Nuvole deserte

di Barbara Delfino

Dal finestrino del pullman mi accorgo, all’improvviso, che anche nel caldo possono esserci le nuvole. Ho un momento di scoramento: se il caldo è caldo, a maggior ragione la nuvola, che è fredda, non dovrebbe interrompere la perfezione di un cielo che entro poche ore sarà bollente.
E invece no. Mi sfrego le braccia coperte dall’abbronzatura. Sono le sei e quaranta minuti del mattino. A casa le persone iniziano a pensare alla loro giornata lavorativa. In lontananza vedo il posto di blocco per il cambio scorta della polizia turistica. Soldati seduti, in piedi, che passeggiano: un’aria di attesa continua, una guerra che non li sfiora, compresi nel loro ruolo a pensare solo ed esclusivamente a come indossare il loro fucile semiautomatico nel modo più fiero e imponente. Hanno le divise sporche.

È un mattino più centrale, ora. Abbiamo macinato chilometri su una strada che credevamo diritta e invece si svolge tortuosa tra concavi e convessi pietrosi. Niente è come sembra. Il deserto lo immagini di sabbia fina e rossastra, ma in realtà è fatto di rocce sgretolate e arbusti secchi. Passa un ragazzo con un gregge di capre. Che cosa mangeranno mai, chiede il turista seduto dietro me. Come fanno a vivere qui, aggiunge sua moglie. Gli stessi che, in patria, alle notizie di sbarchi clandestini, commentano ci vorrebbero le armi a bordo delle nostre motovedette al largo delle coste italiane. Armate e operative. Qui, in terra straniera, siamo stranieri noi. Osserviamo, critichiamo, giudichiamo. Chiediamo come sia possibile, come facciano, come possano. Dimentichiamo l’accelerata in auto quando al semaforo osano lavarci il parabrezza. Fa caldo, sempre di più, il sole filtra dal finestrino dell’autobus. Ho sete. La nuvola in cielo non raffredda la luce attorno.

La giornata è scivolata veloce. Torniamo indietro, la gita turistica è al termine. La nuvola in cielo inizia il tramonto tra case distrutte da incuria, spazzatura ovunque, bambini in corsa, persone sedute sui talloni a parlare. Tantissime. Le vedi dappertutto, accovacciate, a parlare. Ti chiedi: che cosa si dicono? Di cosa discutono? È il loro lavoro, stare davanti a una porta a dire? I negozi brulicano, ma al di fuori. Dentro c’è al limite un anziano seduto su una sedia con nessuno con cui chiacchierare. Forse è solo proprio perché seduto: se potesse ancora accucciarsi a terra, la galabeja a sfiorare lo sporco del marciapiede, di certo troverebbe un compagno con cui criticare il pullman che sfreccia tra i carretti e le fiat anni ’70 con il cruscotto coperto di pelliccia di cammello. I dossi acuminati e i posti di blocco delimitano i confini delle città, scopriamo grazie alla nostra guida che orgoglioso ci mostra angoli di vita del suo popolo. All’improvviso l’autista si ferma, apre la porta, si fionda in strada. Il panico ci prende, a casa nostra non succederebbe mai una cosa del genere. Lo vedo correre in un negozio, parlare con il vecchio seduto all’interno. Parlottano. L’autista torna da noi, in mano un sacchetto di plastica trasparente a mostrare pistacchi e un pacchetto di sigarette marca Cleopatra. La porta si chiude appena in tempo per lasciarmi sentire la voce del muezzin chiamare alla preghiera.

8 April 2008 - Comments Off - permalink

Ponte Mammolo

di Francesco Pecoraro
(dal blog tashtego.splinder.com)

10 dicembre 2007
Osservare un grumo di immondizia

Forse è sempre stato così, ma oggi la disparità e la diacronicità della condizione umana nella città mi colpisce molto.
Inciampo su questa brutta parola, “diacronicità”, perché riassume il dato di partenza di questa nota: la compresenza nella città di condizioni storiche molto diverse tra loro.
Parlo delle diverse condizioni nelle quali l’uomo si è trovato a vivere/sopravvivere/morire sulla crosta solido/liquida di questo pianeta.
Condizioni economiche, ma anche sociali, insediative, produttive, igieniche, eccetera.
Insomma parlo del pacchetto di relazioni tra uomo e uomo, tra umani e animali, tra umani e risorse del territorio che via via costituisce, caratterizzandole, le varie modalità storiche e proto-storiche della nostra esistenza.
Forse non me ne ero mai accorto, mentre magari tutti lo sapevano, ma oggi la società e la città che abbiamo costruito ospita tutte le condizioni umane della storia, dai cacciatori raccoglitori, agli agricoltori, agli allevatori, ai cavernicoli, ai nomadi, fino ai contemporanei annidati in quelle che vorrebbero fossero fortezze imprendibili e molto separate dagli altri, cioè da quelli che, magari a poca o pochissima distanza, vivono in condizioni tipiche di stadi del tempo umano assai precedenti.
Sulla condizione della maggioranza (maggioranza per quanto ancora?) occidentale contemporanea, che si vuole protetta e garantita e sicura, che punta all’esclusione da tutto ciò che non la riguarda e non la rispecchia, occorre tornarci su, per provare a definirla, ma subito mi preme dire degli altri.
Premetto che non ne so molto, perché finora ho sempre vissuto nelle schiere dei garantiti, ma anch’io ho occhi per vedere, per cogliere la realtà e i suoi indizi.
Dunque butto lì degli elementi per un quadro certamente da verificare.
Nell’antica metropoli mediterranea dove vivo, Roma, la Città di Dio, coesistono e reciprocamente interferiscono, da quasi tremila anni, le impronte e talvolta le tracce molto consistenti delle città precedenti.
In tutte le città ci possiamo muovere, oltre che nello spazio, anche nel tempo: a Roma, se ti metti a camminare dalla periferia verso il centro puoi accorgerti facilmente che stai risalendo nel tempo, che attraversi via via ambienti urbani sempre più antichi, fino alla città del Cinquecento, dove troverai inserti molto più remoti, edifici medievali, frammenti di città romana, persino manufatti preistorici.
Tutto si mescola, ogni cosa accanto, oppure sotto, oppure sopra, o dentro all’altra.
Ogni cosa risente, più o meno direttamente, di ciò che in quel luogo l’ha preceduta.
Tutto questo è noto e fa parte dei motivi per i quali la Città di Dio è così famosa.
Ed è il motivo principale per il quale mi è sempre apparsa sporca e poco chiara, ambigua, traditrice.
Ma gli umani, quelli che assieme a me sono vivi qui e adesso, quelli coi quali condivido questi spazi e l’esperienza di esistere nel mondo agli inizi del Secolo Ventunesimo (contato a partire dalla data di nascita di un profeta), gli umani, dicevo, avevo sempre presunto che condividessero più o meno il mio stesso “stadio di civiltà”.
Ma non ci avevo ben riflettuto, perché non è così.
Quella dei manufatti non è la sola rilevante diacronicità di Roma.
Cosa sono quelle persone che emergono dai canneti del greto e si affrettano sui camminamenti oltre il guardrail del Viadotto, spingendo carrelli da super-mercato, trascinandosi trolley stracolmi, se non cacciatori-raccoglitori che accumulano le deiezioni metropolitane e le usano come risorsa?
E le caverne di tufo sull’Aniene, all’altezza di Ponte Mammolo, da chi sono abitate se non da trogloditi?
E i nomadi degli accampamenti?
E gli agricoltori che coltivano ovunque orti più o meno abusivi, che accudiscono serre di plastica, piccole vigne insediate tra i raccordi degli svincoli?
Quelli che abitano lunghe file di baraccacce fatte di materiali residuali, senza luce né acqua, in grandi insediamenti che a sera fumano dei fuochi accesi tra plastiche dismesse e rifiuti, cosa sono se non umani allo stadio iniziale dell’umanità, senza un vero tetto sulla testa, senza nessuno che li protegga, senza mezzi certi di sostentamento, senza legge né riconoscimento di esistenza?
Cos’altro sarebbero se non uomini che vivono ad uno stadio pressoché selvaggio, senza essere selvaggi, senza possedere cioè la sapienza materiale necessaria per quella vita, senza poterla naturalmente accettare come l’unica possibile?
Spesso, affacciandomi alla finestra vedo – sulla montagnola coperta delle solite sterpaglie e cosparsa dai soliti manufatti incongrui e mal costruiti, oltre il nodo di scambio tra la FR3 e la linea A della metro, dove un gruppo di edifici cerca inutilmente di esprimere valori di modernità, efficienza & tecnologia – pecore al pascolo, con tanto di pastore e grossi cani bianchi, pelosi.
Fino a qualche anno fa, su quei pratazzi scoscesi, desolati e un po’ sconci, che stanno a meno di cinquecento metri dalle mura vaticane, si pascevano anche misteriosi e bei cavalli.
Allevatori di bestiame in pieno centro, questo propone una delle capitali d’Occidente, gente che evidentemente da quel mestiere ricava reddito e dunque, finché può, non lo abbandona, nonostante ci sembri una stranezza anacronistica, un arcaismo.
I raccoglitori, invece, che rispetto agli allevatori si situerebbero ad un precedente stadio evolutivo dell’umano, usano come risorsa l’immenso surplus prodotto dal territorio metropolitano, radunando, talvolta rubando, enormi quantità di materiali di scarto che avviano al riciclo, come batteri metabolizzatori di rifiuti e organismi morti, con la loro brava funzione di utilità per l’organismo urbano.
Si nutrono dell’urbs cioè della città fisica, tenendosi di solito lontani dalla civitas cioè dalla città sociale, dalla comunità insediata che a malapena li tollera, o meglio che ne consente l’esistenza a patto che si tengano alla larga dalla città consolidata, purché razzolino fuori portata dello sguardo dei garantiti, e di quelli che si credono tali, mentre da quello stato preistorico li separano solo poche, pochissime, migliaia di euro di reddito mensile.
Solo i nomadi puri e duri – quelli che ti guardano negli occhi e ti chiedono se hai soldi per loro, quelli che al mercato, in metropolitana, in autobus, riescono talvolta a rubarti il portafoglio – si alimentano direttamente, quando ci riescono, della civitas, come hanno fatto sempre i nomadi con le società stanziali, che un tempo razziavano e oggi sono costretti a parassitare.
Nelle pieghe e negli interstizi della città dove tendono ad accumularsi sporcizia e un infinito lerciume d’abbandono, si annidano gli organismi preistorici che lo filtrano e se ne nutrono, vagliandolo pezzo a pezzo, rimettendolo così in circolo, cioè nel ciclo che ri-produce l’infinità di oggetti di ogni tipo di cui crediamo di aver bisogno.

11 dicembre 2007
Roma, Ponte Mammolo

Ci siamo capitati in mezzo praticamente per caso, nel corso di un sopralluogo con altri scopi, la strada era piena di fango con grosse et profonde pozzanghere, sbarrata da macchine di polizia municipale messe di traverso, abbiamo mostrato i tesserini, ci hanno fatto accedere, era pieno di polizia di stato, c’era la protezione civile, tutti in stivaloni gialli che arrancavano nella fanga, in uno spiazzo parcheggiavano grossi camion di quelli col cassone nerboruto di ferro, più avanti le ruspe raccoglievano macerie e le scaricavano nei cassoni dei camion, una poliziotta bellissima, col suo cappello da poliziotta un po’ sbarazzino, a cloche, anche lei stivalata di giallo, che camminava affondando nella mota, sorrideva chiacchierando fitto al cellulare, tutti con l’aria rilassata, si fumavano la sigaretta al sole, che di gente di lì, voglio dire gli abitanti del luogo, anzi gli ex-abitanti, non se ne vedeva, si vedevano invece grossi mucchi eterogenei di materiale demolito, mescolato a oggetti, elettro-domestici, mobili, un grosso pupazzo verde iper-muscolato di hulk, abbandonato su un mucchio di bombole del gas, una motosega, pezzi di legno, di muratura in foratini, soprattutto lamiera ondulata (la lamiera ondulata come protagonista della storia dell’ultimo secolo) sfranta e piegata, aruzzonita, incarognita nella sporcizia umida, repellente, dei mucchi di stracci, in mezzo all’abbandono assoluto, frammenti di pavimento senza più la casa intorno, recinzioni in rete e palanche, pannellature di plastica, pezzi di controsoffitature in gesso, lamieraccia, ovviamente e paniforte smangiato, pezzi di palanca, tutto demolito, sventrato, tutta quella disperata volontà di delimitare, organizzare e difendere uno spazio, di fare casa, di avere una dimora nell’indeterminatezza ostile di questa città e del mondo, un pezzetto piccolissimo di territorio, un precinto di area esondabile che può andare sott’acqua alla prima vera piena del fiume, è già successo, un posto spesso affittato da un italiano, magari poi aggiustato, mantenuto, migliorato, consolidato e impermeabilizzato alla meglio, ignorando che non solo non è tuo, ma non è nemmeno di chi te lo ha affittato, facendo finta di poterci stare per molto tempo, crescerci le creature, coi proventi di attività varie, come lavorare da muratori, da manovali, da imbianchini, raccogliere ciarpame, rottami, rubacchiare rame e, come dicono quei mucchi di trolley buttati giù sul greto immondo dell’Aniene, rubare proprio, borse e valige e chissà cos’altro: tutta questa vita non esisterà più, non in quel luogo, non in quella forma, qualcuno sull’altra sponda ancora si attarda su questo fiume lercio, attendato proprio sul greto, panni stesi ad asciugare, appesi alle reti precarie degli orti circostanti, anch’essi abusivi, come le loro baracche, mentre in mezzo ai massi di basalto messi lì a consolidare il greto, razzola un grosso ratto biondo: era un pezzo che non ne vedevo.
Chi erano e dove sono andati, abbiamo chiesto.
Romeni, perlopiù. Non sappiamo dove li portino, hanno risposto.
C’era pure qualche italiano, hanno aggiunto, ma pochissimi.

19 dicembre 2007
Costruire, abitare, pensare baracche

Le demolizioni di baracche in terra di nessuno – voglio dire apparentemente e praticamente di nessuno anche se in realtà niente a questo mondo, a parte l’Antartide, è “di nessuno” – mi creano conflitto etico-politico, confusione tra impulso solidale e ragionamento civile.
Le baracche più o meno consolidate che a decine ho visto abbattere l’altro giorno, erano attestate sul tracciato antico della via Tiburtina che, a partire da Ponte Mammolo, anch’esso risalente ad epoca romana, percorre un tratto di piana alluvionale dell’Aniene per poi ricongiungersi a nord con la consolare che va verso Tivoli: sito storico di baraccamenti periferici e disgraziati che compare spesso nei romanzi di Pasolini.
La sensazione prima è che un gruppo di umani, a seguito di varie vicissitudini che non conosco, ognuno col suo destino, ciascuno con una sua attività più o meno legale, una sua cultura di provenienza, un paese d’origine, abbia esercitato in quel luogo la facoltà primaria di insediarsi ed abitare una porzione della superficie del Pianeta: uomini senza casa che se ne costruiscono una in area libera, oppure se ne procurano una già esistente tramite transazioni.
Il punto cruciale è che, come si è accennato, non esiste sul pianeta un solo metro quadrato di terra che sia “libero”, sul quale qualche persona, reale o giuridica, non abbia imposto un diritto di proprietà, dove per proprietà si intende “ogni bene di cui si goda e si disponga in modo pieno ed esclusivo” (De Mauro).
Quel pezzo di pianura incolta, piena di alberacci striminziti e puzzolenti, cosparsa di cespugli radicati nella putredine del fiume, è, per la città dove sono capitati, un parco pubblico, un’area naturale che deve restare libera, che nessuno dovrebbe abitare.
Fin qui tutto fila liscio, il ragionamento resta in binari consueti e lo stato delle cose rientra nell’ambito del conosciuto e del giuridicamente definito e ri-conosciuto.
Ma qui voglio provare per una volta – non è certo un’operazione nuova, ma sicuramente è desueta – a rovesciare la priorità dei “diritti”, a ri-allinearli per ordine di urgenza & importanza.
Uno dei significati del termine “diritto” viene definito dal De Mauro come “pretesa derivante da norme di carattere morale o consuetudinario: es. il d. del più forte…”.
Nessuno mette in dubbio che esista un diritto del più forte e che questo sia quotidianamente e largamente operante in ogni aspetto della nostra vita, dove ciascuno di noi vive e lavora e acquista beni, direttamente o indirettamente, perché i più forti implementino la loro forza e di conseguenza lascino cadere da loro desco una maggiore quantità di briciole sul livello dove normalmente razzoliamo, impazienti anche noi di salire a quello superiore, eccetera.
(Chiedo scusa per la visione brutale, se qualcuno ne ha una più soft e altrettanto convincente da proporre, la può inviare per posta elettronica [...] sarà prontamente pubblicata in questo modesto sito).
Questo non mi impedisce di ipotizzare l’esistenza di un diritto del più debole, come diritto dei poveri e dei non garantiti ad un minimo di dotazioni fondamentali che consenta loro l’espletamento di uno stato vitale che non hanno chiesto, non avendo potuto scegliere, al pari della totalità degli umani, se venire al mondo oppure no e a quali condizioni.
Per quale motivo un essere umano cui è toccato in sorte di nascere in povertà, e/o in zone del pianeta disastrate, deve sentirsi colpevole ed essere universalmente considerato tale per questo?
Da molti anni mi sono fatto l’idea che ciascuno di noi possiede una sorta di diritto naturale, in quanto essere vivente, a trovare uno spazio terragno dove insediarsi e fare, se non proprio casa, almeno tana.
E che in conseguenza di ciò delle due l’una: o si costruiscono abitazioni a basso canone di affitto per chi ha pochi soldi, oppure si consente a chi ha bisogno di casa di farsene una dove possibile e opportuno.
La terza via è raschiare il territorio, come si sta facendo.
È un metodo che sicuramente produce effetti di miglioramento “estetico” delle zone urbane “liberate” e che soddisfa gli abitanti degli insediamenti circostanti le aree “infette”, che si sentono, spesso a ragione, minacciati nella sicurezza e lesi nel decoro.
Ma non risolve nulla.
Gli abitanti delle zone raschiate a vergine non si sa bene che fine facciano.
Oppure è chi scrive che non è sufficientemente informato, ma, trattandosi di migliaia di persone, non riesco a immaginare quale soluzione possa essere stata adottata, espulsione dei clandestini a parte.
A parte la pietas – nel senso di spontanea solidarietà umana – che ti invade se ti trovi ad assistere alla distruzione di un insediamento come quello di Ponte Mammolo, a Roma, devo ammettere di avere in materia sentimenti schizofrenici.
Perché da un lato sarei un sostenitore di una visione della città, intesa come sistema di spazi pubblici e privati, basato sul principio di delimitazione e sul rispetto della norma, che è condizione primaria per la convivenza urbana: la norma vieterebbe l’insediamento abusivo.
Quindi una parte di me prova un senso di sollievo nel constatare che un’area destinata ad un certo scopo, metti a parco, si renda disponibile per tutti.
Dall’altro lato non posso fare a meno di riconoscere il diritto primario di ogni umano a farsi una casa, diritto che considero più forte di quello, per esempio, di proprietà privata.
Credo che questa contraddizione sia oggettiva.
Credo cioè che non si presenti solo come un mio dilemma personale, ma che costituisca una di quelle tipiche contraddizioni che solo una gestione della polis chiara e certa dei suoi principi può provare a risolvere.
Non solo, ma si tratta di un problema urbano storico e, per così dire, strutturalmente legato ai vecchi e nuovi urbanesimi, che chiede di volta in volta soluzioni diverse.
Ad averci una sinistra che non si vergogni di esistere, si potrebbero cercare soluzioni civili, non becere, non sbrigativamente xenofobe, non razziste, non sostanzialmente violente, come un tempo è si è pure fatto, a riprova che è possibile farlo.

20 December 2007 - Comments Off - permalink

colori d’apparenza

Barbara Delfino

In tivvù dicono che il rosso è pericolo, e passione.
Mentre il bianco è purezza, pulizia.
Ma in oriente il bianco è il colore della morte.
E il verde è il colore della speranza, ma anche della bile, la gelosia è un mostro dagli occhi verdi.
In tivvù parlano anche di giallo, e fan vedere come il bianco sia la somma dei colori e il nero ne sia l’assenza.
Il blu piace a tutti, ma il blues è triste.
Più triste del blu è il grigio, vecchiaia, ma è anche il colore del cervello.
Il viola porta sfiga, il rosa è tenerezza.
Io ho vissuto coi colori tanti anni. Coloravo le latte di vernice, per gli imbianchini. Tante facciate nel centro di Torino son state fatte da me, anni fa. Anni e anni fa. Anni e anni e anni.

Io sicuramente adesso ho sonno. Forse, tra poco andrò a dormire. Però forse son sicura di una cosa. Che io, forse, son libera, mentre penso di essere imprigionata. C’è chi è forse prigioniero, ma si vanta di essere libero. La differenza è forse che io faccio i colori. Lui sicuramente neanche li guarda, credendo di vederli.

12 May 2007 - Comments Off - permalink

Genealogie

di manginobrioches

…quel che la vita ha di successivo
è l’andare e venire degli uguali…

Mi generò Concettina, primogenita di sette otto o dieci figli, donna d’ostinazioni, di pretese crudeli, d’affetti pieni di denti, implacabili come vendette. Si fece studentessa, medico condotto con indennità di cavalcatura, libera pensatrice, sindacalista, comunista. Il suo mondo confinava con le pareti di casa e con la galassia accanto: riusciva a leggere, ancora, le scritture dei lampi. Me la ricordo, la notte che le morì il fratello piccolo, affacciata alla finestra, che si dannava, perché riconosceva in cielo quel vasto pullulare, quel messaggio definitivo, quel fermento, ma non voleva dargli nome. E poi, vent’anni dopo, ad un altro balcone, dall’altra parte dello Stretto, che cancellava i messaggi, uno per uno, che la morte le mandava, scritti con la penna d’oca sulle nuvole, sulle onde, sul selciato, sull’odore di grano e acqua di fiori d’arancio della primavera.

Concettina fu generata da Carmela, donna dai fianchi vasti, madre di sette otto o dieci figli (il primo a morire fu sepolto sotto una croce di pietruzze, e ne rimasero – anni dopo le sorelle aprirono le tombe più antiche, antigoni alla rovescia dei doveri della morte – brandelli d’una vestina, un bottone e un osso come di pollo), bella d’un bellezza irriflessiva, immediata, incapace di salvezze. Andava a prendere l’acqua alla fonte, e poi tornava, bella come un’anfora, un lino, un canestro intrecciato.
La ricordo come una donna nera, sfigurata dal gozzo, immersa in una vecchiaia precoce e insensibile, primaria. Non sono mai riuscita a leggerle il cuore, ma era perché non sapevo, non so come si leggono, o forse non ce l’aveva: aveva rami, piuttosto, e colonne di linfa ascendenti e discendenti, e capelli crespi e mucchi di foglie di castagno tra gli abiti, le dita, i lobi forati delle orecchie, l’anima.

Carmela fu generata da Vincenza, donna-colomba, donna-sparviero, donna-falco. Mutava di forma secondo le creature: sapeva essere acqua, basilico, pietra. Partecipava della vita indistinta, non numerale, che fluiva liberamente per la casa, dalle radici alle tegole, dai semi ai rampicanti. Eppure aveva un vivido senso della ripartizione dei dolori. Coltivava piccole piante di follia mischiate con le piante domestiche, beveva acque medicinali, tendeva funi d’oro lungo tutte le notti, fungeva da richiamo. A volte mi pare di sentirlo ancora, lungo, profondo, ch’attraversa le valli, il mare, l’epoca, il buio.

Vincenza fu generata da Carmosina, donna d’occhi e di tutto, immersa nell’oscurità e nella luce, creatura mitologica, divisa come un pane, come una pioggia. Donna fruttifera, si spinge attraverso le nostre carni, tuttora, infiltrata nel passato e nel futuro, intenta a semine che non comprendiamo, non interamente. Le paghiamo quel tributo d’indistinto che ci permette di sopravvivere a noi stesse, forse. Quella sacra ripetizione di cui non sappiamo nulla, come una legge scritta negli astri con un argento indecifrabile.

Domenica è stato il compleanno di mia madre. Avrebbe compiuto 77 anni. Mi sono sporta in quel vuoto a occhi chiusi, cercando in me un capo della matassa, un appiglio. Volevo sentire la stessa vita che colma corpi diversi, “sconosciuti e irriconciliabili, come colori che si contraddicono e si riuniscono nell’oscurità”.
E’ l’unico eterno che riesco a percepire.
Tendiamo a pensare che il nostro bottino di tempo sia solo nostro, e invece no. E’ intensamente diviso e frammentato, partecipa del passato più di quanto noi potremo mai ricordare o sapere. No, non consola del tutto. Si sentono comunque i morsi del freddo, dell’assenza, della coscienza numerale che reclama sue proprie, infruttuose geografie, suoi territori fitti fitti di confini. Ma è l’unica forma possibile, così sporca e umana e innumerevole, come un’ininterrotta maternità circolante, come dev’essere dio.

30 January 2007 - Comments Off - permalink

La religione spiegata ai seienni

di tamas

Come succedeva assai di rado, per tanti motivi ma non perché non piacesse ad entrambi, quel giorno padre e figlio erano usciti assieme a fare la spesa. Sulla strada del ritorno, il padre aveva deciso di passare per il parco, perché il tempo era atrocemente splendido per quella mattina di inizio gennaio. Il bambino era stato d’accordo.
Mentre il padre misurava con le sue lunghissime gambe i suoi passi paciosi, il figlio trotterellava intorno a lui. Ogni tanto si avvicinava e lo guardava serio. Il padre sapeva di doversi aspettare una domanda. Ingannava l’attesa asportando pezzi di mollica ancora calda dal pane che avevano comprato e mangiandoli in tutta calma.
Si volse verso il figlio:
-Vuoi del pane?
-No.
Poi si udì il rumore di un sasso calciato dal bimbo, e si vide e si sentì panico e battere d’ali tra i colombi che si trovavano sulla traiettoria. Per fortuna non ci furono feriti.
-Babbo?
-Sì?
-Cos’è Dio?
Il padre guardava davanti a sé quando iniziò lentamente a rispondere.
-Dio è la ragione per cui siamo qui.
-Non capisco.
Il padre sospirò.
-Dio è un uomo molto, molto vecchio e molto, molto forte che vive in un posto lontanissimo, dove il celeste del cielo si sbiadisce a poco a poco e diventa bianco. Un giorno che si sentiva molto solo, perché non c’era nessuno con lui, ha preso delle scatole di costruzioni che aveva solo lui e ha fatto gli uomini. Poi li ha dipinti ben bene e li ha messi sulla terra.
-Perché?
-Perché gli uomini sono divertenti e Dio è contento di guardarli.
-Anche Piero è divertente?
-Chi è Piero?
-Piero è un bambino fortissimo che viene all’asilo e dà i pugni agli altri bambini e li fa piangere. Poi gli prende la merenda. Qualche volta si capisce che neanche la vuole, perché ha già mangiato, ma la prende lo stesso. Piero è cattivo.
-Piero è il più divertente di tutti. Dio si diverte un sacco a guardare quelli come Piero, che pensano di essere cattivi. Poi quando quelli si sentono davvero forti, Dio gli soffia nel petto, piano pianino: ma il respiro di Dio è così forte che quelli si ribaltano e volano via. E non si vedono più.
-Povero Piero.
-Già, povero Piero.
-Allora le persone sono i giocattoli di Dio.
-Sì, ma lui non ci gioca come tu giochi con i tuoi. Lui ci guarda mentre giochiamo tra noi, di solito.
-Perché non ci gioca?
-Perché è troppo forte per giocare con noi. Se ci toccasse solo un po’ con il suo dito mignolo, ci schiaccerebbe come tu schiacciavi quegli insetti rossi che c’erano la scorsa estate sul balcone, ti ricordi?
-Sì.
-Ti ricordi la macchia rossa che avevano fatto quegli insetti, alla fine?
-Sì. Poi la mamma mi ha sgridato.
-Esatto.
-Dio chi lo sgrida?
-Nessuno. Dio è alto e grosso e ha il vocione, nessuno lo sgrida mai. E poi è da solo, perché non ci può essere un altro forte come lui.
-E’ proprio così forte?
-Sì. Pensa che quando Dio gioca a Subbuteo tira così forte e preciso che la palla finisce sempre nell’angolino, prima ancora che l’avversario faccia in tempo a prendere il portiere. Se per caso invece l’ha preso, il tiro spezza le braccia del portiere e bisogna andare a prendere la colla, sennò non si può ricominciare la partita. E quando gioca a nascondino, Dio non lo trova mai nessuno. Lo cercano per giorni, all’inizio solo quello che sta sotto, poi anche tutti gli altri che vorrebbero continuare la partita. Ma Dio non si trova mai, come se fosse scomparso.
-E quando sta sotto lui?
-Dio non sta mai sotto.
-Perché vince sempre?
-Esatto. Dio non perde mai.
Erano ormai quasi fuori del parco. Il bambino sapeva che adesso c’erano le macchine e doveva dare la mano a suo padre. Ma prima di arrivare al cancello, corse davanti a lui e poi si fermò di scatto, guardandolo.
-Dio è noioso, babbo.
-Abbastanza. Ma non dirlo, perché viene qui e ti lega insieme i lacci delle scarpe. E i nodi di Dio non si possono sciogliere.
-E io mi tolgo le scarpe e vado scalzo.
Il padre ci pensò su un po’.
-Eh, ma qualche volta fa troppo freddo per andare in giro scalzi. Poi ti sporchi i piedi e la mamma non è contenta.
-Allora bisogna aspettare che Dio si penta e scenda a slacciarti i nodi?
-Sì, si fa così.
-E Dio viene?
-Il più delle volte viene. In fondo, Dio è un brav’uomo. Ora andiamo a casa, sennò la mamma si preoccupa.
Il bambino perse la sua mano in quella immensa del padre e cominciò a camminare verso casa.
-Babbo?, fece poi ad un tratto.
I due si fermarono. Il padre lo guardò da quell’altezza vertiginosa. Il bambino pensò che anche Dio doveva trovare piccolissime le persone che scrutava dall’alto. Poi rifletté che in realtà non era possibile che fosse così: Dio doveva aver trovato un modo per vedere tutti gli uomini come se fossero grandi e vicini, altrimenti ci sarebbe stato sempre il rischio di confondersi.
Il padre attendeva la domanda con una piccola inquietudine.
-Babbo, cos’è il Subbuteo?
-…E’ un gioco.
-Si gioca da soli?
-No, bisogna essere in due.
-E Dio contro chi gioca?
Il padre si grattò la testa con la mano libera, quella che reggeva le buste della spesa.
-Ogni tanto, quando è triste, prende delle persone sulla Terra, le stringe con delicatezza tra il pollice e l’indice e le porta a giocare con lui.
-Tu sai giocare a Subbuteo?
-Sì.
-Sei forte?
-Abbastanza.
-Non è che ora Dio ti prende?
-No, io prima devo insegnare a giocare a te. Poi, quando tu sarai bravo, Dio potrà prendermi quando vuole.
-Mi insegni?
-Facciamo domani. Ora torniamo a casa, sennò la mamma si arrabbia. E le femmine arrabbiate fanno paura anche a Dio.
-Sono cattive?
-Sono serie, è peggio.
-Non capisco.
-Non puoi capire tutto ora. Lasciati qualcosa per quando sarai grande.
Il bambino non seppe che rispondere. In quel momento un gattino nero, bianco e marrone passava sul marciapiede, con la coda corta dei gattini ben ritta in aria. Distrasse il bimbo quel tanto che bastava a soddisfare la naturale vanità dei felini, ma evitò con ogni cura di farsi avvicinare da lui. Padre e figlio si diressero a casa, e per un bel po’ di tempo non parlarono più di religione.

22 January 2007 - Comments Off - permalink

Rotte

di manginobrioches

Ci sono giorni che la morte gocciola piano, pallida, fin dal mattino, inavvertita.
Deposita uova e larve infinitesimali, qua e là, sotto le foglie dei ficus magnolidea della piazza, nel basamento di muraglia del Faro, attorno agli ombrelli seghettati delle palme, lungo le commessure dei pontili, aderente alla pietra nera, in mezzo alle alghe e alla broda degli attracchi, alle meduse e ai copertoni, nelle pozze di gasolio iridescenti che galleggiano nell’acqua grassa del porto. Secerne un filo bianco, certe volte, che abbaglia tale e quale alla luce di scirocco – io me la ricordo, quella luce: era mercoledì e mancava un giorno all’intervento chirurgico, e io non capivo perché continuavo a guardare la finestra che m’accecava, come se quel bianco nascondesse un messaggio d’inevitabile, e mi sentivo ripetere, con una voce stanchissima, già delusa: papà, se vuoi ce ne andiamo, papà ti porto via subito, non ti operi più.
E la morte stava già filando e tessendo, lenta come una bava di scirocco, come una corrente al largo, come una manovra di virata per entrare nella falce del porto.
La portacontainer, piatta e incastellata fino al cielo – il piccolo la chiama “la nave-città”, perché da lontano può leggerne i muri e le torri, mentre attraversa, lenta come un’isola, il braccio corto dello Stretto – la portacontainer viaggiava col suo passo di nafta, col suo profilo d’incudine, da un mondo all’altro: dalle Antille a Israele. Portava delfini, uova d’oceano, muffe, profilati d’alluminio, altro sale.
L’aliscafo portava uomini e donne, i migranti di tutti i giorni: impiegati, studenti, sporte, visite mediche, parenti e amici, cause e liti civili e penali, flirt, cartelle, fughe, ritorni, soprattutto ritorni. Portava marinai e un capitano, un capitano di quelli dello Stretto, capitani di cinque miglia e mezzo di mare, di andate e ritorni, soprattutto ritorni. Capitani di venticinque minuti di navigazione, e, quando succede, di mare lungo, o lupa, o corse sospese. Capitani avvezzi alle luci parpallianti dell’altra costa, alle sirene, ai fantasmi di navi antiche e moderne (greche, fenicie, romane, turche, spagnole, e poi americane, soprattutto americane), ai radar spenti, alle correnti eccentriche, ai garofali, alla fata morgana che raddoppia le terre, alla nebbia salata e calda che invece le cancella.
La morte se ne stava appollaiata sui rami alti, qualche volta i gabbiani, passando, s’impigliavano una zampa, e strillavano del loro strillo, gabbiani isterici e grigi di discarica marina.
Qualcuno deve averla vista, la morte. Qualcuno la vede sempre, ma la scambia per altro: mal di testa, scirocco, inquietudine, affanno, residui di sogni, gastrite, scontentezza. Soltanto dopo, molto dopo, ci pensi e ti dici: era lì, era quella, e io non l’ho riconosciuta, ho continuato ad andare avanti, ad andarle incontro.
Tutti sulla passerella, qualcuno pure col fiatone. Il comandante lassù sulla plancia, padrone dei mari, l’equipaggio giù a sforacchiare i biglietti, a ritirare le gomene, ad avviare le macchine. L’aliscafo appuntito, veloce, carico di ritorni. La nave lenta, pesante, smemorata. Lo Stretto piatto, appiccicato al cielo.
E la morte che tracciava la sua rotta, col compasso e il sestante.

Insomma, prima o poi doveva succedere: sullo Stretto passa di tutto, rotte longitudinali che incrociano ogni giorno le rotte trasversali da una sponda all’altra. Ora dicono che c’era un’altra nave, grande e grossa, nera come la notte e il mare nero, che ha accecato il capitano. Ma non era la nave, era la morte, che prende le forme di nave, gabbiano, gomena. Intanto qui continuano i pellegrinaggi al relitto, accostato alla riva: tutti vogliono vedere l’aliscafo sfondato dalla prua della morte, e tutti hanno lo stesso brivido, perché qui siamo tutti gente di sponde, e di ritorni.

18 January 2007 - Comments Off - permalink

Quelli che restano

di tamas

Und auch das größte Wunder geht vorbei
(passa anche la meraviglia più grande).
Wir Sind Helden, Die Zeit heilt alle Wunder

Ad esempio uno va a vivere in un posto. Lì si abitua ai percorsi, ai panorami, ai sapori di quei luoghi. Ma capita anche di conoscere ed assuefarsi ad un paio di occhi grigi, per dire. Purtroppo tutto in questa vita è temporaneo; così quell’uno se ne deve andare, mentre gli occhi grigi restano lì. Non ho voglia di parlare di chi parte: migliaia di anni di letteratura sul viaggio hanno sviscerato l’argomento. Oggi mi interessa chi resta. Perché uno non ci pensa, o forse non ci può credere, ma tutto continua a scorrere anche quando si è lontani. Fotogramma dopo fotogramma, le immagini che credevi permanenti si cancellano dagli occhi che hai lasciato. Resta il ricordo, ma il ricordo non esiste. Esiste solo l’interpretazione che se ne dà, e quella non la puoi controllare né influenzare. Nella città che è stata tua, la tua ombra nei luoghi che hai vissuto sbiadisce fino a scomparire; nel letto non c’è più traccia della tua figura sul materasso, e non c’entra l’essere magri. Gli occhi registrano, non si può chiedere loro di ricordare o di immaginare. Su quel ponte non ci sei più, non conta che una sera eri lì pensieroso e fumavi appoggiato al parapetto. Sul prato curato del parco ora gioca un cane o un bambino, non mi interessa quanto forti fossero le tue sensazioni quando ti sdraiavi lì. E forse per chi rimane è peggio, perché ogni giorno sente che ti allontani un po’ di più nel tempo. E il tempo è cattivo, lo spazio forse è distratto, ma il tempo è davvero feroce: è inutile che lei ti tenda la mano attraverso di esso, non la puoi afferrare. Ci sono cose tremende e normali su questa terra. L’umanità dovrebbe vivere tutta nello stesso luogo e tutti dovrebbero poter ritrovare tutti, per come la vedo io. Solo cancellando lo spazio, diverrebbe un poco più tollerabile l’arbitrio del tempo che scorre e rosicchia la tua vita dalla fine.

E buon 2007 a tutti voi che leggete.

26 December 2006 - Comments Off - permalink

L’anno venturo

di herzog

(un presepe moderno)

La casa di Giuseppe Perrella a Fuorigrotta contava una camera sola, ma grande e quadra che ci si accalcava comodo tutto il mobilio: un letto a due piazze per lui e la moglie Maria, un letto a una piazza per Santina e Serafina, le due gemelle, e la culla dove dormiva il piccolo Nazario. A fondo stanza una cucina economica e, tra cucina e letti, il tavolo da pranzo con sei sedie. Tutte rigorosamente spaiate.

Era pur vero che, così accatastata, la mobilia non lasciava spazio per passare, e quando si voleva raggiungere la cucina dalla zona notte, o viceversa, bisognava impilare tutte le sedie sopra la tavola, e poi rimetterle a terra fino al passaggio successivo, ma dalla vita non si poteva mica pretendere tutto.

L’anno venturo sarà migliore, si ripeteva Giuseppe Perrella a ogni fine calendario, certo che prima o poi qualche dio si sarebbe ricordato anche di lui.

Adesso la tavola era apparecchiata, e sua moglie sedeva in silenzio insieme alle figlie, mentre il piccolo gattonava sotto le sedie. I piatti in tavola non erano spaiati come le seggiole: due erano uguali addirittura, e un terzo ci si avvicinava parecchio, a non guardalo poi con troppa attenzione.

Tutti gli occhi erano adesso rivolti alla porta. Giuseppe era uscito fin dal pomeriggio con un fascio di rose quasi fresche, trovate con un colpo di fortuna al mercato dei fiori mentre smontavano le bancarelle. Se fosse riuscito a vendere le rose, ne avrebbe ricavato i soldi per il cenone di quell’ultima sera dell’anno. Già da un’ora la famiglia masticava un’acquerugiola dolciastra, al pensiero di quello che avrebbero potuto mangiare a dispetto della dispensa vuota dal giorno prima.

Al primo giro di chiave si alzarono con un movimento perfetto e unico, facendo sbattere le spalliere delle sedie contro letti e cucina. Le rose reclinavano la corolla, ancora sottobraccio a Giuseppe Perrella.

- La gente non ha più il senso della bellezza, nessuno regala più fiori.

- Ma allora, il cenone?

- Niente cenone. Mi dispiace.

Giuseppe uscì sul balcone, per non vedere gli occhi delusi delle figlie. La moglie lo raggiunse poco dopo.

- Maria, sono giorni storti. Ma non te la prendere, vedrai che l’anno venturo sarà migliore.

Per strada, gli ultimi ritardatari rincasavano portando involti e pacchettini.

Nel palazzo di fronte, le finestre del cavalier Melchiorre Morra-Dutto erano aperte, e voci e rumori di stoviglie traversavano la strada.

- Giuseppe, ma cos’è questo odore?

- Aspetta, fammi sentire. Giuseppe Perrella inspirò profondamente. Zampone e lenticchie. Il cavalier Morra-Dutto ha iniziato il cenone.

Anche Maria inspirò con gusto.

- Lo zampone non è male, ma le lenticchie mancano di sale. Chissà quante anime del purgatorio deve salvare, la moglie del cavaliere, con tutto il sale che risparmia nelle pietanze.

- Eh, Maria, in tutto il vicolo non c’è una cuoca come te, e poi quelli là sono stranieri, vengono dal nord, che ne sanno di cucina.

Giuseppe inspirò ancora, e finalmente si illuminò.

- Maria, prendi le seggiole e sistemale in fila qui sul balcone, una accanto all’altra, e fai venire le gemelle.

Quando tutti furono sistemati, Giuseppe ordinò perentorio:

- Adesso, ragazze, respirate bene, e non avanzate niente.

La famiglia Perrella si sporse allora alla ringhiera, con il naso per aria e in favore di vento.

Terminata la teoria di antipasti caldi e freddi, fu la volta dei primi.

- Papà, si lagnò Santina, a me i cappelletti in brodo mica mi piacciono, io voglio le tagliatelle.

- Zitta e respira. Non ci pensi a tutti i bambini africani che muoiono di fame?

In quel momento, per strada passò don Gaspare Scaringella, vedovo ormai da due anni. Giuseppe si alzò dalla seggiola per salutarlo.

- Don Gaspare, i miei rispetti, e auguri a voi.

- State in grazia di Dio anche voi, don Giuseppe.

- Don Gaspare, ma perché state ancora in giro a quest’ora, non lo fate il cenone?

- Eh, quest’anno tocca tirare la cinghia. Faccio due passi per scordare l’appetito.

- Ma allora favorite qui da noi, che tanto abbiamo appena iniziato.

- Vi ringrazio molto, don Giuseppe, non vorrei disturbare.

- Ma quale disturbo, salite, salite. Maria, prendi un’altra sedia per don Gaspare, e fallo sedere al posto d’onore.

Dopo i secondi e i contorni, Serafina iniziò a dar segni d’impazienza.

- Mammà, posso andare con le amiche a vedere i fuochi?

- Non ci si alza finché non si è finito tutto, lo sai che non è educazione, eppoi abbiamo ospiti, rispose Maria.

Il cenone passò in buona compagnia. Dopo la frutta, Giuseppe Perrella osservò la scena sul suo balcone. La moglie conversava piano con don Gaspare; il piccolo Nazario si era addormentato in braccio a Santina, mentre l’altra gemella si preparava a uscire di casa.

In strada si sentivano i primi botti, e gli auguri da una casa all’altra.

Giuseppe sospirò.

L’anno venturo sarà migliore.

E, dopo il cenone, respirò con soddisfazione anche un poco di caffè.

13 December 2006 - Comments Off - permalink

Per una grammatica della notte

di herzog

(puntata numero qualsiasi)


La Bella

Di sabato escono in strada le ragazze a sera, e hanno trucchi al volto e qualche inganno, e armi di facile sorriso. Escono a sera, le ragazze, e hanno sogni da vendere e vita in regalo. Spostano intere le città, le ragazze al sabato, ne muovono strade e quartieri in periferia verso il centro dove la notte non ha fine.

Han denti stretti, le ragazze, durante intere settimane, a mordere vite che non le sfiorano nemmeno, dentro uffici fabbriche vetrine, la sveglia al mattino e le cuffie nella metro, a cancellare finestrini grigi e occhi di colore uguale con una musica che ripetono muovendo le labbra appena.

Hanno nomi vecchi di vent’anni che non dicono niente di loro, e parlano accenti che assomigliano alla tivù. A lezione mordono matite mentre ascoltano le voci che arrivano da fuori, dal mondo che guarda solo loro, riquadrato alla finestra. Nei pomeriggi lunghi hanno voci al telefono e messaggini brevi che perdono vocali e senso. E di notte, il sorriso di quel ragazzo che solo hanno immaginato, e non le guarderà. Hanno lavori stanchi e uguali, parlano mai o il meno che possono, che ogni parola le allontana dai sogni che faranno. Hanno camere chiuse a chiave per lasciare ogni cosa fuori, e dirsi da sole qualche lacrima leggera.

Ma di sabato escono in strada le ragazze a sera, dipingendo terremoti con i tacchi sul selciato, e hanno abiti leggeri, e una fretta di vivere. Ricreano mondi con risate piene, hanno forza e vita, per un notte che è arrivata ancora. Escono insieme le ragazze a sera, vanno alla vita, e pensano a qualcuna che non è tornata più

(in memoria di M.)

 

La Bestia

Di tutti i giorni ben stirati e quieti, di cravatte uguali in coda a ogni semaforo, di colazioni all’angolo decaffeinate e brevi; della teoria di sere e di tinelli sparecchiati, di briciole a scomparsa e televisori accesi, di letti d’amido e figli addormentati bene; e delle notti d’abitudini e silenzio, e di corpi nudi solo ogni martedì; di tutto questo era tormento e fine il respiro in strada della Bestia.

Si usciva allora ai controviali, sotto notti periferiche di vetro e di cemento, a farsi largo tra falò di gomme e donne di peccato, a cancellare scandalo, a punir la Bestia per la colpa.

Nel far mattino il rientro era leggero e di silenzio, le famiglie difese e addormentate, le mani ancora a dolere per i colpi di spranga mai negati.

Si dimenticava in fretta, eran solo poche righe di giornale, e poi a ritmo calmo i giorni in fila, uguali a rassicurare, finché non raschiava ancora alle nostre porte, con unghie e denti, il corpo caldo e insoddisfatto della Bestia.

Allora sotto ponti, agli angoli, in fondo a ogni giardino, ovunque fosse scambio di bustine a intasare corpi e vene. Senza guardare chi, oppure come, si puniva ancora la colpa e la malattia, fino a non poterne più, fino al dolore esausto di braccia e mani.

Se il mondo ancora si svegliava, se il mondo era, lo doveva al nostro esercito notturno, alla lotta ancora e alla caccia a danno della Bestia oscura.

Era coscienza nuova e chiara ogni mattina, il sapere di aver dato respiro e ordine, di avere ammansito l’indomabile per qualche notte ancora.

Per questo potevamo condannare ogni episodio, censurare poi in pubblico la violenza, perché non era una nostra volontà, ma il bisogno di difendere le nostre vite quiete.

Ma sempre sentivamo poi l’odore di selvatico, il passo della Bestia in caccia, l’aria della notte mossa dagli ampi giri dell’animale in mezzo a noi. Lasciavamo freddi a metà ancora i nostri letti, per obbedire a quel richiamo che svegliava occhi e anime e tensioni, condannati a uscire senza tregua, senza che si vedesse di tutto questo mai la fine.

E a ogni rientro poi, a ogni mandata alla porta chiusa, ci raccontava per un istante il fondo scuro dello specchio, in un riflesso duale e netto, che la Bestia, l’inseguita, l’odiata, la temuta, la desiderata, era infatti noi.

4 December 2006 - Comments Off - permalink

Quando gli uomini abbandonarono il pianeta

provediseduzione

Quando gli uomini abbandonarono il pianeta, questo rimase come appaiono le case a lungo abitate, lasciate dopo un trasloco: i segni dei mobili sul pavimento, quelli dei quadri sui muri, una mattonella sbrecciata, qualche mucchietto di carte appallottolate, dei grumi di polvere, un tubo rotto e un vetro incrinato, dei fili elettrici penzolanti, le screpolature dell’intonaco. In queste case spoglie c’è tristezza, ma anche un senso di attesa.

3 December 2006 - Comments Off - permalink

Dove sono?

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