L’anno venturo

di herzog

(un presepe moderno)

La casa di Giuseppe Perrella a Fuorigrotta contava una camera sola, ma grande e quadra che ci si accalcava comodo tutto il mobilio: un letto a due piazze per lui e la moglie Maria, un letto a una piazza per Santina e Serafina, le due gemelle, e la culla dove dormiva il piccolo Nazario. A fondo stanza una cucina economica e, tra cucina e letti, il tavolo da pranzo con sei sedie. Tutte rigorosamente spaiate.

Era pur vero che, così accatastata, la mobilia non lasciava spazio per passare, e quando si voleva raggiungere la cucina dalla zona notte, o viceversa, bisognava impilare tutte le sedie sopra la tavola, e poi rimetterle a terra fino al passaggio successivo, ma dalla vita non si poteva mica pretendere tutto.

L’anno venturo sarà migliore, si ripeteva Giuseppe Perrella a ogni fine calendario, certo che prima o poi qualche dio si sarebbe ricordato anche di lui.

Adesso la tavola era apparecchiata, e sua moglie sedeva in silenzio insieme alle figlie, mentre il piccolo gattonava sotto le sedie. I piatti in tavola non erano spaiati come le seggiole: due erano uguali addirittura, e un terzo ci si avvicinava parecchio, a non guardalo poi con troppa attenzione.

Tutti gli occhi erano adesso rivolti alla porta. Giuseppe era uscito fin dal pomeriggio con un fascio di rose quasi fresche, trovate con un colpo di fortuna al mercato dei fiori mentre smontavano le bancarelle. Se fosse riuscito a vendere le rose, ne avrebbe ricavato i soldi per il cenone di quell’ultima sera dell’anno. Già da un’ora la famiglia masticava un’acquerugiola dolciastra, al pensiero di quello che avrebbero potuto mangiare a dispetto della dispensa vuota dal giorno prima.

Al primo giro di chiave si alzarono con un movimento perfetto e unico, facendo sbattere le spalliere delle sedie contro letti e cucina. Le rose reclinavano la corolla, ancora sottobraccio a Giuseppe Perrella.

- La gente non ha più il senso della bellezza, nessuno regala più fiori.

- Ma allora, il cenone?

- Niente cenone. Mi dispiace.

Giuseppe uscì sul balcone, per non vedere gli occhi delusi delle figlie. La moglie lo raggiunse poco dopo.

- Maria, sono giorni storti. Ma non te la prendere, vedrai che l’anno venturo sarà migliore.

Per strada, gli ultimi ritardatari rincasavano portando involti e pacchettini.

Nel palazzo di fronte, le finestre del cavalier Melchiorre Morra-Dutto erano aperte, e voci e rumori di stoviglie traversavano la strada.

- Giuseppe, ma cos’è questo odore?

- Aspetta, fammi sentire. Giuseppe Perrella inspirò profondamente. Zampone e lenticchie. Il cavalier Morra-Dutto ha iniziato il cenone.

Anche Maria inspirò con gusto.

- Lo zampone non è male, ma le lenticchie mancano di sale. Chissà quante anime del purgatorio deve salvare, la moglie del cavaliere, con tutto il sale che risparmia nelle pietanze.

- Eh, Maria, in tutto il vicolo non c’è una cuoca come te, e poi quelli là sono stranieri, vengono dal nord, che ne sanno di cucina.

Giuseppe inspirò ancora, e finalmente si illuminò.

- Maria, prendi le seggiole e sistemale in fila qui sul balcone, una accanto all’altra, e fai venire le gemelle.

Quando tutti furono sistemati, Giuseppe ordinò perentorio:

- Adesso, ragazze, respirate bene, e non avanzate niente.

La famiglia Perrella si sporse allora alla ringhiera, con il naso per aria e in favore di vento.

Terminata la teoria di antipasti caldi e freddi, fu la volta dei primi.

- Papà, si lagnò Santina, a me i cappelletti in brodo mica mi piacciono, io voglio le tagliatelle.

- Zitta e respira. Non ci pensi a tutti i bambini africani che muoiono di fame?

In quel momento, per strada passò don Gaspare Scaringella, vedovo ormai da due anni. Giuseppe si alzò dalla seggiola per salutarlo.

- Don Gaspare, i miei rispetti, e auguri a voi.

- State in grazia di Dio anche voi, don Giuseppe.

- Don Gaspare, ma perché state ancora in giro a quest’ora, non lo fate il cenone?

- Eh, quest’anno tocca tirare la cinghia. Faccio due passi per scordare l’appetito.

- Ma allora favorite qui da noi, che tanto abbiamo appena iniziato.

- Vi ringrazio molto, don Giuseppe, non vorrei disturbare.

- Ma quale disturbo, salite, salite. Maria, prendi un’altra sedia per don Gaspare, e fallo sedere al posto d’onore.

Dopo i secondi e i contorni, Serafina iniziò a dar segni d’impazienza.

- Mammà, posso andare con le amiche a vedere i fuochi?

- Non ci si alza finché non si è finito tutto, lo sai che non è educazione, eppoi abbiamo ospiti, rispose Maria.

Il cenone passò in buona compagnia. Dopo la frutta, Giuseppe Perrella osservò la scena sul suo balcone. La moglie conversava piano con don Gaspare; il piccolo Nazario si era addormentato in braccio a Santina, mentre l’altra gemella si preparava a uscire di casa.

In strada si sentivano i primi botti, e gli auguri da una casa all’altra.

Giuseppe sospirò.

L’anno venturo sarà migliore.

E, dopo il cenone, respirò con soddisfazione anche un poco di caffè.

13 December 2006 - 0 commenti - permalink

Per una grammatica della notte

di herzog

(puntata numero qualsiasi)


La Bella

Di sabato escono in strada le ragazze a sera, e hanno trucchi al volto e qualche inganno, e armi di facile sorriso. Escono a sera, le ragazze, e hanno sogni da vendere e vita in regalo. Spostano intere le città, le ragazze al sabato, ne muovono strade e quartieri in periferia verso il centro dove la notte non ha fine.

Han denti stretti, le ragazze, durante intere settimane, a mordere vite che non le sfiorano nemmeno, dentro uffici fabbriche vetrine, la sveglia al mattino e le cuffie nella metro, a cancellare finestrini grigi e occhi di colore uguale con una musica che ripetono muovendo le labbra appena.

Hanno nomi vecchi di vent’anni che non dicono niente di loro, e parlano accenti che assomigliano alla tivù. A lezione mordono matite mentre ascoltano le voci che arrivano da fuori, dal mondo che guarda solo loro, riquadrato alla finestra. Nei pomeriggi lunghi hanno voci al telefono e messaggini brevi che perdono vocali e senso. E di notte, il sorriso di quel ragazzo che solo hanno immaginato, e non le guarderà. Hanno lavori stanchi e uguali, parlano mai o il meno che possono, che ogni parola le allontana dai sogni che faranno. Hanno camere chiuse a chiave per lasciare ogni cosa fuori, e dirsi da sole qualche lacrima leggera.

Ma di sabato escono in strada le ragazze a sera, dipingendo terremoti con i tacchi sul selciato, e hanno abiti leggeri, e una fretta di vivere. Ricreano mondi con risate piene, hanno forza e vita, per un notte che è arrivata ancora. Escono insieme le ragazze a sera, vanno alla vita, e pensano a qualcuna che non è tornata più

(in memoria di M.)

 

La Bestia

Di tutti i giorni ben stirati e quieti, di cravatte uguali in coda a ogni semaforo, di colazioni all’angolo decaffeinate e brevi; della teoria di sere e di tinelli sparecchiati, di briciole a scomparsa e televisori accesi, di letti d’amido e figli addormentati bene; e delle notti d’abitudini e silenzio, e di corpi nudi solo ogni martedì; di tutto questo era tormento e fine il respiro in strada della Bestia.

Si usciva allora ai controviali, sotto notti periferiche di vetro e di cemento, a farsi largo tra falò di gomme e donne di peccato, a cancellare scandalo, a punir la Bestia per la colpa.

Nel far mattino il rientro era leggero e di silenzio, le famiglie difese e addormentate, le mani ancora a dolere per i colpi di spranga mai negati.

Si dimenticava in fretta, eran solo poche righe di giornale, e poi a ritmo calmo i giorni in fila, uguali a rassicurare, finché non raschiava ancora alle nostre porte, con unghie e denti, il corpo caldo e insoddisfatto della Bestia.

Allora sotto ponti, agli angoli, in fondo a ogni giardino, ovunque fosse scambio di bustine a intasare corpi e vene. Senza guardare chi, oppure come, si puniva ancora la colpa e la malattia, fino a non poterne più, fino al dolore esausto di braccia e mani.

Se il mondo ancora si svegliava, se il mondo era, lo doveva al nostro esercito notturno, alla lotta ancora e alla caccia a danno della Bestia oscura.

Era coscienza nuova e chiara ogni mattina, il sapere di aver dato respiro e ordine, di avere ammansito l’indomabile per qualche notte ancora.

Per questo potevamo condannare ogni episodio, censurare poi in pubblico la violenza, perché non era una nostra volontà, ma il bisogno di difendere le nostre vite quiete.

Ma sempre sentivamo poi l’odore di selvatico, il passo della Bestia in caccia, l’aria della notte mossa dagli ampi giri dell’animale in mezzo a noi. Lasciavamo freddi a metà ancora i nostri letti, per obbedire a quel richiamo che svegliava occhi e anime e tensioni, condannati a uscire senza tregua, senza che si vedesse di tutto questo mai la fine.

E a ogni rientro poi, a ogni mandata alla porta chiusa, ci raccontava per un istante il fondo scuro dello specchio, in un riflesso duale e netto, che la Bestia, l’inseguita, l’odiata, la temuta, la desiderata, era infatti noi.

4 December 2006 - 0 commenti - permalink

Il rimedio

di herzog

 

Dal vallone che dà verso mattino era scesa una stagione a cielo basso che già sfiorava i bricchi più lontani.

Ai primi giorni ognuno scantonava in piazza per questionarne la misura. Anche i più tenaci ora dovevano capitolare, ché non restava dubbio: a ogni giornata il cielo si abbassava un po’ di più.

Vedrete che presto si mangerà gli alberi al sopramonte, aveva previsto qualcuno. E il cielo si era mangiato gli alberi al sopramonte.

Toccherà anche ai gerbidi alti, avevano detto poi. E il cielo si era abbassato ancora, e i gerbidi erano scomparsi di azzurro.

Il prevosto aveva fatto recitare le novene nella sagrestia a monte del paese, ma subito dopo il cielo aveva cancellato la croce del campanile. La chiesa si era svuotata, allora, e ormai al confessionale ci veniva soltanto più la Neta, a inventare ogni giorno un peccato per essere finalmente punita.

Il medico condotto aveva stabilito che era opportuna invece la pratica di un salasso per far defluire gli umori che gonfiavano il cielo. Fece sparare infine verso l’alto tutte le doppiette del paese a bucare il ventre azzurro. Appena dimenticato l’odore della polvere da sparo, i pallettoni erano ricaduti giù interi come grandine a forare cappelli e bisacce,  e tutti correvano al riparo con le mani sulla testa, bestemmiando il salasso, il medico e anche, a ogni buon conto, il prevosto.

Il cielo si era abbassato un po’ di più, e anche il condotto aveva perso quasi tutti i clienti. Lui e il prevosto si trovavano a sera a lagnarsi e a bere vin santo fino alle lacrime. Guardavano fuori dalla bifora della sagrestia, e macché, il cielo ero basso, e calava sempre più.

Ormai la gente usciva per strada a capo chino e schiena curva, per timore di sbattere la testa nell’azzurro che già raschiava i coppi delle case.

Lindo Boasso era lento, talmente lento che per fare qualunque cosa impiegava almeno il doppio del tempo necessario. Le sue uve maturavano a primavera, quando i tini degli altri già erano stati rilavati, e i prosciutti in cantina gli stagionavano al biennio. Era nato forse cinquant’anni prima, ma di anni non ne aveva compiuti che trenta finora, e malcontati. Eppure fu Lindo Boasso a ragionar per primo.

Occorre far qualcosa, disse al paese anche quel giorno in piazza a controllare la caduta del cielo. Ci vuole un rimedio. Io conosco chi e come. Se volete, mando. Ma ci vogliono quattrini.

Granai e cantine erano pieni, in paese, ma di consegnar danari a qualche sconosciuto, non si parlava. Tornarono tutti in silenzio alle case, piegando bene le ginocchia e togliendosi i cappelli

Il mattino dopo, alla prima luce, l’azzurro era a un metro da terra, e della gente non si vedevano che grembiali e pantaloni frusti, e ci si riconosceva ormai da quelli, o dalle scarpe con il tacco fesso, o dalla voce. Di casa uscivano solo più i ragazzini delle prime scuole, che correvano per vicoli sfiorando con le zazzere il cielo fresco di nuvola.

Ogni famiglia fece avere allora i danari a Lindo Boasso, perché mandasse.

Va bene, manderò, rispose, mentre a tentoni cercava per strada il figlio mezzano.

Va’, prendi la mia bicicletta e pedala dalla Lena di Gottasecca. Dille del cielo, e che ci mandi un rimedio.

Lindo Boasso consegnò un involto al figlio, annodato per le cocche.

Qui dentro ci sono i quattrini, dalli a lei.

Ma come, in bicicletta ci vogliono due ore per un viaggio e due per l’altro, ed è salita fin su al passo. Mandami allora in treno, protestò il ragazzo.

In treno no, non mi fido mica. Il treno striscia come un serpe. Ci si può fidare, di un serpe? Andrai in bicicletta, e tornerai subito indietro con il rimedio.

Il ragazzo scarrucolò giù per i ciottoli del paese, con i cielo che gli fischiava negli occhi facendoli umidi. A fondo del vallone non girò invece per Gottasecca e la salita, deviando in basso verso la stazione. Sciolse le cocche, e prese dal fagotto il necessario per il biglietto di andata e del ritorno. Calcolando poi il tempo risparmiato, entrò da un locandiere e fece festa con manzo e vino rosso. Il cielo era alto, alla stazione, e l’aria sapeva di voci lontane.

Quando arrivò infine dalla Lena, spiegò e rispiegò, rovesciando i quattrini rimasti sul tavolaccio di cucina. La vecchia contò le monete malcontenta.

Ti darò il rimedio, disse, per quel che mi hai portato.

Tutto qua? chiese Lindo Boasso a sera, di fronte al figlio che era tornato portando il rimedio nel fagotto.

Tutto qua, rispose il ragazzo, sparendo fuori nel blu cupo per non dover dire d’altro.

Speriamo che basti, pensò Lindo, grattandosi la nuca.

Molta gente venne a casa per vedere, strascinandosi carponi sui selciati a un dito appena dalla notte.

Restarono tutti lì, nella stanza grande, seduti intorno al rimedio che spuntava dal fagotto sopra il tavolo.

Il prevosto e il medico condotto non vennero, e fecero dire che rimanevano a piangere in sagrestia.

Fu una note di veglia e di semi di zucca, e di parole poche.

A mattino fatto, dalla casa di Lindo Boasso, dalla sagrestia, e da tutti cantoni, ognuno di loro guardò in fuori dalle finestre aperte.

 

(ora, non che è che possa fare tutto io. Al raccontino manca un explicit. In caso di generosa offerta, porrò i vostri contributi qui in calce. Ma presto, che il cielo mi par basso)


Ti darò il rimedio, disse, per quel che mi hai portato.

Lo condusse nel retro dove bollivano misericordiosi intingoli, producendosi in una danza del ventre che condannò defintivamente il cielo a schiantarsi. (Diamonds)
Lindo Boasso riversò a terra il contenuto del fagotto su un quadrato di terra appena zappato.
Erano 4 piume di gabbiano che Lena aveva dato al giovinetto. Erano solo 4, poche rispetto alla bisogna ma Lindo non si scoraggiò e bestemmiando fra i denti la genìa tutta della Lena, si abbassò ulteriormente per disporle sulla terra come punti cardinali. (Metallicafisica)
Il medico ed il prevosto, unici prigionieri del rugginoso proprio ad aver tentato l’esercizio di una disciplina svogliata che costringesse il loro sguardo ad una genuflessione, d’osservanza al proprio ruolo ed alle proprie convinzioni, avevano infine ceduto. Il prevosto di schianto per assenza di robusta fibra. Il medico condotto ricorrendo alle droghe morfinose prelevate di soppiatto dagli sportelli alti della farmacia.
Il medico dormiva morto, il prevosto invocava con gli occhi immersi nel cielo basso la redenzione.
L’opprimente marea lattiginosa iniziò a prender distanza dalla terra, dagli uomini fiduciosi, dai coppi umidi incrostati di licheni e muschi soffici per arrestarsi, spezzando la speranza, a metà del campanile.
Il figlio mediano di Lindo Boasso, che sapeva perchè quella materia non liberasse dal giogo l’abitato, cominciò a raccattare a manciate le bucce dei semi di zucca che punteggiavano pavimenti e selciati, ad ingoiarne con foga a migliaia. Troppe. Esalando faticosamente l’ultimo respiro compensò al sottratto, con quell’alito debole sospinse via cieli, nubi e foschie. Sorridendo. (Stellato)
C’era tutto il paese ad aspettare, ma non si vedevano che punte di scarpe, punte, punte, e suole di ritorno.
Lindo aprì il fagotto, dentro c’era uno scrigno di legno a forma di uovo.
Dall’uovo uscirono due farfalle, maschio e femmina.
Volarono per la stanza aprendo l’aria a colpi di leggerissime ali.
La folla sbirciava nei buchi già aperti e sospirava “oo-ooohhhh!”
Ma per quanto volassero due farfalle da sole non potevano far comparire il mondo.
Ci vollero molte primavere, inverni, la cova, i temporali estivi e le preghiere delle donne sgranate al vespro.
Le farfalle figliarono e si moltiplicarono al loro ritmo naturale e poi si sa, la vita di una farfalla dura un giorno.
I figli dei figli dei paesani e di Lindo rividero il mondo per intero, mentre i vecchi ancora raccontavano di quel cielo una volta sceso fino a terra. (Pispa)
Lindo doveva decidere e anche alla svelta, che il cielo oramai era di un basso, ma di un basso.
Prese un pentolone di coccio, cominciò a far bollire dei fagioli, quando furono lessati aggiunse due pomodorini del piennolo – venuti dal Vesuvio, che glieli mandava sempre una sua amica- un pò di sedano, del basilico, aglio, olio e sale. I paesani lo guardavano con aria di disapprovazione, pensando, ma guarda questo, il cielo sta cadendo e lui pensa a cucinare.
Preparò fagioli per tutto il paese, li servì lui personalmente, raccomandando a tutti di mangiarli.
Dopo che tutti ebbero mangiato, Lindo spiegò il suo piano
Era un pò a disagio ma per il bene del suo paese lo superò e spiegò il da farsi, quando i fagioli cominciavano a fare effetto sprigionando aria nelle pance dei suoi compaesani, questi si dovevano riunire e lanciarla verso il cielo. Il piano piacque, tutti si disposero in circolo e con le braghe abbassate decisero di sganciare al 3 di Lindo.
1-2 e…un momento Lindo, disse uno degli uomini radunati, ci potrebbe essere qualche controindicazione? Qualche pericolo?
Al massimo una scorreggia ci seppellirà, bofonchiò Lindo, continuando a ingurgitare fagioli. (Didolasplendida)

 

E poi di nuovo volsero lo sguardo all’interno.
C’era una gallinella, nell’involto. Una giovane, tenerella, che si guardava intorno come a cercar conforto, e di tanto in tanto beccheggiava i semi di zucca rimasti. Con un certo pudore, come sospettosa.
E con questa, che dobbiamo farci con questa?, chiesero gli uomini al Boasso.
Il Boasso scosse il capo e chiese al figlio: che t’ha detto la Lena?
Non m’ha detto nulla, rispondeva il ragazzino, con tono di nenia e colpa, non m’ha detto proprio nulla.
Il cielo continuava ad abbassarsi, l’alba era cupa e densa tra il fogliame e gli steccati.
Boasso guardò ancora una volta la gallinella.
Il figlio si scagliò fuori di casa, per vomitare in un angolo rabbia mista a residui di manzo e vino rosso e paura.
Non se ne avvide nessuno: il cielo ormai aveva ricoperto tutto. La gallinella starnazzò come in una risata e poi si udì un rumore secco di collo spezzato.
Due ore più in là, in un sole abbagliante, la Lena si pettinava le rade chiome bianche e sorrideva dei destini degli uomini. Illusi.
Cialtroni.

(Flounder)
La Neta correva scarmigliata giù per il tratturo che portava alla masseria del Boasso, inseguita da un’alba precoce.

Ansava ed emetteva suoni che erano per metà parola e per metà singulto.
Chi riuscì ad udirle, raccontò che pareva invocasse la punizione per i suoi peccati direttamente dall’azzurro incombente che ormai tutto avvolgeva.

Dalle finestre aperte l’insostanza cerulea pervase ogni cosa, cancellando suoni, volti e cose. Solo rimase, svolto a metà sopra il tavolo di Lindo Boasso, un canovaccio.

Ricamate svogliatamente v’erano sopra alcune parole, o forse nomi, o forse un’invocazione antica e incompleta:

Teutatis, Taranis, Esus… (Gilgamesh)
e nella luce bianco azzurra del mattino vide scagliarsi in cima alla montagna “UN UFO” nero pieno di luci. (Palommellarossa)

 

Sotto il cielo basso il fagotto di lino si mosse svolgendosi e rivelando alfine il suo contenuto, celato ai più fino ad allora. quanta fatica per sostenere un sogno e quanta lena per disfarlo, ma si sà i tempi erano maturi ed anche il tempo della sceneggiata era oramai morto..
.. un uovo..
c’era solo un uovo, bianco come alabastro..
..-Si porti al castel dell’ovo- disse uno più dotto degli altri, -che certo qualcosa accadrà!
Lo portarono come in una laica processione, lungo le strade e i vicoli della città, e come per magia ovunque passassero su tuttti i muri le strade le porte i cartelloni e tutte insomma le superfici visibili comparvero indelebili scritte colorsangue che dicevano, raccontavano, denunciavano senza pietà e risparmio, tutte le menzogne, gli abusi le oscure manovre dei palazzi del potere. E a nulla valsero i tentativi di cancellarle, che tornavano più grandi e nitide che mai a risvegliar coscienze, a denunciare e a chiedere giustizia… (Bestio)

Il cielo aveva concluso la sua lenta, ma inesorabile, discesa sulla terra.
Che ai troppi errori umani, e forse anche divini, non c’era più rimedio. (Giorgi)

Ti darò il rimedio,disse, per quel che mi hai portato.
Tutti volsero lo sguardo al fagotto.
Poi gli occhi si spostarono di faccia in faccia rivolgendosi mute domande, trattenendo, persino, il fiato, aspettando che Lindo Boasso compisse un gesto.
Quello che videro era un pezzo di carta lercio e arrotolato legato da uno spago.
Dentro, una matita blu.
Il foglio traboccava di lettere grandi, storte, tremule e declinanti verso il basso.
“prima che sia troppo tardi tendi con le mani quell’ultimo piccolo lembo di cielo e inizia a colorare tutt’attorno.
Ti si stancheranno le mani, la punta si spezzerà, temperala e continua.
Non fermarti.
Disegna le nuvole e la pioggia, il sole e le stelle, la luna, il vento, la nebbia e la neve.
Non dimenticare nulla.
Arriva fino alla fine, quando si sarà consumata tutta e i polpastrelli pure.
Allora avrai finito e quello, soltanto quello sarà il vostro cielo”. (e.l.e.n.a.)
Tornarono poi a guardarsi tra loro e, con volti di domanda, verso il tavolo.
Sul fagotto aperto stavano ancora pochi oggetti: un sacchetto di juta, dei peli rossicci e frammenti di uno specchio rotto.
Lindo era in piedi, ché la stanchezza della notte insonne non l’aveva ancora colto, lento com’era. Ma non riusciva ancora a capire come il rimedio potesse funzionare.
Ciò che è stato annodato dev’essere sciolto disse a un tratto una donna, questo è l’unico rimedio.
Il cerchio dev’essere chiuso.
E per dar valore alle proprie parole, uscì decisa verso il cielo, senza nascondersi o chinarsi, ma a braccia aperte.
Quando di lei restava appena un lampo di colore della gonna, strinse a sé le braccia in un cerchio silenzioso.
E un pezzetto di cielo, solo un poco, si aprì al suo abbraccio. (Riccionascosto)
Non era rimasto più nulla. Solo fazzoletti di terra su cui poggiavano le loro case, come in certi quadri surrealisti. Condannati a essere prigionieri, senza mai poter uscire.
Lindo tornò a guardare impotente il contenuto del fagotto: una goccia di vernice trasparente che era bastata appena per ridare colore e sostanza alle cose.
Qualcuno si buttò dabbasso, per sfuggire a una vita impossibile; uomini e donne si disperarono e qualcuno uscì fuori di senno.
In un angolo, il figliolo si pentì amaramente del proprio comportamento sconsiderato e, finalmente, pianse.
Da lontano, Lena vide, sentì, capì. Trasformò le sue lacrime in vernice magica. Ci mise qualche giorno.
Il settimo si riposò. (Katiuuuscia)
Molta gente venne a casa per vedere, strascinandosi carponi sui selciati a un dito appena dalla notte.
Restarono tutti lì, nella stanza grande, seduti intorno al rimedio che spuntava dal fagotto sopra il tavolo. Fu una note di veglia e di semi di zucca, e di parole poche.

Nessuno parlava, perché ognuno di loro cercava di immaginare cosa poteva essere quel benedetto rimedio infagottato sul tavolo. Naturalmente era qualcosa di diverso per ognuno di loro, in base al carattere, al modo di vedere il mondo, alla storia di ogni persona… il fabbro immaginava 4 piume, da disporre secondo i punti cardinali, perché da piccolo giocava sempre agli indiani.
Il chierichetto astronomo aveva frequentato troppo catechismo e immaginò un capro espiatorio che pagasse per tutti, naturalmente sorridendo. La bella del paese, donna romantica oltre ogni dire, immaginava 2 farfalle che svolazzavano liberando l’aere e, obbedendo al biblico comandamento, si moltiplicavano salvando il mondo. La locandiera, gran burlona, immaginava dei fagioli che mangiati producevano gas, condannando il mondo senza aria a vivere nei miasmi dell’inferno. L’innamorato deluso, d’altro canto, non si fidava della Lena in quanto donna e immaginava una burla atroce della stessa. L’ubriaco del paese immaginava parole senza senso scritte sul canovaccio del fagotto, inutili come la sua stessa esistenza e anche in questa tristissima occasione non mancò chi avanzava la tesi del complotto alieno. Come dimenticare la politica? il sindaco Peppone naturalmente immaginava un rimedio che dimostrasse finalmente come tutti i mali del mondo ma anche la sua salvezza dipendano dall’etica di chi lo governa. Il becchino invece scuoteva la testa, troppi errori aveva visto per poter sperare ancora in qualcosa di buono per il futuro. La maestrina elementare immaginava nel fagotto della Lena una stupefacente matita blu, in grado di correggere tutti gli errori del mondo…la fattucchiera accarezzava nervosamente un gatto nero nel suo grembo e immaginava un esoterico abbraccio parzialmente risolutore con il cielo stesso; la pittrice, animo nobile, immaginava una vernice trasparente che potesse prendere il posto dell’aria. La verità è che Lena, da lontano, vedeva e sentiva tutto e non si era mai divertita così tanto. Il suo mondo non era più composto da personaggi che lei inventava (che erano perciò così noiosamente prevedibili per lei) ma da persone vere e pensanti, che si erano riunite nella stanza di Lindo Boasso per disvelarsi un po’. Del resto il servizio meteo, proprio per l’indomani, aveva previsto una tramontana fresca e pulita. (LipsVago)
Io ti dico che poi il prevosto di nascosto tirandosi su la vesta se n’è andato di corsa su per la strada di San Sulpizio per andare alla casa mezza selvatica del guardiacaccia Cora Erminio.
Era agitato il prevosto perché gli avevano tolto la clientela fedele rivolgendosi a quella vecchia bagasciona di Gottasecca, o chi fosse lei, ‘na stria,’na bruta masca. Perché invece il guardiacaccia Cora Erminio, lui sì che era un bravo cristiano, magari bietolone, però non superstizioso e pagante le decime alla Santa Romana Chiesa invece di tutti quei porconi avari e lucidi di grasso da far schifo, con le scarselle piene, gonfie e le femmine sghignazzanti e porche, loro.
Invece l’Erminio avea sposato santamente sua nipote, la povera Evelina, e ci avevano messo al mondo un bel figliolino dopo sei mesi, che si sa che era suo, il Ginetto, che ci somigliava tutto, magari anche nella chierica ma quello conta mica tanto, per dire, per il mondo eretico e malsano.
E così è andato là e tanto ha bracalato fuori dalla finestra che il disgraziato Erminio e sceso giù con le brache in mano e lui ci ha intimato l’ordine:
Adesso vai là con il revolver e la doppietta e ci pianti un bordello infernale (si fa per dire) e gli intimi scioglimento di adunata sediziosa, se no scomunica del papa e tutto il resto che viene, porcadiunavaccadellamiseria!!!
Allora quel cristo del Cora si è riassestato la mutanda, è corso in casa a prendere fucile e munizioni ed è volato giù come una saetta, che pareva che ci avesse gli alemanni al culo.
Insomma arrivato là alla casa del Boasso che già gli stava sul gozzo per via di roba di terre e eresie ha dato un calcio alla porta e ci ha fatto:
Alto là, criste, fermi tutti se no sparo che qui si fa una rivolta!!!

La gente si metteva le mani nei capelli al vedere quello scemo dalla nascita con ‘sto calibro 12 in mano.
Poi si alza il Boasso padre che ci aveva un portamento da re e gli fa:
O te, o tu figlio di una cagna e di un prete, cosa cristo sei venuto a fare tra le persone civili, che qui ci si ingegna e studia per una rivoluzione climatica, mica come te che sei solo capace a prendertela in culo dal prevosto!!!
Allora il Cora, a sentire quelle parole schifose gli è venuto come un mancamento che è volato giù in terrà come un sasso, tutto slungato là che pareva un salame verminoso; al contempo pure la doppietta è andata sbatter contra la gamba del tavolo e ci ha fatto su due colpi verso il soffitto che è successo un finimondo generale e imperiale.
Imperiale perché: c’è la causa e l’effetto, cioè che sti due colpi ti hanno preso in pieno il lampadario a petrolio del Boasso, ci hanno scaturito fuoco e fiamme e ci han dato incendio al paglione di sopra del cognato Gino, ove ci teneva nascoste tre taniche di benzina dal tempo dell’ultima guerra, per paura della tessera annonaria e razionamento, con conseguenza di esplosione terrificante.

Fatto sta ed è che tutti sono scappati, meno il Cora Erminio che l’ha tirato per i piedi suo cugino Ferrero Ermete perchè non finisse così malamente.
Poi l’inferno del fuoco bestiale è tanto salito su che ci fu un calore così grosso e terribile che il cielo si spaventò e aveva paura di bruciare anche lui.
Allora per terrore di bruciarsi il culo, ‘sto benedetto celeste cielo ha deciso di tirarsi su e di diventare un po’ più grigio e di piovere un bel po’, ma un po’ tanto.
Così si è spento il più spaventoso incendio che mai uomo vedesse da quelle parti e a Erminio ci han dato una medaglia del cazzo, tanto per dire, poi, dopo un bel po’, però. (MarioB)
I gemelli DiegoArmando e Ronaldo Miska, completamente strabici dalla nascita, sorseggiavano liquido bollente dal loro samovàr portatile, seduti sulla trave di un ponteggio al 24° piano, a Brno.

videro all’orizzonti monti e cime mai vedute prima.
qualcosa non andava dall’altra parte del cielo .

col muletto dotato di scala periscopica e sirena ambulante rossa, superarono la ex cortina di ferro ed entrarono in Italia.
raggiunsero il paese dove Lindo e i suoi conterranei guardavano straniti lo stupido fagottino sul tavolo, con tutto il cielo addosso.

allora montarono la scala periscopica allungandola al massimo, poi DiegoArmando che era il più basso, salì sulle spalle dell’altro.

prese due viti del 12 dalla tasca dei pantaloni e con lo svitavvita Krups piantò due bei tappi ad espansione in cima in cima, nel cielo, a cui appese il panorama correttamente.

di corsa, risalirono sul muletto, riattraversarono la ex cortina di ferro e, prima che il samovàr si freddasse del tutto, erano di nuovo seduti sulla trave al 24° piano.

“ora sì che va bene” esclamò Ronaldo sorridendo, e si guardarono soddisfatti nei 4 occhi strabici.
“robe da matti! si era stortato tutto il panorama”
“mi pareva!” rispose DiegoArmando.

un attimo dopo suonò la sirena del cantiere.
erano già le 18, a Brno.
(Pispa)

13 November 2006 - 0 commenti - permalink

La Città di mezzo

di herzog

(notturno)

Cammina strade ad angolo con la notte stretta ancora in mezzo ai denti.

Non è vero che sia poi così ferma e piena: la conduce allora lui, la notte, a fondo di ogni vicolo, oltre l’ultimo cantone e fino ai campi, a tenderne le possibilità appese tra i piloni del viadotto.

Senza lui si fermerebbe tutta qui, la notte, serrata dentro pugni chiusi, tra briciole dimenticate in tasca, concentrata e secca e di scorza dura.

Riavvolge allora i giri di ogni oscurità al cambio d’ora, fino a quando alle sue spalle il cielo inizia a inacidire di un bianco nuovo.

Fino a quel momento definitivo, spinge la bicicletta vecchia e senza un freno a ridisegnare i contorni di questa parte di periferia, la Città di mezzo, e il suo lavoro sarà condurla all’indomani del buio.

E’ un luogo minimo, la Città di mezzo, che si vive e non si vede, raccontata da tradimenti e vite molto prima che dai selciati. La ricompone lui a ogni notte colmandone il perimetro, chiamando il nome delle cose perdute durante l’inganno chiaro del giorno.

Passa per strada sfiorando corpi addormentati al di là dei muri, così vicini che basterebbe allungare la mano per toccarne  i sogni umidi e i respiri che filtrano da infissi e crepe. Per non cedere ai sogni tiene stretto il manubrio della bici, si àncora a pedali e sella per non volare sopra tetti e strade e vite, si lega alla luce orizzontale e pubblica per sospingere la notte intorno agli angoli della Città di mezzo, che è un luogo mobile e concreto.

Si calca poi il cappello con visiera e alliscia la divisa vecchia da metronotte, e ricomincia a tessere un’altra volta il mondo.

Ha una famiglia a casa che non vede quasi mai, ne conosce solo le prime voci che trova al suo rientro, e i sogni che iniziano quando esce a sera. La Città di mezzo è un luogo necessario, e lui non può negarsi a quel dovere.

Nelle strade dove distende il buio non c’è quasi nessuno, qualche ladro e tagliagole appena che esce per lavoro, e lo saluta togliendosi il cappello. Anche loro sanno la notte, e hanno famiglie che vedono a stento.

Con il metronotte scambiano sigarette e parole per passare di traverso al freddo che ancora manca a domani. Si conoscono da anni, ognuno serve un mestiere e un dio, ma non qui, che la Città di mezzo è luogo di confini dichiarati e illesi, dove tutto accade subito prima o appena dopo.

Ma all’uomo piegato contro la saracinesca chiusa tocca una spalla ora il metronotte.

Lo sguardo che si volta è sconosciuto e cieco.

Non sa la Città di mezzo, dove tutto trova improvvisamente fine.

La lama apre un varco senza tregua nella divisa e nella vita color stoffa.

Ha la notte stretta ancora in mezzo ai denti, quando cede in avanti a raschiare il selciato con il viso.

Mentre cade, si strappa in alto un angolo di buio ed entra, a un’ora sorpresa, il chiarore appena umido del giorno.

7 November 2006 - 0 commenti - permalink

Dove sono?

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