Se parlo, se taccio

Rimugino un pensiero da parecchio tempo e dirlo qua, pubblicamente, forse è soltanto come cantare facendo una strada nel buio, per farsi coraggio.
Mi domando se non è da folli parlare a prescindere, facendo finta che non ci sia un mondo che misura i risultati in numeri, in quantità, in immediati effetti.
Mi domando se non è follia quella della formica che punta le spalle a una briciola che non potrà mai spostare, da sola.
Domande retoriche.
Leggo, piuttosto, e le risposte arriveranno; il coraggio, mi auguro, pure.
«D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce.» (Luisito Bianchi)
T.M.

19 febbraio 1968
«Alla mensa, sabato, 17. Non mi ricordo che al sabato non si vende il pane alla mensa. Ho di fronte a me un giovane siciliano, assunto il giorno dopo di me, terremotato. Occhi azzurri, capelli biondi, carnagione rosea: un tipo somatico come se ne incontrano in Sicilia e che richiama la dominazione angioina. Nota che non ho pane. Me ne taglia un pezzo dal suo e me lo dà. Comprendo l’atto di grande generosità. Per lui il pane è la base di tutto, come la pasta. Nel piatto di minestra, infatti, ha messo le tre patate del contorno e una forma di pane. Un gesto che mi penetra dentro. Mi domando se è credente. Ma ha compiuto un gesto cristiano, ha spezzato il pane. Che vale spezzare il Pane nell’assemblea eucaristica se non lo si spezza nella vita? Abbiamo talmente staccato il rapporto con Dio da quello con gli uomini che la Messa è diventata solo un rito, tranquillizzatore di coscienza. Ho con me una mezza arancia. Gliene offro metà. “Parola d’onore, non mi piace”.»
8 febbraio 1969
«È passato ormai un anno di fabbrica. Esattamente il 5, giorno dedicato alla vergine siracusana, smammellata per amore di Cristo, e agli eunuchi della terza categoria, tali propter regnum cœlorum. Mi piace molto questa liturgia che deve essere stata composta da chi non aveva complessi, senza aiuto della psicanalisi, di fronte alla Parola di Dio. Non certo come il traduttore che, di fronte al se castaverunt, è assalito dagli scrupoli che i primi cristiani meditando sui detti e sulla figura di Cristo, non avevano e, piamente e ipocritamente (due avverbi che vanno spesso insieme nella mia razza clericale), parla eufemisticamente di rinunzia al matrimonio. Io non ho rinunciato un corno al matrimonio; eppure, fino ad ora, scelgo la castrazione propter regnum. Sarei un infelice se pensassi al matrimonio e lo vedessi come una rinunzia e non come una conquista quotidiana trasfigurata misteriosamente da chi non può essere ridotto in nessuno schema e in nessun articolo di codice. Mi piace questa liturgia tanto che la celebrai ieri non avendola potuta celebrare il 5. Ho iniziato, dunque, il mio secondo anno di fabbrica, e con uno sciopero per la faccenda delle pensioni. Buon auspicio. L’anno scorso iniziai con un paio di terremotati siciliani; ora con uno sciopero. Se fossi un cabalista o un augure ne trarrei dei pronostici. Mi è sufficiente un po’ di umorismo e pensare, con Paolo, che la notte è del Signore come il giorno è del Signore. Ma sarebbe di pragmatica fare un bilancio consuntivo dato che quello preventivo non mi interessa. Forse che il consuntivo ha più senso? Ho vissuto, ecco tutto. Non è poco vivere, quando non si vede nulla. Mi devo domandare, però, se quest’anno, appartenendo al Signore, non appartenga anche alla Chiesa e se io non abbia un dovere di coscienza di donarlo alla Chiesa anche con segni esterni e non solo fidandomi dei vasi comunicanti che svolgono il loro lavoro all’insaputa di tutti, figurarsi dei ragionieri dello Spirito! Mia sorella monaca mi dice che ho un dovere di dire, di scrivere; che debbo rischiare perché quello che vivo non appartiene solo a me. Altri me lo dicono. La mia incertezza riguarda soprattutto il modo e lo stile della comunicazione. Ma anche i contenuti. Che dire? Se parlo liberamente c’è il rischio di entrare in polemica e di essere frainteso. L’ho già esperimentato a livello di contatti personali, proprio con chi “s’interessa del mondo del lavoro”. Ogni tua affermazione viene presa in un atteggiamento difensivo, forse inconscio. Lo comprendo: se certe mie affermazioni o perplessità venissero accolte, si metterebbero in questione l’azione e l’indirizzo dei miei confratelli, dei vescovi, del papa… E poi vale la pena? Mi sentirei di dire solo questo: fate un anno di fabbrica e poi ne riparleremo. D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce. Ma chi mi assicura che rispondo, in questo modo, ad un’esigenza di fedeltà? Dovrebbe bastare la mia coscienza. Ma devo tenere in considerazione anche l’attuale situazione già confusa per un’esigenza di carità. E allora? Taccio? Ma il rischio vero, quello evangelico, non è la conseguenza del proclamare dai tetti quello che si sussurra nell’orecchio? Dio mio, come sarebbe bello andare a letto e dormire in una stanza calda, e poi dormire e, quando ci si sveglia, dormire ancora.»
Luisito Bianchi, I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi, 2008

16 February 2009 - 0 commenti - permalink

Per amicizia, solo per amicizia

«Nel tanto parlare che si fa oggi del ministero possibile della donna nella chiesa, non è forse di poco conto far notare che le prime ad essere evangelizzate in terra “europea” furono delle donne (fra di loro ci sarà stato qualche uomo? Gli uomini per avere un luogo di preghiera, una sinagoga, dovevano essere almeno una decina). Naturalmente è una donna a presiedere, e a condurre la preghiera; il fatto anche qui singolare è che la responsabile sia Lidia, nemmeno ebrea, ma solo una gentile, credente, che viene dalla città di Tiatira, situata fra Pergamo e Sardi, ed è una commerciante di porpora. Da loro nascerà la prima chiesa “europea” e quell’amicizia per Paolo che porterà l’Apostolo ad accettare solo da quella chiesa il sostentamento nel momento del bisogno [...].
Per chiudere questo abbozzo sul secondo capisaldo a difesa della gratuità del ministero, l’amicizia, per la mediazione in modo particolare di Lidia, possiamo richiamarci il senso dell’amicizia femminile in Gesù, e il dono che egli fece dell’amicizia, nell’ultima cena, quasi come l’ultimo sacramento, un tutt’uno col fare memoria di lui, crocifisso e risorto, con l’eucaristia: “Vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (ib., 13). Forse il silenzio su Lidia potrebbe essere il suo modo, del tutto femminile perché del tutto gratuito, di dare, scomparendo, la propria vita per l’amico Paolo.»
*
Su Viator (e fra breve su OraSesta), una nuova tappa del sentiero di parole di don Luisito Bianchi verso l’Utopia, la gratuità del ministero della Chiesa.

31 December 2008 - 0 commenti - permalink

Brina che cade dai rami

Luisito Bianchi
                                      Come faville di brina i miei versi
                                      sull’albero invernale che un frullìo
                                      basta di passero a farne glissanti
                                      note in caduta:
                                                            poi chiazze rimangono
                                      di parole sul bianco foglio in cifre
                                      d’enigmi o gocce di nebbia a marcire
                                      l’ultime foglie fedeli all’estate.

 18 dicembre 1993

 

 

Da bambino, guardando dalla finestra della cucina l’aia deserta per il freddo, con un grande desiderio di neve in agguato sulle ciglia, mi capitava di gridare rivolto al nonno accanto al camino: Nevica, nonno, nevica; ed era invece solo un soffio di galaverna emesso da un passero che si posava sui fili della luce attraversanti l’aia, tutti impiumati di soffice biancore. La galaverna non faceva nemmeno a tempo a posarsi sul cemento dell’aia che era già sciolta, lasciandovi solo qualche macchiolina d’umidità. Ma la delusione, attutita dal riso buono del nonno, non intaccava la gioia di sentire prossima, con quell’annunciazione d’un attimo, la neve. Chissà se i miei versi avranno la stessa sorte della galaverna che vedo ancora cadere dagli alberi davanti alla mia finestra d’oggi, nella sua stagione, ma come attraverso la mia infanzia felice! Sia come sia, all’origine d’ogni mio verso c’è almeno un movimento di gioia, dicessi anche parole di fatica, per la sfida che lancio a me stesso di riuscire a costringere in poche sillabe, ostiche e iniziatiche, immagino, ampie distese di parole, come il pulviscolo di galaverna d’allora conteneva la visione d’un aia di cemento innevata.
Luisito Bianchi, Sulla decima sillaba l’accento, Viboldone, 1995

9 December 2008 - 0 commenti - permalink

Povero Cristo

30 giugno 1969

 

Passo tutta la notte interrogandomi sul senso di questa Chiesa. Se sono certo in coscienza che è un grave ostacolo all’evangelizzazione, che debbo fare? Siamo nella stessa situazione in cui scoppiò la Riforma.
I fermenti di rinnovamento sono costantemente bloccati dal centrali­smo monarchico di Roma e si esauriscono nella sterile protesta o nell’abbandono da parte di molti di ogni speranza che si arrivi a qualche cosa. Altri, nel clero, si gettano sullo studio e sfornano opere su opere, traduzioni su traduzioni che rivelano l’insostenibile posizione di que­sta Chiesa di fronte all’Evangelo e producono un fosso ulteriormente profondo fra un piccolissimo gruppo che può accostarsi a queste opere (fra il clero) e la maggioranza che non ha tempo né voglia né altre pos­sibilità di leggerle; mentre la separazione tragica con la massa prende sempre di più la sua reale fisionomia, proprio a causa di queste opere. Che debbo fare? Qual è l’esigenza di fedeltà a Cristo se lo vedo tradito da questa Chiesa? Al termine del turno di lavoro dico a bruciapelo a Castellani: la gente che pensa del Cristo? Lui capisce che la domanda riguardi esclusivamente il suo pensiero: siamo noi, Cristo siamo noi, poveri cristi. Sì, lui avrà fatto qualche cosina in più ma la differenza con noi è molto poca. Insisto: ma la gente, quella che tu conosci, il comune della gente, che ne pensa di Cristo? Non ne sa niente, mi risponde. Né se ne cura di sapere. Ma quale è la ragione? Incalzo. Adesso mi chiedi troppo. Dovrei chiederlo a me stesso e nemmeno io so rispondere per quello che mi riguarda.

 

(Luisito Bianchi: I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi 2008, pp. 483-484)

30 June 2008 - 0 commenti - permalink

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