buono per il futuro. La maestrina elementare immaginava nel fagotto della Lena una stupefacente matita blu, in grado di correggere tutti gli errori del mondo…la fattucchiera accarezzava nervosamente un gatto nero nel suo grembo e immaginava un esoterico abbraccio parzialmente risolutore con il cielo stesso; la pittrice, animo nobile, immaginava una vernice trasparente che potesse prendere il posto dell’aria. La verità è che Lena, da lontano, vedeva e sentiva tutto e non si era mai divertita così tanto. Il suo mondo non era più composto da personaggi che lei inventava (che erano perciò così noiosamente prevedibili per lei) ma da persone vere e pensanti, che si erano riunite nella stanza di Lindo Boasso per disvelarsi un po’. Del resto il servizio meteo, proprio per l’indomani, aveva previsto una tramontana fresca e pulita. (LipsVago)
Io ti dico che poi il prevosto di nascosto tirandosi su la vesta se n’è andato di corsa su per la strada di San Sulpizio per andare alla casa mezza selvatica del guardiacaccia Cora Erminio.
Era agitato il prevosto perché gli avevano tolto la clientela fedele rivolgendosi a quella vecchia bagasciona di Gottasecca, o chi fosse lei, ‘na stria,’na bruta masca. Perché invece il guardiacaccia Cora Erminio, lui sì che era un bravo cristiano, magari bietolone, però non superstizioso e pagante le decime alla Santa Romana Chiesa invece di tutti quei porconi avari e lucidi di grasso da far schifo, con le scarselle piene, gonfie e le femmine sghignazzanti e porche, loro.
Invece l’Erminio avea sposato santamente sua nipote, la povera Evelina, e ci avevano messo al mondo un bel figliolino dopo sei mesi, che si sa che era suo, il Ginetto, che ci somigliava tutto, magari anche nella chierica ma quello conta mica tanto, per dire, per il mondo eretico e malsano.
E così è andato là e tanto ha bracalato fuori dalla finestra che il disgraziato Erminio e sceso giù con le brache in mano e lui ci ha intimato l’ordine:
Adesso vai là con il revolver e la doppietta e ci pianti un bordello infernale (si fa per dire) e gli intimi scioglimento di adunata sediziosa, se no scomunica del papa e tutto il resto che viene, porcadiunavaccadellamiseria!!!
Allora quel cristo del Cora si è riassestato la mutanda, è corso in casa a prendere fucile e munizioni ed è volato giù come una saetta, che pareva che ci avesse gli alemanni al culo.
Insomma arrivato là alla casa del Boasso che già gli stava sul gozzo per via di roba di terre e eresie ha dato un calcio alla porta e ci ha fatto:
Alto là, criste, fermi tutti se no sparo che qui si fa una rivolta!!!

La gente si metteva le mani nei capelli al vedere quello scemo dalla nascita con ‘sto calibro 12 in mano.
Poi si alza il Boasso padre che ci aveva un portamento da re e gli fa:
O te, o tu figlio di una cagna e di un prete, cosa cristo sei venuto a fare tra le persone civili, che qui ci si ingegna e studia per una rivoluzione climatica, mica come te che sei solo capace a prendertela in culo dal prevosto!!!
Allora il Cora, a sentire quelle parole schifose gli è venuto come un mancamento che è volato giù in terrà come un sasso, tutto slungato là che pareva un salame verminoso; al contempo pure la doppietta è andata sbatter contra la gamba del tavolo e ci ha fatto su due colpi verso il soffitto che è successo un finimondo generale e imperiale.
Imperiale perché: c’è la causa e l’effetto, cioè che sti due colpi ti hanno preso in pieno il lampadario a petrolio del Boasso, ci hanno scaturito fuoco e fiamme e ci han dato incendio al paglione di sopra del cognato Gino, ove ci teneva nascoste tre taniche di benzina dal tempo dell’ultima guerra, per paura della tessera annonaria e razionamento, con conseguenza di esplosione terrificante.

Fatto sta ed è che tutti sono scappati, meno il Cora Erminio che l’ha tirato per i piedi suo cugino Ferrero Ermete perchè non finisse così malamente.
Poi l’inferno del fuoco bestiale è tanto salito su che ci fu un calore così grosso e terribile che il cielo si spaventò e aveva paura di bruciare anche lui.
Allora per terrore di bruciarsi il culo, ‘sto benedetto celeste cielo ha deciso di tirarsi su e di diventare un po’ più grigio e di piovere un bel po’, ma un po’ tanto.
Così si è spento il più spaventoso incendio che mai uomo vedesse da quelle parti e a Erminio ci han dato una medaglia del cazzo, tanto per dire, poi, dopo un bel po’, però. (MarioB)
I gemelli DiegoArmando e Ronaldo Miska, completamente strabici dalla nascita, sorseggiavano liquido bollente dal loro samovàr portatile, seduti sulla trave di un ponteggio al 24° piano, a Brno.

videro all’orizzonti monti e cime mai vedute prima.
qualcosa non andava dall’altra parte del cielo .

col muletto dotato di scala periscopica e sirena ambulante rossa, superarono la ex cortina di ferro ed entrarono in Italia.
raggiunsero il paese dove Lindo e i suoi conterranei guardavano straniti lo stupido fagottino sul tavolo, con tutto il cielo addosso.

allora montarono la scala periscopica allungandola al massimo, poi DiegoArmando che era il più basso, salì sulle spalle dell’altro.

prese due viti del 12 dalla tasca dei pantaloni e con lo svitavvita Krups piantò due bei tappi ad espansione in cima in cima, nel cielo, a cui appese il panorama correttamente.

di corsa, risalirono sul muletto, riattraversarono la ex cortina di ferro e, prima che il samovàr si freddasse del tutto, erano di nuovo seduti sulla trave al 24° piano.

“ora sì che va bene” esclamò Ronaldo sorridendo, e si guardarono soddisfatti nei 4 occhi strabici.
“robe da matti! si era stortato tutto il panorama”
“mi pareva!” rispose DiegoArmando.

un attimo dopo suonò la sirena del cantiere.
erano già le 18, a Brno.
(Pispa)

13 November 2006 - Comments Off - permalink

La Città di mezzo

di herzog

(notturno)

Cammina strade ad angolo con la notte stretta ancora in mezzo ai denti.

Non è vero che sia poi così ferma e piena: la conduce allora lui, la notte, a fondo di ogni vicolo, oltre l’ultimo cantone e fino ai campi, a tenderne le possibilità appese tra i piloni del viadotto.

Senza lui si fermerebbe tutta qui, la notte, serrata dentro pugni chiusi, tra briciole dimenticate in tasca, concentrata e secca e di scorza dura.

Riavvolge allora i giri di ogni oscurità al cambio d’ora, fino a quando alle sue spalle il cielo inizia a inacidire di un bianco nuovo.

Fino a quel momento definitivo, spinge la bicicletta vecchia e senza un freno a ridisegnare i contorni di questa parte di periferia, la Città di mezzo, e il suo lavoro sarà condurla all’indomani del buio.

E’ un luogo minimo, la Città di mezzo, che si vive e non si vede, raccontata da tradimenti e vite molto prima che dai selciati. La ricompone lui a ogni notte colmandone il perimetro, chiamando il nome delle cose perdute durante l’inganno chiaro del giorno.

Passa per strada sfiorando corpi addormentati al di là dei muri, così vicini che basterebbe allungare la mano per toccarne  i sogni umidi e i respiri che filtrano da infissi e crepe. Per non cedere ai sogni tiene stretto il manubrio della bici, si àncora a pedali e sella per non volare sopra tetti e strade e vite, si lega alla luce orizzontale e pubblica per sospingere la notte intorno agli angoli della Città di mezzo, che è un luogo mobile e concreto.

Si calca poi il cappello con visiera e alliscia la divisa vecchia da metronotte, e ricomincia a tessere un’altra volta il mondo.

Ha una famiglia a casa che non vede quasi mai, ne conosce solo le prime voci che trova al suo rientro, e i sogni che iniziano quando esce a sera. La Città di mezzo è un luogo necessario, e lui non può negarsi a quel dovere.

Nelle strade dove distende il buio non c’è quasi nessuno, qualche ladro e tagliagole appena che esce per lavoro, e lo saluta togliendosi il cappello. Anche loro sanno la notte, e hanno famiglie che vedono a stento.

Con il metronotte scambiano sigarette e parole per passare di traverso al freddo che ancora manca a domani. Si conoscono da anni, ognuno serve un mestiere e un dio, ma non qui, che la Città di mezzo è luogo di confini dichiarati e illesi, dove tutto accade subito prima o appena dopo.

Ma all’uomo piegato contro la saracinesca chiusa tocca una spalla ora il metronotte.

Lo sguardo che si volta è sconosciuto e cieco.

Non sa la Città di mezzo, dove tutto trova improvvisamente fine.

La lama apre un varco senza tregua nella divisa e nella vita color stoffa.

Ha la notte stretta ancora in mezzo ai denti, quando cede in avanti a raschiare il selciato con il viso.

Mentre cade, si strappa in alto un angolo di buio ed entra, a un’ora sorpresa, il chiarore appena umido del giorno.

7 November 2006 - Comments Off - permalink

La croce e il segno

di herzog

Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.

Eran giorni, quelli, in cui ogni parola pesava ed era tanto solida da far ombra sul terreno. Eravamo in ascolto di ogni rumore, e di ogni assenza di rumore, per leggere il destino.

L’inverno aveva avuto la coda lunga.

Abitavamo in quella cascina lassù a mezza costa, e ogni giorno eran tre chilometri di sentiero giù verso il paese e l’unica scuola. Ci si alzava che non era chiaro ancora, e a volte c’era mezzo metro di neve, e noi non avevamo che zoccoli di legno e una mantella cerata. Mio padre spalava neve per cento metri, e alla cascina successiva facevano lo stesso, così che c’erano tratti in cui gli zoccoli non affondavano. Ma al giorno continuava a fioccare, e nel ritorno in salita i piedi si ghiacciavano sul sentiero cancellato di bianco.

Intorno all’unica stufa della casa, avevamo chiamato per nome anche gli ultimi giorni d’inverno. Mancava non molto a primavera e alla Liberazione, ma ancora non sapevamo l’una né l’altra.

Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.

L’otto aprile fu l’ultimo giorno dei fratelli Barge.

Il maggiore era già salito a monte con le Brigate Garibaldine, mentre gli altri tre velavano la sua assenza continuando a lavorare la campagna.

Dorino Barge, il più giovane, a ogni mietitura e alla vendemmia traversava giù la costa dalla parte sua e risaliva fin qui a casa, dove mio padre gli dava la giornata. All’aprile le Brigate gli fecero portare delle casse loro sopra il carro, per spostare munizioni. Di ritorno dal crinale, Dorino aveva poggiato l’ultimo passo sopra la terra smossa di fresco e minata. L’avevano poi cercata a lungo tra le radici dei castagni nudi, ma era rimasta ai boschi per sempre, la sua testa.

Lo trasportarono allora al casolare più vicino per non fare altri movimenti, che la repubblica aveva occhi e tendeva orecchie. La notte stessa, gli altri due fratelli Barge lo avevano vegliato insieme, per non lasciarlo solo in casa d’altri.

I fratelli parlavano a denti stretti e occhi bassi, mentre i due vecchi della cascina sgranavano il rosario. Non sentirono nulla, finché non li avvertì il cane, ma era troppo tardi ormai. Fuori dalla finestra, i tedeschi avevano riempito l’aia e la notte fredda con parole secche. Li aveva condotti lì uno di Mombarcaro, che aveva le costole rose da una canna di pistola.

I soldati li fucilarono tutti: i due fratelli Barge, i due vecchi della cascina, e quello di Mombarcaro, che ora tra le costole aveva un foro grosso come una noce.

Per tutta notte il cane non aveva smesso di abbaiare alle ombre sull’aia vuota. Tirava la catena da matto, e ringhiava contro nessuno. Avrebbe continuato a vedere e a sentire per sempre quella notte. Era solo più un raschio rauco, il suo abbaiare, quando alle prime luci il padre dei Barge dovette abbatterlo per compassione.

Il mattino dopo mio padre guardava giù verso il Bormida, che ancora era opaco per le scurezze del giorno non fatto appieno.

Nemmeno il corteo funebre, gli faranno.

Gli uomini non si muovevano più dalle case e dai campi, per paura dei rastrellamenti. I ragazzini come me erano invece invisibili, e passavano a bordo dei sentieri e tra i borghi come fantasmi. Mio padre mi serrò la spalla con le dita che sapevano di terra e legno.

Cala fino allo stradone che va al cimitero, e aspetta finché passa il padre dei Barge. Resta nascosto fin quando arriva, e guarda se c’è gente che lo segue al camposanto. Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.

Lo avevo già visto da lontano, prima che arrivasse allo stradone. C’era solo un velo sottile di pioggia che sfuocava l’inizio di aprile; per il resto, non si muoveva altro, se non quell’uomo e il carro.

Sul carro c’erano sei casse, e tre erano di figli suoi.

Lo lasciai passare, guardando basso, finché il curvone oltre il ponte non lo cancellò.

La pioggia, un uomo, il carro, e poi nulla.

Voltai allora verso casa, scordandomi del segno e della croce.
(di questa storia non so dire molto, se non che è vera, con l’eccezione dei nomi di persona. Insieme a molte altre che raccolgo e conservo, appartiene a chi c’era e vuol lasciarne, per ragioni d’età, testimonianza – ma, forse, queste storie appartengono anche a noi)

2 October 2006 - Comments Off - permalink

Dove sono?

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