La bottega della dimenticanza di Mario Bianco

acquarelli della mostra Oblivion store

A proposito della mostra a Torino (13 marzo – 6 aprile 2013)
Augusto Montaruli su Ottoinforma

16 March 2013 - Comments Off - permalink

Qui come altrove – mai soli

In questi giorni ci saranno varie occasioni in cui gli amici di don Luisito Bianchi si raccoglieranno nel suo ricordo. Altri dovranno fare in solitudine il conto dei giorni vissuti senza il suo mite o ironico sorriso a scaldare questo tempo di buio freddo…
In verità senza di lui non siamo mai stati.
Don Luisito avrebbe voluto sì rivoltare il mondo, ma non ha mai preteso di “insegnare” nulla. Eppure, la congruenza tra le sue parole e i suoi gesti è insegnamento: segno impresso che non può diventare souvenir ma ricordo come il pane e il vino, eucharistia, celebrazione quotidiana di gratuità e umanità.

E Dio sa quanto siamo manchevoli, quanto siamo fragili e talvolta persi nei vuoti che si spalancano nelle nostre vite. Ma – qui come altrove – esiste la meravigliosa capacità umana di ascoltare e di condividere, di guarire con la parola o con un gesto – e con la poesia – dolori e rimorsi, paure e solitudini; di riparare i sogni e risuolare i passi, perché «i passi non possono trascorrere senza lasciare un segno».

 *

Qui come altrove, c’è un uomo di parole.
Prima ci sono stati i rami dei pensieri, fitti sullo spartito della fronte, lo scatto rapido del passo, il gesto che non lascia ombre, la piega diritta delle labbra.
Poi il tempo si è mangiato tutto e sono rimaste le parole.
Ancora traversano il cortile della casa vecchia, dentro i saluti lunghi della sera: perdurano nel fischio e nel tepore delle attese sul gradino, a guardare le dalie, il sole dietro l’orto arancio.
Spesso percorrono il giornale del mattino e chiedono di sanare il mondo: fanno sciame in testacuore, nel rimorso dei doveri disattesi e nell’eco dei discorsi per la strada, scelta più lunga per dire le ragioni.
L’uomo di parole arriva all’improvviso, zampa di spinone e ortica, e all’improvviso fugge, in trasparenza.
Si vorrebbe non vederlo scolorire, come certi sbuffi di nuvola o di fumo.
Allora si è svelti ad appendere zavorre.
A fare peso, quanto non si è potuto dire e carezze di speranze nuove.

formato e-book  -  formato pdf

5 January 2013 - 3 commenti - permalink

ventiquattro aprile

(memorie di un ottuagenario)

dopo la battaglia,
i corpi riversi sulla neve
sembravano tronchi spezzati dalla bufera;

a volte mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena;
va tutto così rapido, qui, che mi sfugge il tempo per capire;
vedo ancora tanta fame e tanta ingiustizia, ovunque, nelle case e per le strade;
i giovani non hanno né ricordi né speranze
e a volte mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena;

ma pensarlo mi sembra una bestemmia

da: aitanblog

25 April 2012 - 2 commenti - permalink

Dei piccoli insignificanti malesseri

«Dietro ci sono i nostri nomi larghi, con le vocali, le timide vocali incastrate nel mezzo dei suoni secchi e onesti. Ci sono i capelli, dietro, e le ciglia, e le braccia, le piccole dita dei piedi e tutte le tazzine sporche di caffè coi fondi che vorrebbero parlare di un futuro incerto. Dietro c’è il cielo, che è un grande mentitore, ci sono le notti coi pulsanti sogni, e i tradimenti, e il nostro sangue, diramazioni capillari, e un fiume che trova la via del mare, la trova sempre. Le bugie e le verità, ci sono dietro, a ciascuno le sue, unite in un coro muto come se tutto il mondo fosse diventato sordo.»

Piera Ventre

Dei piccoli insignificanti malesseri, talvolta, si prendono gioco di noi. Piccoli perché non sempre i dolori si dicono. E malesseri perché capita che non siano veri e propri dolori, ma mali d’essere, marchi di fabbrica. Ché forse, quando ho dato il titolo a questa trilogia di racconti, avevo in mente De Gregori coi suoi piccoli dolori “…passano ad uno ad uno, tutti i miei vizi in croce, e ti vorrei parlare, ma ho perduto la voce…”

Il fatto poi che, a causa di quel piano inclinato su cui muoviamo i nostri incerti passi, da insignificanti quali erano, questi cronici dispiaceri diventino la caletta ombrosa sulla quale si arenano, stratificando, spettri e inconcludenze, rimpianti e rancori, le occasioni perdute e tutto ciò che avremmo voluto essere e non siamo riusciti a diventare, mi ha fatto pensare a certe esistenze opache, a certe tragedie che deflagrano, apparentemente, senza annunciazione, per cui, dopo, gli intervistati ai telegiornali, parlando dei loro vicini improvvisamente folli, si affannano sempre a dire, sembrava una persona normale.

La soglia, quella tra l’irreprensibilità d’un’esistenza riconducibile ad un’accettabilità conclamata e la devianza, mi chiedo da tempo, quale sia. Non trovo confini netti. Siamo in bilico, continuamente, in quella terra grigia, non bianca, non nera, che è il pericolo del passo che può, comunque, tracimare nel campo minato dello scarto. “…ho un vuoto nel futuro, un morso nella memoria. Cicala nel cervello, granchio fra le lenzuola…”

*

Appoggio tra i libri di oraSesta anche la versione “libro digitale-ePub” dei piccoli insignificanti malesseri di Piera Ventre.  Queste (sue) parole di presentazione sono state salvate dalla ormai affondata piattaforma splinder. t.m.

21 February 2012 - 1 commento - permalink

Lo scalcatore

Qui come altrove 20.

di Zena Roncada

Qui come altrove, c’è l’uomo che fa lo scalcatore.
Lo chiamano in case raggrinzite di freddo e di livore, perché scalchi i rimorsi.
(I rimorsi son ossi di coscienza, piantati a fittone nei ricordi, come certe conchiglie nell’argilla: vanno tolti, per rendere più tenera la vita)
L’uomo stende le coscienze sul tagliere, le apre con lame delicate, seguendo i nervi delle storie. E’ lì che incontra promesse disattese, vendette, fughe e tradimenti.
Per rimuoverli l’uomo dice solo due parole: “anch’io”.
Al suono, i rimorsi si sciolgono nel grembo di una vasta, materna umanità.

23 January 2012 - Comments Off - permalink

Blog&nuvole

Blog&Nuvole è stato un progetto nato dall’idea di Lucia Saetta e Cristina Vannini Parenti, realizzato con la collaborazione della Triennale di Milano e della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, e con il patrocinio di Confartigianato Imprese. La (splendida) grafica della sua presentazione sul blog dedicato è a cura di Salvatore Mulliri.
Alla fine del gennaio 2012 si spengono i server di Splinder: un piccolo mondo virtuale (dentro il quale però si muovevano intelligenze e sentimenti di uomini e di donne) scomparirà, si perderanno tutti i blog che gli autori non hanno potuto salvare su un’altra piattaforma.
Non sarà, dunque, considerata ingerenza, mi auguro, se oraSesta mette sulla scialuppa alcune delle tavole, quelle che a suo tempo erano state già segnalate con un link su queste pagine (o meglio, sul “vecchio” blog di oraSesta su Splinder).

Il Robot
(disegni di Victor Togliani, testo di Usermax)
Il Cristo di carne
(disegni di Akab, testo di Filippo C. Battaglia)


p.s. C’è da aggiungere che da questo post-ricordo è nata l’idea di mettere in salvo – come e quanto si poteva – blog&nuvole.

t.m.

12 January 2012 - 5 commenti - permalink

Natale che non c’è


Ma non c’è, non c’è,
non c’è il muschio di Badde ‘e iscova e i pastori sulla neve di farina e il fiume di stagnola e una stella di cartone.
Non c’è il tavolo lungo ricoperto di ravioli, la radio che dice, la maglia di lana, i guanti forse una sciarpa.
Non c’è, non c’è “missa ‘e puddos”, che a me non mi portavano e allora immaginavo
i galli che pregavano, venite adoremus e un chicchiricchì.
Non c’è “stare svegli”, ancora un po’, sotto il peso di cinque coperte, il buio e l’attesa amici finalmente
Non c’è la fila delle scarpe lucidate, in un angolo, per domani.
Non c’è Il silenzio, come se ci fosse una nebbia o la neve che invece non c’è, non ci sarà. L’ultimo rumore, prima del sonno, mio padre che sistema la legna vicino al fuoco per farla asciugare. Un pensiero corre via, e poi un altro che lo insegue e poi di nuovo il primo, prima del sonno, il gioco dei pensieri.
Forse la sciarpa, forse un maglione. Un gioco no, non importa.
E la cornamusa del pastore, la lavandaia, il falegname al freddo.
In tutto quel verde spruzzato di bianco, nel presepio che sembra il paese. Più piccolo, più grande. Non c’è.

(Bobboti)

25 December 2010 - Comments Off - permalink

Tante volte di sabbia e castelli

(insistito triste e testardo)

[25 novembre 2010: Giornata mondiale contro la violenza sulle donne]

di Zaritmac

Volgiamo le spalle al mare. Gambe incrociate. Intente. I capelli lungi sciolti e abbandonati sul viso, come cortine. Le teste chine in avanti, le mani attente a raccogliere pugnetti di sabbia e impastarli con l’acqua del mare.

E parla il mare. No. Sussurra. Con una metrica impeccabile, racconta una storia lieve lieve, a voce così bassa che non si sente. Non si comprende. E’ solo un sospiro intenso e sottile, una canzone ritmica che chiede il La al vento. Una brezza tesa, ma tenera. Una canzone greve greve, e noi niente. Come se fosse niente. Come se non ci fosse un requiem alle ore annegate, invano, dentro il rosario sussurrato, grano a grano, dall’onda figlia mano a mano con la risacca madre e un’illusione di orizzonte. La curva immaginaria, la svolta che non c’è sopra il petto del mondo.

Con cura estrema costruiamo, da anni e anni, qui sedute spalle al mare, piccoli castelli di sabbia. Poi ci teniamo per mano appena, sfiorandoci in un’intesa muta e dolente, guardandoli crollare. E la sabbia torna liscia, e le buche scavate si colmano di acqua e conchiglie frantumate; i nostri occhi, i nostri occhi di lacrime. In quegli attimi in cui scostiamo dai capelli il viso, con un gesto imperioso e rapido del capo, per voltarci via l’un l’altra il pianto e lasciare sfiato al singhiozzo controvento. Volgiamo le spalle al mare e ricominciamo a costruire minuscoli castelli di sabbia. Pazienti.

Crescendo di un millimetro al mese, mettendo radici dai calcagni, intrecciandoci le dita nei terreni morbidi e neri delle notti che ci avvolgono quelle volte, le volte, le tante, che ci concediamo l’abbraccio e il silenzio che dice.

Costruiamo intente, capelli sul viso, spalle al mare. E continuano a crollare minuscoli castelli di sabbia e gli angoli delle nostre bocche, dove da anni aspettiamo che solidifichino sorrisi.

E ricominciamo a costruire. Castelli di sabbia che s’appiattiscono senza rumore nella baia delle nostre cosce incrociate sulla riva, spalle al mare. Un cerchio fragilissimo, che non protegge. E l’acqua torna al mare, sfugge, distrugge piccolissimi castelli di sabbia dove nemmeno noi così piccole potremo entrare mai.

 

25 November 2010 - Comments Off - permalink

Vent’anni nel Millenovecentoquaranta

di Giovanni Giovannetti

 

Sai nonno, a volte mi manca la tua voce e le storie di quando eri sui monti a combattere i tedeschi: non eri comunista, lo saresti diventato solo dopo l’assunzione alla Snia. Il reparto solfuri era tra i più nocivi. Non stavi nella pelle quando don Virginio ha messo una parola buona con Grandi e sei passato alla Necchi. La fonderia era dura: colavi ghisa a mano nelle siviere… ma ti si apriva il mondo, perché quel lavoro ti ha dato nuovi orizzonti e ti ha cambiato la vita. Dev’essere stato bello avere vent’anni nel Quaranta: le sere d’estate andavi per feste con la nonna, a ballare all’aperto tra lucciole, pioppi e tigli.

I comunisti militavano nel “buon partito” di Gramsci e di Togliatti che si racconta nel libro di Clemente Ferrario e in fabbrica non era facile per quelli come te: discriminati, confinati… In sezione si discuteva di progresso e di riscatto sociale, e la vita si pagava a rate «con la Seicento, la lavatrice», cantava Ivan Della Mea.

L’unità sindacale, il Sessantotto, l’autunno caldo… Il babbo aveva vent’anni e scendeva in piazza a manifestare contro i colonnelli greci e contro il golpe in Cile ma anche per la riforma della scuola e per alcuni diritti civili: l’aborto, il divorzio… Gli anni Settanta… vi hanno fregati: a Milano e a Brescia le bombe sono di Stato, P2, Servizi deviati, Italicus e strage alla stazione di Bologna. Altro che destabilizzazione: la voglia di cambiamento ve l’hanno fatta passare con le stragi e con l’assurda uccisione di Moro per mano delle Brigate rosse.

Finisce male anche in fabbrica, con la cassa integrazione a zero ore come anticamera del prepensionamento. Non eri né vecchio né giovane; ti sentivi umiliato e inutile. Il vuoto dentro te lo leggevo in faccia: come nella poesia di Nelly Sachs, «Una spina gli ha serrato la bocca / la parola gli si è persa negli occhi».

Cambia anche la politica. Il «buon partito» non c’è più. Al suo posto c’è una “cosa” di lotta (a difesa degli interessi particolari) e di malgoverno, chiusa in sé stessa, in mano a mezzecalzette e politicanti di mestiere, lontana dalla gente e vicina a chi muove denaro.

La sera mi leggevi le storie. Ricordo ancora la Fattoria degli animali di Orwell: per te comunista e libertario i maiali di Orwell erano la metafora del potere tronfio e corrotto; per me era una storia di paura, che solo oggi assume un preciso significato: come quei maiali, i politici di mestiere parlano di loro tra loro. Se la “cosa” esce dalla tana lo fa per chiedere il nostro voto con il linguaggio menzognero dei venditori di fumo; poi torna a mettere la porta tra sé e i cittadini.

No, questo non è più il partito nel quale hai militato. Il “buon partito” non avrebbe ignorato i nuovi immigrati Rom e rumeni dell’area Snia. Come voi prima di noi, molti di loro chiedono pane, lavoro e un futuro migliore per i figli. Esseri umani «liberi di dover partire», ha scritto il poeta Leo Zanier o «di portare in giro la loro fame»: come lo zio Fausto, che negli anni Cinquanta ha fatto lo “stagionale” in Svizzera; come tuo fratello Paolino, emigrato nell’Illinois negli anni Venti; come la zia Giuliana, andata in sposa a un soldato americano nel 1946. [...]

Tu ora sei vecchio e in dialisi. A giorni alterni un pulmino ti porta alla clinica Maugeri. Due anni fa il servizio era gratuito; oggi ti costa quasi il 10 per cento della pensione e fatichi ad arrivare a fine mese. A due chilometri da casa tua hanno costruito un centro commerciale. Una fregatura, perché il lattaio, il fruttivendolo e decine di altri negozi del quartiere hanno dovuto chiudere. Vogliono anche toglierti l’orto, per farne un parcheggio.

A Pavia eravate 16.000 operai; oggi ne rimangono poche centinaia. C’erano le fabbriche; oggi sono aree dimesse, nel mirino della speculazione immobiliare. La “tua” Necchi è stata chiusa da affaristi interessati solo ai suoli, con il benestare della pseudosinistra politica e sindacale. Stanno anche cancellando i segni della tua storia, che è la nostra. Dell’era industriale, non resta che qualche pregevole edificio della Snia, lungo viale Montegrappa, l’ultima testimonianza. Avrebbero voluto abbattere anche quelli. Hai visto? siamo riusciti ad impedirglielo.

14 April 2010 - Comments Off - permalink

Passa il tram

Riporto questo testo confluito nell’estuario di microcenturie, considerando OS un interstizio del mondo realmente virtuale dove seminare storie «a far bastione e contrafforte al mondo».

Passa il tram

di Giampiero Cordisco

Devo averci fatto l’abitudine o cosa, come con la pendola in casa dei miei, ad esempio, quando i colpi sordi che segnavano i secondi avevano coperto tutto lo spettro acustico dell’ambiente, restituendo una versione contaminata di quello che comunque – in virtù di una segreta e generalmente accettata convenzione fra apparato uditivo e fisica acustica – poteva ancora dirsi “silenzio”, tanto che nemmeno ci facevi più caso (un secondo dopo l’altro dopo l’altro ancora, per ventiquattr’ore al giorno, tutti i santi giorni dell’anno chissà per quanti anni, finché mio padre non uscì di testa quella notte di Sant’Antonio quando mamma gli diede il benservito, spaccando la pendola in tanti di quei pezzi che il più grosso potevi raccoglierlo con le pinzette – ma questa è decisamente un’altra storia): fatto sta che mi tocca fare uno sforzo di astrazione per sentire i tremori sotto i piedi e notare l’impercettibile movimento della schiuma nella birra sulla scrivania, e le penne che si spostano in maniera infinitesimale sulla mensola di vetro da cinque millimetri, e il lievissimo effetto stroboscopico della lampada alogena sul soffitto che perde d’intensità e subito dopo torna a regime per quelle tre-quattro volte al secondo, tutto questo per un lasso di tempo di almeno venti secondi che è più o meno quanto impiega il 19 direzione Gladioli ad attraversare questo pezzo di strada. I libri intanto assorbono i colpi e quelli che stanno più in alto nelle due pile di volumi che ho eretto sul comodino sembrano cedere pian piano alla perdita dell’equilibrio. Le ante dell’armadio sbattono con una frequenza che può essere quella dei colpi d’ala del colibrì, e così anche il termosifone sotto la finestra, arrugginito e parkinsoniano. All’interno delle mura riusciresti a indovinare il tragitto della scossa, il tremito che sonda le capacità elastiche dell’edificio, che insegue senza successo un punto di rottura qualsiasi. Le camicie si sfregano dentro il guardaroba, e le grucce di metallo rimaste vuote abbozzano una melodia percussiva e vagamente cristallina che ogni volta mi propongo di registrare, insonorizzata nella cavità risonante del mobile, dentro il truciolato scandinavo. Riesco a sentire i piatti sporchi lasciati nell’acquaio che seguono la loro partitura, in questa sinfonica involontaria e contingente, e i filtri di cotone Rizla + ® dentro la confezione cartonata che frusciano come maracas in una stanza imbottita. Il lavandino sgocciola un tempo dispari incalcolabile. Va bene: sì, ma con riserva.

Perché prima o poi tutto questo finirà. E ci ritroveremo a lottare con la sveglia e la baby sitter e la rata del mutuo e l’imposta condominiale e il vicino ottuagenario che si lamenta perché il piccolo piangerà di notte come facevo io quando mi impegnavo a distruggere i nervi già poco saldi dei miei poveri genitori.
Ma intanto restiamo qui, col 19 direzione Gladioli che raschia sulla crosta terrestre e sfrega i chilometri di rotaie che hanno cicatrizzato la terra, e se fossi uno agli inizi potrei solo scrivere che “sferraglia”, proprio come il mare “sciaborda”, ma dal momento che agli inizi non ci sono più da un pezzo, e che ormai mi pettino i capelli all’indietro, e che ho smesso di credere che quello che sto facendo sia soltanto ispirazione e intimismo romantico, so bene che esistono modi e modi – e allora quando passa il 19 direzione Gladioli sembra che debba crollare il mondo ma in realtà è solo una porzione del silenzio più generale che ci avvolge, e il suo idioma siderurgico si allontana maestosamente con solenne lentezza – questo mostro di acciaio e plastica che non intimorisce più nessuno – roboando fino alle profondità estreme del pianeta dove bruciano i gas dell’esplosione primordiale che ha scolpito i reticolati stellari, in un doppler apparentemente infinito, eterno, geologico, che ci fa vivere costantemente e in maniera semi-inconsapevole dentro la dissolvenza di un tuono minaccioso e familiare al tempo stesso, nel digradare di una tempesta tropicale che ha sbagliato continente, subito prima che tornino a ciurlare disorientati i volatili di ogni specie e di tutti i colori, e prima che il riflesso del sole – che continuerà oggi domani e sempre a fare lo yo-yo in questa parte di universo – si disintegri magnificamente attraverso i goccioloni incollati sulle foglie carnose di una vegetazione irriconoscibile, io davanti a uno schermo che mi renderà ipovedente nel giro di qualche anno e la donna di cui sono innamorato che continua a vomitare in bagno la sua prima gravidanza, e sembra che ce la facciamo, in questo buco di casa che non abbiamo costruito noi, e prima o poi ci compreremo un televisore al plasma, un divano nuovo, e una culla che dondolerà senza che noi ci facciamo caso.
Ogni volta che passa il tram.

7 February 2010 - Comments Off - permalink

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