Ricordi sbiaditi: di fabbrica

di Remo Bassini

Sono pochi purtroppo i libri di fabbrica, ambientati tra i rumori e i fumi della fabbrica.E io vorrei tornare indietro, potessi, perché, sì certo, sette anni di fabbrica il segno la lasciano ma i ricordi no, specie se uno è disattento, come lo ero allora.Anche allora, a vent’anni, volevo scrivere; ma pigramente, senza badare ai particolari.
Mi rivedo il primo giorno.Cazzo, son contento. A scuola io, elementari, medie, superiori, sono sempre stato in classi di soli maschi.Mi ritrovo a lavorare fianco a fianco con gente giovane e con donne, dai venti ai cinquanta.Però devo fare attenzione, io.Mentre gli altri hanno la “divisa della fabbrica”, giubbotto blu gli uomini, grembiale azzurro le donne, io indosso i miei jeans e la mia maglietta. Avrò diritto a quel giubbotto anche io solo se supero i dodici giorni di prova: e i dodici giorni di prova non li superano tutti.
Al secondo o terzo giorno vedo un uomo che, saranno le dieci del mattino, pure lui è come me, è senza “divisa” (ma è entrato in fabbrica tre, quattro giorni prima di me), viene avvicinato dal direttore del personale.Ci sono le macchine, non si sente: il direttore, uno grassotello, era un uomo pacifico, non cattivo, ha la faccia di uno che ti sta facendo le condoglianze. E in effetti gli sta dicendo che non ha superato il periodo di prova.Io, che sto guardando la scena e mi sto dimenticando di lavorare, sento una gomitata: è di un operaio, anziano (si chiamava e si chiama Beppe. Io arrivavo: Ciao Beppe. Lui niente, non mi sentiva e non mi vedeva. Parlava tanto con le macchine, Beppe, in dialetto vercellese, quanti diu bastard diceva in un giorno, fumando ininterrottamente nazionali senza filtro).Vuoi farti cacciare anche tu?, mi dice Beppe (in dialetto: Ad voli che i dago an pe’ ntal cul anca a ti?, o qualcosa del genere).Travaja, fa’ nen al piciu.Mi passò davanti quell’uomo senza divisa, avrà avuto quarant’anni.

Al mattino avevamo preso il caffè insieme agli altri, scherzando, ora piangeva come un bambino, senza pudore.

Doveva tornare a casa, raccontare a sua moglie che lo avevano scartato.

Ebbi paura anche io in quel momento: di non farcela. Di lasciare un ambiente che mi piaceva.

Mi piaceva l’ambiente della fabbrica, anche le cose negative mi piacevano.

Un mese dopo son contento anche quando devo fare il primo turno, che significa svegliarsi alle 5 di mattina per essere lì a timbrare, almeno un minuto prima delle sei o alle sei in punto (se timbri alle sei e un minuto non ti pagano un quarto d’ora, se timbri per tre volte in ritardo ti arriva la lettera di ammonizione, se prendi tre ammonizioni sei licenziato).Faceva un freddo bestia alle 5 e 55 del mattino, davanti alla macchinetta del caffè.Tenevo le mano vicine alla sigaretta, come se la sigaretta accesa potesse scaldarmi. Un’ora dopo ero tutto sudato.Io spesso ero più infreddolito degli altri: quando la mia Prinz, pagata 500mila lire, faceva le bizze, e questo succedeva almeno una volta al mese, io mi facevo sette chilometri, anche con la pioggia, in bicicletta.Una volta oltre alla pioggia c’era un vento forte forte: che mi fece volare via l’ombrello.Qualche mio collega, passando in macchina, mi vide e poi, per rallegrare l’ambiente, raccontò a tutti del mio ombrello volante.  E così, quando arrivai, oltre ad avere anche le mutande marce mi dovetti sorbire le risate sguaiate degli altri, pure di Beppe.

Cinque anni dopo mi sono iscritto a lettere, mattino università, pomeriggio fabbrica: turno fisso, dalle 14 alle 22.Lavoro in magazzino. Alzo pesi, manovro il muletto, bevo la birra che mi regalano i camionisti tedeschi.Quando arriva un camion la fabbrica, che col passare degli anni diventa come una grande cella di rumori e di fumi, mi fa vedere, da un grande portone che si spalanca per consentire l’ingresso del camion, i colori di un prato, fuori, e, oltre il prato, di pioppi non lontani.E dal momento che uno, quando si iscrive a lettere, pensa di aver dimestichezza con i versi, un giorno scrissi, sul retro di una bolla di accompagnamento (ma ora che ci penso, questi brutti versi, non li scrisse uno studentello; li scrisse un operaio).L’invalicabile portone beffardamente per un attimo s’apre a colori vivaci, di primavera.Ma se la vita è bella non è vita aspettare da dentro che di fuori tristemente sia già sera.

Quando ero entrato in fabbrica, anni prima, mi piaceva, la sera quando suonava la sirena, pulirmi le mani con la pasta lavamani, sembrava magica. Già, lo era: raschiava la pelle.Cinque anni dopo sento che fa male e che per quanto io sfreghi un po’ di unto nella pelle resta sempre, pare un marchio.
Ora mi spiace avere dei ricordi vaghi: ché uno che vuole scrivere deve fare attenzione a tutto, mica solo a questo.

11 January 2010 - Comments Off - permalink

Sirene mute

di zaritmac

 

Luglio

“Sarà un settembre nero, vedrai.” Lo disse con il capo un poco chino e la sigaretta immaginaria nell’angolo delle labbra, una piega di dolore come uno sfregio verticale lungo la guancia pallida.Le ricordava quelle montagne scavate, ferite fino al ventre e bianche, più bianche, senza purezza, spolverate di morte.“Parli di noi?”, pensò lei, poi si morse le labbra del pensiero e si vergognò arrossendo fin sotto le sottane dell’anima. Sperò che lui non l’avesse sentita pensare ancora una volta solo a lei, a loro, stupida. Mentre il mondo emanava un sottile lamento, come lo scricchiolio sul ponte di una nave in viaggio senza biglietto di ritorno.

“Chiuderanno molte fabbriche, vedrai. E continueranno a cantare, a partire, come se niente fosse, come se niente stesse accadendo, niente…Poi sarà tardi, sai. Poi sarà tardi, vedrai…”. Scuoteva la testa con un gesto disperato e così lento che lei dovette aggrapparsi alla sua spalla per non vacillare, nel mal di mare, nel soffio crescente di vuoto che le gonfiava il petto.

Sul cranio calvo dell’orizzonte piovevano a picco un paio di gabbiani e le si strinse il cuore mentre salpavano per un’isola senza nome ancorata tra l’indice e il pollice delle loro mani intrecciate.

Settembre

Un filo d’erba tra le labbra, come una sigaretta spenta. È l’ultimo ricordo che ha di lui, prima che le volti le spalle, a gambe larghe in equilibrio instabile sul tronco scavato apposta per prendere il mare e dal mare non tornare; dentro il mare, dentro il male perdersi, impennarsi e affondare. Lo sa, lui lo sa. E lei lo sa. Le volge le spalle fingendo di cercare con gli occhi sirene distanti, sirene che ingannino ancora. Ma lo sa, lui lo sa che le note son spente e non c’è spiaggia che attenda oltre l’orizzonte nella pece del cielo di un settembre nero. Non può resistere, e lei lo sa. Come un ragazzo ribelle che s’arrende, un sognatore scuoiato che ha gettato alla luna lo scalpo e se ne va prima che il mondo emetta l’ultimo lamento. E lei lo sa, e lo sapeva già, come una ragazza che arrossisce al ballo e si finge troppo all’avanguardia per credere ancora ad una fiaba.. Così, ora, sta seduta con i piedi contro le onde, le mani tra i sassi, e pensa sorridendo in lacrime che l’amore è un affare per ragazzi. Lo pensa con una tenerezza che fa male, mentre chiude l’ultima fabbrica.Mentre chiude l’ultima fabbrica.Mentre chiude l’ultima fabbrica e le donne portano in braccio i figli come fagotti da arrostire a cena sotto i raggi della luna piena.

Sperando che un dio qualsiasi accolga, col fumo, la preghiera. E la bestemmia, e lo sputo della rosicata speranza, nocciolo secco, grumo di saliva, sterco di angelo seduto al margine del cielo caduto. Tra le ali si ripiega un biglietto scaduto per un paradiso in cassa integrazione col bordo slabbrato dove qualcuno l’ha staccato e sparso nel vento in un inverno mite, di palese inganno. Sotto il camice bianco escoriazioni da futuro.

E lei non guarda, mentre chiude l’ultima fabbrica, ma si passa sulla lingua la lima della canzone lieve imparata a maggio “raccogli, accogli e spogliati – imita i rami / segui la coda e annodala – imita i cani”.

Dov’è oggi, dov’è oggi il tuo coraggio? Dove il sibilo delle sirene che incatena al giogo e dichiara aperto o chiuso il gioco? Dove il mucchietto di sogni serbato nell’incavo dei seni, la carezza memore delle reni spezzate sotto il peso dei tramonti affaticati? Dove il sacchetto di semi suonato come maracas per farsi compagnia lungo i turni di notte più lunghi? Le fioriture premature e le nocche secche, i palmi prosciugati e le palme malate di un morbo che somiglia al viso deturpato della folla coi figli al collo e le tasche vuote?

Mentre chiude l’ultima fabbrica, lei siede sui sassi con le orecchie chiuse all’immagine abbagliante delle voci acide, dei pianti dirotti e delle proteste deragliate in urlo roco. I treni merci passati vuoti coi vagoni accesi a festa.

Le file di uomini con le braccia tagliate battono i piedi e l’eco delle loro donne porta il tempo perduto sull’orlo dei bracieri freddi. Chi ha mangiato speranze a pranzo vomita rabbia a cena, e la nausea s’arrende contro lo schermo delle schiene dei padroni in fuga, in lacrime. Non c’è più lotta, non c’è più guerra. Dio non c’è e non c’era prima. Nulla è cambiato se non il timbro del silenzio afono dei ferri che battono, delle catene stridenti che montano per ore come stalloni indifferenti. E non c’è filo che s’azzardi a infilare la cruna per cucire a quest’alba una proposta di futuro.

Scalcia nel vento una sventagliata di grida, ma l’eco si perde nel buco profondo della gola muta di una sirena spenta dentro un settembre nero.

30 November 2009 - Comments Off - permalink

La città brutta e assassina

di manginobrioches

La città brutta ora ha pure preteso vittime: lo sapevamo già che cresce ogni giorno, che vuole moltissimo spazio, che si mangia la terra il mare l’aria. Ora si mangia pure le persone.
La città brutta s’era accomodata a Giampilieri, dove già il nome chiama i padroni: Giovanni Pilifero era un vecchio proprietario di vigne, frutteti, campi e quella macchia folta ed estrema che qui cercano di scacciare a forza d’incendi, ogni estate. La collina stremata e domata era diventata bruna, asciutta, cattiva. Le strappavano gli alberi, uno a uno. La disossavano per allargare le case, case miserrime di ballatoi, doppivetri e alluminio anodizzato che s’affacciava sul letto asciutto, tutto ossa, del torrente.
Il torrente non c’era più: l’avevano fatto fuggire sottoterra, dove ruggiva di rabbia tra gli argini di cemento.
Ma tutta la città poggia, trasversale, sui torrenti ingabbiati, cancellati, negati. Al loro posto ci sono strade, fiumi di palazzine, argini di gres porcellanato adornati di parabole, schermati da avvolgibili, salutati dall’alto dalle gru fameliche che scrivono cose nel cielo.
Tutta la città poggia, trasversale, su passaparola, aiutini, condoni. Su occhi chiusi, sanatorie, aggiustamenti.
La città di carta bollata traccia una mappa alla quale la città di cemento si adegua, strada per strada, versante per versante. E sono brutte e cieche tutte e due.
La città strozza le vie di fuga, distorce il cammino naturale delle acque, le fa ristagnare nei colatoi segreti sotto l’asfalto. La città rimbocca le aiuole col cemento, sbarra il passo alle radici e taglia le chiome con le cesoie. La città scava i suoi colli coi cucchiai delle ruspe, per piazzare i cubi di calcestruzzo, le vernici epossidiche, il catrame.
La città è rivolta verso il mare perché non può farne a meno, ma non impara mai niente, dal mare. Il suo sogno malato è piastrellarlo tutto, fino all’altra sponda misteriosa, che oggi è blu domani è color drago dopodomani sparisce nella nebbia salata, poi ritorna e si siede sui davanzali. La città brutta aspetta il Ponte per vedere cemento anche quando guarda in alto, per vivere dentro la sua ombra e appoggiare tiranti alle sue zampe enormi. Agganciare terrazze, sopraelevazioni, nuove cubature.
La città brutta vuole sacrifici umani ogni giorno, con le sue vertebre anodizzate e bianche dentro il letto dei torrenti, sul bagnasciuga, in mezzo ai vapori dello Stretto. Scaccia arbusti, gatti, idee. Demolisce pensiline e magnolie. Mangia bellezza e bouganville. Mangia persone.
Quando cadde tutta, cento e un anno fa, fece lo stesso rumore di pietra spezzata, produsse lo stesso fango, fece venire alla luce i privilegi miserabili su cui poggiavano gli incerti pilastri. La città aveva spalle di pietra ma piedi d’argilla. Malte corrotte, mattoni asciutti, per risparmiare. Travi appese nel vuoto, pietre lisce raccolte dai torrenti. Facciate imponenti appena appoggiate ai tramezzi di fiammifero e stucco. Sindaci corrotti, opposizioni asciutte. Progetti appesi nel vuoto. Facce lisce.
Non imparò niente, la città, o poco.
Oggi ha ricostruito la sua trama d’ingiustizia, ma più brutta ancora. Con la menzogna del cemento armato, del ferro che spunta dai pilastri e s’infila dentro i letti asciutti dei torrenti.
E lo rifarà, lo rifarà.
Oggi ci sono stati i funerali di Stato. Quale Stato, poi. Uno stato in luogo perenne. Un Quarto Stato da cui nessuno esce, se non per diventare vittima della “natura matrigna”. Uno stato di catatonia. Uno stato delle cose immutabile: la terra, la città che covano i loro periodici cataclismi, con la complicità assassina di vicerè, palazzinari, predoni.

11 October 2009 - Comments Off - permalink

1° Maggio

di Zena Roncada

Corteo del 1° Maggio a Sermide, anni ’50 – fonte: www.cgil.mantova.it

Sarà che spesso ci svegliava il sole e, se questo non bastava, era la voce che arrivava grossa, col tono un po’ da chiesa contadina. La voce che diceva ‘È il primo maggio, la festa dei lavoratori’.
Sarà che ci si alzava svelti, per vedere cos’altro succedeva, dietro la Topolino verde prestata dall’Ivano, per annunciare che il comizio c’era.
Sarà che si restava presi, poi, dal caffellatte, da mangiare in fretta con il pane, così buono spezzato sul tagliere, dai colpi secchi della Dina mianonna.
Sarà che la festa era già tutta nell’odore: la gallina gonfia a sobbollire, la pancia piena di tritura. Certi ovini caldi (quanta ricchezza implosa) già pronti nel piattino per la mano più veloce, col sale per seconda pelle. E le scarpe, le scarpe col nero ad asciugare sui gradini, prima che il nonno le tirasse a straccio: rito d’antica, familiare tradizione, che voleva le donne risparmiate e gli uomini fieri di tanta gentilezza brillantata.
Sarà che gli uomini di casa legavano la cravatta rossa e ci tenevano per mano, fino al carretto portato nella piazza: bandiere e biciclette poggiate agli archi del palazzo, fra parole che non capivo bene, tutte stese davanti al municipio, sedute al caffè coi tavolini, poi alte alte sul vociare da mercato.
Il comizio finiva: allora mio padre metteva me (e la mia timidezza di vergogna) lassù, in alto, perché ci fosse un bacio all’oratore.
Sarà che si tornava con un nastrino al petto.
Sarà che mianonna, appena a casa, requisiva i garofani residui per cercarne i getti e piantarli nel giardino.
Sarà che i getti si chiamavano ‘cursin’, di esse dolce: piccoli cuori, come tutto ciò che la Dina maneggiava,… ma è proprio il cuore che mi manca, oggi, il cuore dei gesti e delle cose.
Quello che si trovava anche su un carretto, quando si era semplici e bambini.

30 April 2009 - Comments Off - permalink

Il Cristo di carne

disegni di Akab, testo di Filippo C. Battaglia

Blog&Nuvole

28 February 2009 - Comments Off - permalink

Nell’attesa del verde

Esposizioni

di Zena Roncada

Ieri guardavo il campo di là dal fosso, che interrompe la strada bianca.
È un campo che ha lavorato, quest’estate: granturco granturco e granturco.
(Da lontano la casa galleggiava sulla testa delle pannocchie, tenuta su dal respiro dei pioppi)
Adesso il campo è terra bruna e rivoltata, come certi vecchi cappotti che, sul rovescio, tengono i segni delle cuciture e il senso della non usura.
La terra, dove è compatto il segno della lama, è lucida e lisciata da segrete ferrate.
Ha un colore stupito. Quell’azzurro che i metalli sottraggono al fuoco.
È fresca la terra di sotto e grassa e umida.
La guardi e pensi che questo è il suo modo di attendere.
Chissà come ci si sente ad essere terra nuova.
A cominciare il viaggio di sopra, a lasciare il buio, il silenzio, la parte degli umori e delle radici per la superficie.
Mai (mi) è stato più chiaro il senso e il peso dell’ “esporsi”.
Guanto rovesciato.
Nell’attesa del verde.

13 December 2008 - Comments Off - permalink

Je me souviens

di madeinFranca
 Quando ero bambina - collage di Ida Gallo

 

mi ricordo il “bianchetto”
per le scarpe estive…
che spalmato con un vecchio spazzolino da denti,
straripava sul bordo della suola
e le scarpe diventavano completamente bianche… puahhh

mi ricordo quando, piccolissima,
insieme a degli amichetti delle ville vicine ed i nostri genitori,
una sera d’agosto la radio annunciò il suicidio di Marylin Monroe

mi ricordo quando le iniezioni
si facevano con le siringhe di vetro,
da disinfettare bollendole in acqua

mi ricordo che,
da bambina,
la pianta d’appartamento più diffusa era l’aspidistra …
da ragazzina, il ficus…
da signorina il philodendron
da signora il benjamino…
(una vita… al verde?)

18 November 2008 - Comments Off - permalink

Anche l’operaio vuole il figlio abbronzato

da chordatanimalia

 

Ci sono, sì. Me li ricordo, i codici. Oh, come sei abbronzata!Non so perché, ma sento invidia e odio in questa frase. Come sei abbronzata. Mi dai dello spada?
La gente, in inverno, non dovrebbe essere abbronzata. Non è sano.Una volta, tempo fa, a partire da Ottobre dell’abbronzatura rimanevano poche tracce sotto i vestiti: il segno più chiaro degli slip, il cinturino dell’orologio. Tu sapevi che era come te, chi ti stava di fronte: uno stipendio normale, due settimane di ferie in Liguria, la pizza sul lungomare.D’inverno, appena cadeva la neve, chi aveva più di un normale stipendio si presentava con il segno degli occhiali, il naso abbrustolito. Sapevi che dire, sapevi che fare, sapevi che toccavi pelle vera e peli e se era marrone potevi scegliere se abbracciare un mondo diverso dal tuo oppure no. Potevi sognare.

Come sei abbronzata. Eh, il mare. Ma il mare d’inverno. Vendo la mia anima per settecento euro, gli infradito a rincorre le pulci sui tappeti, che prezzo ha questa mia mano così scura sul bianco del ghiaccio? Ha il costo di un sms a un euro cadauno, qualcosa di più se è una foto.
Sai, i pesci. Son diversi. [continua a leggere]

15 November 2008 - Comments Off - permalink

Memorie

«Io non so raccontare storie» premette Zaritmac ma forse non le manco di rispetto dubitando. Forse è vero, però: il suo non è un “racconto” ma una messa solenne – direi se potessi togliere all’espressione il connotato religioso lasciando soltanto la dimensione del sacro, e forse toglierei anche il ‘solenne’ perché restasse solo la nuda bellezza quotidiana delle parole che «rotolano a bizzeffe», miliardi di parole vissute fino al momento in cui «la Morte sorride» e «Va bene, annuisce».
t.m.
Memorie

 

Io non so raccontare storie.
Ne osservo in trasparenza la condensa.
Me ne inumidisco le cornee
e asciugo le punteggiature contro i fianchi,
come le mani nei bagni senza aspiratori.

Apre le labbra, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine. Nonna Chiara sedeva in una sedia coi braccioli dentro una nicchia ricavata in cucina tra la credenza azzurra e lo stipetto bianco latte. Non si muoveva; sedeva, aspettava e dispensava fiabe.

“Mammà, vulite coccosa?” e lei non lo voleva mai.

Lucia serrava tutta la sua tenerezza dentro quel Voi. Un rispetto che i giovani hanno dimenticato, ahimé, poveri noi!

Possedeva una distanza. Una distanza che cominciava dalla lingua, dalla voce, e finiva in quelle parole che non si dicono. Una certezza. Una delle molte. Senza bisturi. Quelle donne senza bisturi lavorano a maglia con perfezione certosina, sfrontate nell’imperioso gesto che sposta il filo. Donne tutte d’un pezzo. Burro e granito. Minuscole.

Lucia passa ore seduta nella cucina di Greta, accanto alla nicchia di Mammà. Siede nel cono di luce che si dispone senza opposizione a sciogliersi in ombra. Un cono femmina.

Non c’è discussione. Un secondo prima che l’orologio raggiunga le sette, si scuote con un gesto deciso, globale. “Lucì, susete!”. A quei tempi, quando portava sulla testa una corona di capelli più scuri dei suoi occhi neri di corvo femmina, erano le sue spalle che si raddrizzavano in uno scatto, le sue dita precocemente deformate da un male dal nome incerto e fantasioso, lo schiocco del suo ginocchio valgo a decretare che era tempo. Non c’era ancora, a quell’età, bisogno di convincersi a parole.

La lana nella borsa di stoffa, la minaccia dei due ferri appuntiti in fuori. Un gesto civettuolo di rivolta in fondo. “Papà non vuole che lavoro, papà dice che ti puoi fare male. Papà non vuole, non dirlo a papà.”

“Non dirlo a papà”, dice alla bambina spaventata dal ferro che le pende dalla tempia. No, è un po’ più giù. Meno male che non era un po’ più su! “Voglio fare la ballerina” e gira e gira si sbilancia e il chiodino si conficca nella carne e resta lì, il ferro da maglia, ad oscillarle nel campo visivo come un paraocchi rotto.

“Te lo tolgo piano piano”. “Non dirlo a papà”.

Una crinolina di omissioni, in fondo. La loro rivoluzione. Le teste tinte dal parrucchiere Salvatore, lo stesso nome di Papà, e risolini mozzati dalla malizia nei sottovoce delle allusioni. Una crocchia di femmine, le loro donne; le donne degli uomini stanchi dal lavoro. Con le mutande di lana lunghe e i colletti un po’ rossi dei baci di un’aspirante soubrette.

Ma l’uomo è cacciatore.“Una cosa ti voglio dire, Elisa mia, stamme a sentì a mme: tutt’ ’e femmene hanno tenuto ‘e corne. Se sape. E una che adda ffà? Una, certo, se piglia collera. Ma se sape: l’uomo è cacciatore.”

“Mamma, mi senti, mamma?”, quella notte la luce è bassa come ogni notte all’ospedale. Dodici notti, poi se ne andrà. “Mamma, mi senti, mamma?”, e Lucia non vede e non risponde, ma chiede come si dice “ciuciuliarìe” in tedesco. Quando la donna glielo dice, lo pronuncia alla perfezione, e ne sorride. Proprio come lo doveva dire la cognatamica. Comm’era bella, Greta! Era bella assai. Veniva da Berlino, e in quei tempi in cui ancora era magra, era così bella che la gente si girava, e le faceva largo. “La coppia bella”, li chiamavano, Umberto e Greta. Orecchini, profumi di Parigi e le pellicce, come se fossero ricchi. Invece lui vendeva stoffe dieci mesi all’anno, e la notte usciva da un locale ed entrava in un caffè. Quel poco che dormiva era tra le cimici dei materassi francesi negli alberghi di terz’ordine dove aveva la sua casa a Paris.

Chissà quante femmine ha fasciato e rispogliato dentro le sue sete e i suoi chiffon.

Ma Greta al secondo Cesareo ha il ventre squartato da un taglio verticale dalla fica al seno. Adesso che ci sono due figli, lei non parte più.

Cucina monoporzioni con certe pentoline da bambola made in Germany, e per tutta la vita continua a chiamarle “’e pazzielle”. Così le hanno insegnato, le donne di qua; meravigliate, forse da quella batteria in alluminio che sembrava nata per le bambole, chesta è robba tedesca!…

Nonna Chiara se li ricordava ancora, “i balletti”. Quasi tutte le figlie, le nuore e le nipoti avevano incontrato i mariti, a quei balletti lì.

Giuseppe era biondo che sembrava un ufficiale, e suonava il violino con gli Americani. Poi s’è tolto l’appendicite e non ha mangiato più.

Ma come si volevano bene! Titina e Peppino pranzavano in camera da letto e la domenica andavano a messa. E non si sono “appiccicati” mai.

Che lui, poi, in fondo, più che suo marito, era diventato suo figlio. E non si dice, ma si è forse spesso pensato, che abbian messo da parte le fatiche del letto dal giorno in cui mangiare una bistecca è diventato troppo impegnativo. “Ché ho la colite. E la stitichezza”.

La stitichezza non si racconta, pare brutto, è volgare, perfino un po’ immorale. Ma una volta al mese, furtiva, Titina lascia la camera da letto con Zi’ Peppe tra le mani.

E allora il mondo sa che Peppino è tornato da una guerra di merda e ora sta in poltrona a riposare.

Apre le labbra, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine. Oggi è quel giorno che parlare non serve.

Nonna Chiara diceva che si deve conservare. Niente si butta, c’è stata la guerra e quando erano sfollati a Sarno si bollivano le bucce di patata, però che bei tempi, dopo tutto, Titi’!

Uno quando è giovane è tutto bello. E, mi raccomando, conserva e non buttare niente, che poi un giorno te lo trovi. Se viene un’altra guerra…

Sotto i letti non c’era posto per i ladri. La bambina lo sapeva, eccome (eppure quanta paura ne aveva, di quel ladro sotto il letto che non c’era!…). C’erano le scatole e le casse e le cassette dei liquori, sotto il letto. Era alto alto, il letto, mica come mo’!

E lo spazio era così pieno di ciarpame che non si vedeva se ci passava qualche scarafaggio, però di certo un ladro non c’entrava. No, Rita, no.

Anche l’armadio, d’altra parte era alto. E sotto, nelle cassettine di legno e le scatole di cartone delle scarpe di papà c’erano giocattoli e bottoni, le figurine dei formaggini “che si muovevano” e parevano avere profondità; i personaggi di Hanna & Barbera di gomma imbottita di spugna, con il nome sul dorso subito sopra il Copyright.

“Conserva, che poi sempre serve.”

E conserva, e conserva, e conserva.

Le bottiglie di passata, i biscotti senza la scadenza che allora non c’era, “le capozzelle” dei formaggi di Sorrento che il salumiere le conserva tutte per te, bambina mia.

E conserva, conserva, conserva.

I bottoni gioiello e gli orecchini dispari, quelli che mamma ha messo all’ultimo Festivàl.

E conserva, conserva, conserva.

Nella cassapanca moderna che hanno messo come un arredo da rivoluzione nella “saletta”, ci stanno persino le liquirizie giganti della Sardegna e i biscotti a forma di persone, e le carrube che portava Papà quando veniva la sera e Lucia lo aspettava. E chi ‘o sape quanta femmene, l’omme è cacciatore, e fila la maglia e lavora la lana e statti un po’ ferma con le mani mentre rifaccio la matassa. Che niente si butta.

Gli armadi anni 70 strapieni di gomitoli di lana, quella arricciata, ché quando si sfila una maglia la lana si arriccia. E Greta dopo appunta con le spille il maglione nuovo fresco fresco fatto e lo stira. Sopra un panno bianco, e la coperta militare dura dura e marrone, con al centro il triangolo bruciato d’un ferro lasciato a scottare.

E conserva, conserva, conserva.

E conserva, conserva, conserva.

E conserva, conserva, conserva.

Ogni donna è regina e serva. E ha una scatola di latta o, all’ingresso, un vaso col fondo pieno pieno di quelle cose piccole e spaiate che un posto non ce l’hanno e “mo’ per adesso lo mettiamo qua”.

Quanta polvere!

E conserva, conserva, conserva.

Non c’è mica l’allergia. I figli, quattro o cinque su quattordici, muoiono di malattia che non si sa il nome; perché è normale. Non c’è troppo posto per il dolore, la meraviglia, l’imprecazione dentro la sconfinata quantità.

“No, chella mammà facette unnece figlie, tre so’ muorte appena nati, uno si chiuse dentro il morbillo perché la balia teneva il sangue malamente che suo marito l’aveva presa con la pistola e chella stronza nun ce ‘o dicette a mammà.”

Chiara teneva la beccheria al Corso Garibaldi. Metteva Lucia in piedi sul bancone perché era troppo bella, col fiocco in testa, Mammmia è tale e quale a Vuje, Donna Chiari’!”.

E conserva, conserva, conserva.

Le casse, le scatole, i cassetti, i bauli.

E conserva, conserva, conserva.

‘O stipetto, ‘a cifuniera, ‘o tiretto de ‘o cummò…

E conserva, conserva, conserva.

La Brillantina Kinetti, il gadget di ogni Festivàl.

I denti dei bambini dint’ ‘o pertuso de ‘o muro, che viene ‘o suricillo e pezza ‘nfosa. Ma no, quella era una fiaba. E conserva, e conserva, e conserva.

Apre le labbra insieme alla porta, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine. Oggi è quel giorno che parlare non serve.

Le torna il terrore per quella favola bella. Così decisamente surreale.

“Ma che è stato? E comme parle bello tu: il topolino è caduto nella minestra, la vecchia s’è disperata e mo’ sta tutta scippata e io che sono l’acqua della pentola cado e mi asciugo. E comme parle bello tu: il topolino nella minestra, la vecchia tutta scippata, l’acqua che cade e si asciuga, e io che sono la porta mi voglio aprire e chiudere. Ma che è stato? E comme parle bello tu: il topolino nella minestra, la vecchia tutta scippata, l’acqua che cade e si asciuga, la porta che si apre e si chiude, e io che sono la scala, voglio salire e scendere”.

Le salgono e scendono i brividi per quella scala. Non l’ha capito mai perché, ma quella scala che scende e che sale le fa tanta, tanta paura. Da quella scena di dolore, da quel topino nella minestra, cerca di distrarsi per ricordarsi meglio se c’era pure la finestra e che faceva la finestra, prima che, nel gran finale, il signorino annunciasse che io che sono il signorino, metto la testa nel vasino.

E conserva, conserva, conserva.

Le scatole, le tasche, ‘e cufanature, le casse, ‘e tirature non ci sono più.

Ma Nonna Chiara ha insegnato “E conserva, conserva, conserva.”

Così, apre le labbra, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine.

Fa un gesto con la mano, perché Entri, S’accomodi.

Volge le spalle senza fretta, continua indaffarata a prendere tutto, ammonticchiarlo e portarlo di qua. “Aspetti, c’è altro”. Non lo dice con la voce, ma fa segno, il gesto ampio di un toreador. Come se avesse a mantiglia lo scialle di lana a righe di Nonna Chiarina. E la schiena diritta di Lucia, nonostante l’età.

E’ scesa la sera quando pone fine al suo lento andirivieni.

Non ci sono casse, cassetti, sacche, tasche e borsette. Nemmeno ha conservato un gingillo di Murano, una bomboniera di Capodimonte, un “bottone gioiello”, un gemello d’oro.

Però conserva, conversa, conserva.

E quando slega lo spago di ciascun faldone, rotolano a bizzeffe miliardi e miliardi di parole.

La Morte sorride. Va bene, annuisce.

Adesso è giusto giusto il tempo per andare.

E insieme scendono le scale. Che salgono e scendono.

 

E io le guardo. Se sapessi raccontare storie, io, io lo farei.

26 October 2008 - Comments Off - permalink

Mi ricordo

di Milvia

Mi ricordo quando a due anni e mezzo mi sono incrinata un braccio, cioè, non è che mi ricordo il fatto in sé, ma un mio pensiero, il primo che io mi rammenti di aver avuto. Ed era un pensiero assolutamente incazzato. Il primo pensiero che mi ricordo di aver avuto è un pensiero di un’incazzatura bestiale. Ma sarebbe lungo da raccontare…Mi ricordo le figurine dei calciatori, con quella del Torino che aveva la fascetta nera per via di quell’aereo caduto a Superga.Mi ricordo i rettangolini di cioccolata Ferrero che noi chiamavamo formaggini di cioccolata.Mi ricordo… mi ricordo quella volta che noi due siamo usciti da Wolf e abbiamo visto che nevicava.Mi ricordo quando a Bologna c’erano i tram e una signora distratta c’è finita sotto con una gamba. La destra, mi sembra.

Mi ricordo che, avrò avuto sei anni, una sera alla radio hanno trasmesso un avviso per una signora sconosciuta che aveva comprato scatole di salmone avariato: sono andata avanti un sacco di tempo ad aver paura di notte delle parole “sconosciuta” e “salmone”.

Mi ricordo quando la televisione era più bella dei televisori.

Mi ricordo che io l’hula hop non riuscivo mai a farlo girare.

Mi ricordo quando si diceva sempre “a monte”.

Mi ricordo… mi ricordo quando la sinistra era a sinistra.

Mi ricordo quando il Corriere dei piccoli costava 25 lire, che poi una volta me lo ha mangiato un daino dei Giardini Margherita.

Mi ricordo… mi ricordo di una volta che avevo otto o nove anni e eravamo andati sul monte di San Luca a fregare le ciliegie. E io non sono stata veloce a scappare e mi ha beccato il contadino che era siciliano e ha chiamato i carabinieri e intanto mi diceva ladra ladra ladra da noi non si fa.

Mi ricordo il cortile di mia nonna in via Bentivogli che mi sembrava enorme e adesso ci hanno fatto un museo all’aperto e io penso che per intere estati ho giocato sopra dei reperti archelogici e questa cosa mi fa molta impressione.

Mi ricordo che a vedere Love Story ero l’unica femmina che non piangeva.

Mi ricordo… mi ricordo mio padre che leggeva Il sergente nella neve e piangeva senza rumore.

Mi ricordo che mio figlio a tre anni quando c’era in TV la pubblicità della Galbani si arrabbiava moltissimo e urlava con tutto il fiato: non vuol dire fiducia, ma cannuccia!!!! In questi giorni ci ho ripensato e ho dedotto che mio figlio era un preveggente. Anche se non ho mai capito cosa intendesse per cannuccia.

Mi ricordo altre cose che non vorrei ricordare. Ma me le ricordo.

Bologna, 19 ottobre 2008 ore 16,04

24 October 2008 - Comments Off - permalink

Dove sono?

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