Natale che non c’è


Ma non c’è, non c’è,
non c’è il muschio di Badde ‘e iscova e i pastori sulla neve di farina e il fiume di stagnola e una stella di cartone.
Non c’è il tavolo lungo ricoperto di ravioli, la radio che dice, la maglia di lana, i guanti forse una sciarpa.
Non c’è, non c’è “missa ‘e puddos”, che a me non mi portavano e allora immaginavo
i galli che pregavano, venite adoremus e un chicchiricchì.
Non c’è “stare svegli”, ancora un po’, sotto il peso di cinque coperte, il buio e l’attesa amici finalmente
Non c’è la fila delle scarpe lucidate, in un angolo, per domani.
Non c’è Il silenzio, come se ci fosse una nebbia o la neve che invece non c’è, non ci sarà. L’ultimo rumore, prima del sonno, mio padre che sistema la legna vicino al fuoco per farla asciugare. Un pensiero corre via, e poi un altro che lo insegue e poi di nuovo il primo, prima del sonno, il gioco dei pensieri.
Forse la sciarpa, forse un maglione. Un gioco no, non importa.
E la cornamusa del pastore, la lavandaia, il falegname al freddo.
In tutto quel verde spruzzato di bianco, nel presepio che sembra il paese. Più piccolo, più grande. Non c’è.

(Bobboti)

25 December 2010 - Comments Off - permalink

Del paradiso e di operai

“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.

“e.l.e.n.a” – “bobboti”, Paradiso perduto

Come l’anno scorso ho avuto l’onore di farlo con il testo di Piera Ventre e Mario Bianco, vorrei “archiviare” qui uno dei “racconti a quattro mani” della rassegna-gioco-concorso ideato e pubblicato sul suo blog da Remo Bassini. [Racconti a quattro mani - 2008, Racconti a quattro mani - 2009]
Quest’anno ai partecipanti è stato proposto un tema, in verità assai vasto: l’Italia di oggi.
Un commento sotto il racconto di “e.l.e.n.a” e “bobboti” mi ha lasciata sgomenta: «sarebbe il migliore se il tema fosse “La fabbrica”».
Ma forse non avrei dovuto stupirmi più di tanto. Va per la maggiore una visione dell’Italia e dell’oggi che non comprende il lavoro. Quello “fisicamente produttivo”, intendo.
Ne sanno qualcosa, per fare un solo esempio, gli operai della Innse di Milano (Lambrate) i quali negli stessi giorni della pubblicazione del racconto – e del commento – occupavano (ancora) la fabbrica, per impedire lo smantellamento degli impianti, per impedire che morisse una fabbrica lasciando dietro dei disoccupati e davanti, prevedibile scenario, un’area esposta alla speculazione edilizia.
No. La “classe operaia” non va in paradiso. È già tanto se può andare a lavorare.

Questo racconto è un cortometraggio lucido e poetico, a mostrare una delle facce sofferenti dell’Italia di oggi.

t.m.

“e.l.e.n.a” – “bobboti”
Paradiso perduto
Il sole non si è ancora alzato, dentro la fabbrica c’è buio pesto. Antonio continua a rigirarsi sulla branda senza riuscire a riprendere sonno. L’aria è immobile. Questi ultimi giorni di luglio sono tremendi.
“Sei sveglio?” chiede, con un filo di voce.
Corrado non risponde. Allora Antonio si alza sui gomiti e con l’accendino illumina il viso del compagno. Per alcuni secondi, ne osserva le palpebre chiuse, i movimenti degli occhi sotto la pelle.
Più tardi mi racconterà le meraviglie con Maria, pensa, ormai posso vederne anche i sogni.
Poi, cercando di non fare rumore, si mette dritto e si dirige a tentoni verso il reparto tessitura. Va a sbattere su un telaio, ma riesce, ugualmente, a trovare il fornellino da campo. Lo accende e ci sistema sopra la caffettiera che ha preparato la sera prima.
Sorride, Antonio, al pensiero della semplicità del suo amico. Si conoscono da tanto di quel tempo che i venti giorni di occupazione hanno aggiunto ben poco alla loro amicizia. Hanno lavorato per quasi trent’anni in quella fabbrica, un telaio affianco all’altro. Negli ultimi tempi, con le macchine spente, hanno parlato un po’ di più, soprattutto la notte, sulle brande. Ma non si sono confidati niente di nuovo. Niente che già non sapessero l’uno dell’altro.–br–
Il caffè viene su con un gorgoglìo più forte del solito. Anche il profumo sembra più intenso. L’oscurità e la quiete amplificano i sensi.
Dopo aver vuotato la tazzina, Antonio si arrotola una sigaretta e con la prima aspirata guarda verso una vetrata del capannone. Un raggio di luce comincia a filtrare.
“Potevi aspettarmi!”
La voce di Corrado lo coglie di sorpresa.
“È ancora caldo, ma se vuoi lo rifaccio”.
“Va bene così”.
“Ci metto un minuto”.
“No, è meglio che mi risvegli subito”.
Antonio rimane in silenzio, finché il compagno non consuma tutta la sua dose di caffè.
“Non c’era Maria anche stanotte? Non siete andati a rotolarvi vicino al fiume?”.
“No” risponde in un grugnito. “Non ho sognato niente. Non mi ricordo niente”.
C’è una luce scura al fondo degli occhi di Corrado che guardano un punto lontano.
“Anche Maria mi ha lasciato…”
Lo sguardo è un sorriso amaro verso Antonio.
“Ma che ti metti a pensare… hai solo dormito male”.
“Non so. Quel niente mi spaventa”.
“Ma se a te non ha mai fatto paura nulla. Su, dai, mettiamoci al lavoro. Dobbiamo preparare l’assemblea. Vengono anche i responsabili regionali del sindacato. Ripartiremo con la produzione, andremo in autogestione. Questa volta, vedrai che qualcosa succede”.
Corrado si stringe nelle spalle e scuote leggermente testa, come a voler dire che la presenza dei capi non è affatto una garanzia. Ma non dice niente, non vuole svilire l’ottimismo dell’altro.
Antonio capisce. Lo commuove il riguardo del compagno.
Rimangono così, ognuno immerso nei propri pensieri, riordinando l’angolo di reparto che hanno adibito a cucina e, per tutto il tempo, non si scambiano una parola.
Finché Antonio non decide che è il momento di allestire lo spazio per la riunione.
Nel salone della filatura hanno costruito un palchetto con le casse di legno che servono al trasporto delle rocche. Vi sistemano sopra un tavolo, un megafono e quattro sedie per i relatori. Corrado srotola uno striscione di tela e lo stende per terra. Con un pennarello dà un ultimo ritocco alla scritta.
“È una bella frase” dice Antonio.
“Me l’ha suggerita Andrea, il delegato giovane. È uno in gamba”.
“Sì, è il migliore”.
“Avercene”.
Quando finiscono di attaccare anche l’ultimo lembo di stoffa alla parete, scendono dalle sedie con cauta agilità. Entrambi affondano le mani nelle tasche dei pantaloni e controllano che tutto sia a posto.
“Va bene, mi sembra”.
“Sì, manca solo una bottiglia d’acqua, la mettiamo quando arrivano”.
“Stanno arrivando, ascolta…”
Un rumore di motori giunge dalla strada, ancora in lontananza. Quando si fa più vicino, Antonio stringe per un polso Corrado.
“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.
È pomeriggio inoltrato, quando l’ispettore Rondoni arriva sul posto. Un sole cocente riverbera sbieco sulle macerie della vecchia Texal, la fabbrica chiusa da anni che lascerà finalmente il posto al nuovo centro commerciale. Sporco di polvere e accaldato, arriva a fatica vicino ai corpi senza vita. La Scientifica ha già terminato i rilievi. Rondoni si chiede come mai due persone anziane siano venute proprio lì e abbiano scelto quello strano modo di farla finita. Pensa alla depressione, alla solitudine che diventa insopportabile con l’avanzare degli anni, a chissà che gli sarà passato per la testa.
A quello striscione rosso, che parla di operai e di paradiso, non ci vuole proprio pensare. È una frase senza senso, una sfida inutile, con il caldo che fa.

9 September 2008 - Comments Off - permalink

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