Riporto questo testo confluito nell’estuario di microcenturie, considerando OS un interstizio del mondo realmente virtuale dove seminare storie «a far bastione e contrafforte al mondo».

Passa il tram
Devo averci fatto l’abitudine o cosa, come con la pendola in casa dei miei, ad esempio, quando i colpi sordi che segnavano i secondi avevano coperto tutto lo spettro acustico dell’ambiente, restituendo una versione contaminata di quello che comunque – in virtù di una segreta e generalmente accettata convenzione fra apparato uditivo e fisica acustica – poteva ancora dirsi “silenzio”, tanto che nemmeno ci facevi più caso (un secondo dopo l’altro dopo l’altro ancora, per ventiquattr’ore al giorno, tutti i santi giorni dell’anno chissà per quanti anni, finché mio padre non uscì di testa quella notte di Sant’Antonio quando mamma gli diede il benservito, spaccando la pendola in tanti di quei pezzi che il più grosso potevi raccoglierlo con le pinzette – ma questa è decisamente un’altra storia): fatto sta che mi tocca fare uno sforzo di astrazione per sentire i tremori sotto i piedi e notare l’impercettibile movimento della schiuma nella birra sulla scrivania, e le penne che si spostano in maniera infinitesimale sulla mensola di vetro da cinque millimetri, e il lievissimo effetto stroboscopico della lampada alogena sul soffitto che perde d’intensità e subito dopo torna a regime per quelle tre-quattro volte al secondo, tutto questo per un lasso di tempo di almeno venti secondi che è più o meno quanto impiega il 19 direzione Gladioli ad attraversare questo pezzo di strada. I libri intanto assorbono i colpi e quelli che stanno più in alto nelle due pile di volumi che ho eretto sul comodino sembrano cedere pian piano alla perdita dell’equilibrio. Le ante dell’armadio sbattono con una frequenza che può essere quella dei colpi d’ala del colibrì, e così anche il termosifone sotto la finestra, arrugginito e parkinsoniano. All’interno delle mura riusciresti a indovinare il tragitto della scossa, il tremito che sonda le capacità elastiche dell’edificio, che insegue senza successo un punto di rottura qualsiasi. Le camicie si sfregano dentro il guardaroba, e le grucce di metallo rimaste vuote abbozzano una melodia percussiva e vagamente cristallina che ogni volta mi propongo di registrare, insonorizzata nella cavità risonante del mobile, dentro il truciolato scandinavo. Riesco a sentire i piatti sporchi lasciati nell’acquaio che seguono la loro partitura, in questa sinfonica involontaria e contingente, e i filtri di cotone Rizla + ® dentro la confezione cartonata che frusciano come maracas in una stanza imbottita. Il lavandino sgocciola un tempo dispari incalcolabile. Va bene: sì, ma con riserva.
