Come un atomo sulla bilancia

«Era il giorno di sant’Agata, del ‘68. [...] In una chiesa della mia città c’è un grande affresco in cui la santa offre, esultante, le sue mammelle alle appuntite tenaglie del carnefice. Da quattro secoli mammelle e tenaglie sono lì, immobili, senza che sia successo niente, nemmeno la caduta di una goccia di sangue. Così nessuno più si meraviglia di quello che è accaduto alla santa e il cinque febbraio passa come è passato il quattro e come, con ogni probabilità, passerà il sei.

Ma per me fu il giorno delle meraviglie. Per la prima volta in vita mia indossavo la tuta e, con gli stessi sentimenti, più o meno, dell’aspirante monaco cui impongono lo scapolare dopo avergli rapato la testa, entravo nel grande reparto. Avevo l’impressione di essere piuttosto goffo e che tutti mi guardassero scoprendo, alla prima occhiata, la mia familiarità con la carta stampata cui s’aggiungeva quell’indefinibile misurazione di gesti che ti fa dire: To’, sembra un prete. Adesso ci rido sopra a quell’impressione che mi portava, confusamente, in gola gli stessi sentimenti che dovettero circondare padre Adamo quando cercò una foglia di fico; ma allora chi poteva immaginare che, per i miei compagni di lavoro, anche il solo pensiero di un prete in tuta (la tuta del magazzino, si capisce, non quella che si può mettere per una visita ufficiale, magari con tanto di elmetto in testa, secondo le buone norme dell’antinfortunistica) era più lontano di quello che terra e luna potessero darsi la mano e danzare il valzer negli spazi siderali.

Insomma, io pensavo: adesso s’accorgono che sono un prete, e loro pensavano: è arrivato uno nuovo a respirare questo gas. Deve essere un poveraccio se, alla sua età (i miei quarant’anni erano già suonati) è finito qui. Certamente è un siciliano, di quelli terremotati.

Effettivamente, in quegli stessi giorni, il Nord aveva aperto il suo grande cuore al Sud e anche alla mia fabbrica era toccato di compiere la sua buona azione, con la bonaria complicità di un terremoto. In fondo i miei compagni avevano visto giusto. Anch’io ero un terremotato che si trovava improvvisamente in un altro emisfero, buttato nel grande reparto da motivazioni che non seguivano nessuna logica, nessun sillogismo, proprio come, normalmente, fanno i terremotati. Che se non sono siciliano, ciò non toglie nulla alla loro intuizione; i terremoti si sbizzarriscono sempre in terre lontane e io venivo da una terra sconosciuta, quanto la Sicilia. I miei compagni mi accolsero come si accoglie un nuovo compagno di gas [...]

[...] Un altro giorno, a pochi passi da noi, cammina un siciliano terremotato. Parliamo del terremoto. Anche gli operai della fabbrica hanno dato mille lire per i terremotati. Lui, Giuseppe, ha una bambina che fa la quarta elementare. Gli ha detto: Papà, c’è a scuola, con noi, una bambina siciliana, di quelle terremotate. “In cui” io le ho detto: Chissà, poveretta, come si sentirà smarrita a scuola; si troverà in difficoltà per i compiti, aiutala un poco, falla venire a casa e farete i compiti assieme. Hanno cominciato a fare i compiti assieme e ho visto che la bambina era vestita leggera, perché in Sicilia fa meno freddo di qui, in questa buca. Allora dico alla mia bambina: Tu hai tre cappotti, dagliene uno. Le abbiamo dato anche un paio di scarpe perché la mia bambina ne aveva tre paia. Ho visto che tutte e due erano contente. Poi le ho chiesto di farmi conoscere il suo papà: Perché non vieni domani sera con tuo papà e tua mamma a cena qui? E vennero. Sai, una cena da poveri, ma con la cotoletta, la pastasciutta e del buon vino. Poi ho dato al papà, in una busta, cinquemila lire. Un niente, lo so, ma anch’io sono un operaio e mia moglie è sempre ammalata. Se non ci si aiuta tra noi poveri, “in cui” i ricchi sono egoisti e non mollano niente.

Io, prete, mi sento un verme. Non ho fatto niente per i terremotati. La mia sola scusa è che non ho nessuna figlia. Ma non è questa la bastonatura di Giuseppe. Verrà qualche giorno dopo, quando anche lui saprà che sono prete. Con la sua solita irruenza mi vuole dire che è un cristiano, come se prima non mi avesse parafrasato, con il suo gesto verso i terremotati siciliani, il venticinquesimo capitolo di Matteo. E mi tira fuori tutte le sue medagliette che garantiscono la sua partecipazione, in prima linea, alle battaglie combattute per la fede. La prima è che va a messa tutte le domeniche; la seconda, che paga, ogni anno, il banco nella chiesa del suo paese d’origine, anche se lo adopera solo in occasione delle ferie [...] Quando non sapeva che ero prete, parlando ad un uomo di cui non conosce nulla, se è ateo, musulmano, concubino, Giuseppe mi dà una lezione di autentica vita cristiana; ora che parla ad un prete, vuole entrare in quella che crede la mia ottica, mi vuole confortare dicendomi che ci sono dei credenti anche in fabbrica, e fa consistere la sua vita cristiana in quanto Cristo aveva negato essere segno di essa. Mi copro di vergogna perché questo ribaltamento di valori non può essere stato operato che dai preti. [...]»

 

In Luisito Bianchi, Come un atomo sulla bilancia, Sironi Editore, 2005, p. 21 e sgg.

1 December 2005 - Comments Off - permalink

Anno 1684

Riverberi di spada a doppio taglio
il coro in dodici seggi ritagliano
vuoti ogni giorno, quando timoroso
il tredicesimo al centro riempio.

 

- Dodici sporte piene sono palma
al vincitore e dodici tribù
pronte a mutarsi in angeliche schiere;
dodici coppe al vinto di veleni
e dodici turcassi di flagelli –
mi proclami dall’alto immandorlato
di gloria, a destra incantate figure
e tormentata carne alla sinistra.

 

 

- Ah no – scosso da tremiti t’oppongo –
truccata lotta è questa se vittoria
già decretasti ad agnello sgozzato.
La falce mostrami che già fu spada,
e precedenze di ladri, e catini
per piedi sporchi, e fango sulle dita
ad attizzare di luce pupille
spente, e granai di pietre mai lanciate.
Per pari lotta sfida onesta è questa,
o mio Signore, e giusto premio al vinto
delle tue stesse ferite la gloria -.

 

Questo ogni giorno oppongo al doppio filo
del tuo giudizio e tremore a tremore
aggiungo per stoltezza di parole
che dagli stalli di dodici vuoti
sul tredicesimo aguzze rimbalzano
a ferirmi di sfide già consunte.
Alzo la testa e mi vedo specchiato
nell’avvinghiato corpo che ai tuoi piedi
sudditanza confessa e nudo attende
che le sue braccia a stadera distese
segnino il corso di folle perdono.

 

Sulla cimasa del coro sta scritto
quando la lotta iniziò quotidiana
tra tredici chisciotti ed un gigante:
se la tua vista è usa a cifre oscure
puoi legger con chiarezza a tuo conforto
anno milleseicentoottanta e quattro.

 

 

Ogni mattina il prete si siede al posto che fu del priore olivetano di quell’anno 1684 per ascoltare la Parola quale spada a doppio taglio (Eb 4, 12). Che fa una spada a doppio taglio quando è puntata contro un petto senza corazza? Domanda da medioevo. Oggi ci sono le testate nucleari e, finché resiste l’equilibrio del terrore, la disgregazione dell’atomo non fa paura. In linguaggio pastorale moderno, la Parola di Dio è una testata nucleare. Il prete, per quei minuti, si dimentica della pastorale e fissa il Giudizio di fattura ancora medievale che gli sta di fronte. Proprio sulla più bassa traiettoria dei suoi occhi, a poca distanza da lui, un omuncolo siede, le ginocchia abbracciate e la testa nascosta sulle ginocchia. Il prete non capisce se quella è la sua immagine riflessa nel grande specchio del Giudizio, e trema. Poi si rassicura: lui è vestito a festa, con ampi e serici mantelli; quello è nudo. Ah, che battaglia deve essere iniziata da quel lontano 1684 per chi siede nello stallo di fronte a quell’omuncolo, mentre ascolta la Parola di Dio!

A M. Cleofe Credi (1910-1985), che consumò anche l’ultima goccia della sua lampada di vita nella serena speranza di averne già accesa, per grazia, una inesauribile.

 

 

In Luisito Bianchi, Vicus Boldonis Terra di marcite, Scuola Tipografica S. Benedetto di Viboldone, 1986, p. 43-44 – Associazione Amici dell’Abbazia di Viboldone, Tipocromo, Milano, 1993; con fotografie di Aldo Gasparini e Marco Volpati

25 May 2005 - Comments Off - permalink

L’euchairista

3.

 

Io non so se credo, o Signore, ma aiutami a mettere tutta la mia vita sotto il tuo giudizio, lasciando a te la cura di decidere, nel giorno del nostro incontro svelato, se ho creduto o meno. Non so se ho capito la tua Parola, ma se veramente ti sei identificato col minimo che ha sete e fame, che è nudo malato prigioniero, se è sulla mia risposta alle necessità di questi minimi che tu giudicherai la mia fede, aiutami a superare le mie resistenze, la noia di vivere cogli altri, di pensare agli altri, di fare degli altri il punto di riferimento che mi porta a te; aiutami a ricuperare, ogni giorno, queste posizioni dalle quali la mia paura del dono, da fare e da ricevere, mi getta lontano, come Giona che sfida l’avventura d’una fuga pur di non abbandonarsi all’avventura guidata dal tuo giudizio.

Aiutami a non strumentalizzare l’Altro, nemmeno col pretesto che ricerco in lui il tuo volto, dovendomi bastare che sia il volto d’un uomo: e tu solo sai che cosa esso celi. Aiutami perché il mio andare all’Altro sia un riflesso della tua Gratuità, come l’aria che entra non appena il vuoto si apre, senza chiedere nulla.

Non so se credo, o Signore, ma aiutami a non cercarne risposta, perché anche la mia fede o la mia mancanza di fede siano l’espressione più spoglia, più scarnificata dell’accettazione della tua Gratuità. Una sola cosa so: che tu mi ami e, con me, tutti gli uomini d’un amore gratuito, e quindi infinito, che precorre e supera qualsiasi risposta, che vanifica ogni mia parola nella Tua pronunciata per sempre, o Gratuità fatta Uomo.

***

(Da una pagina di un annale della Chiesa, senza data di tempo-chronos, perché chi la legge possa sentirla contemporanea, come emergente dal tempo-euchairìa).

«Uscì Simon Pietro dalla sua casa vicino al fiume. Portava una canna da pesca e il sacchetto della colazione. Per strada incontrò degli amici. Dicit eis Simon Petrus:

- Vado piscari.

Dicunt ei:

- Venimus et nos tecum.

Ma uno degli amici li fermò:

- Che credi di pescare, Simon Pietro! L’acqua è inquinata e un pesciolino non lo troveresti per tutto l’oro del mondo.

- Amico, rispose Simon Pietro, non sono un pescatore di pesciolini. Io prendo storioni!

- Ma non è il tempo degli storioni – si meravigliò l’amico, colto all’improvviso da quella pazza battuta.

È sempre il tempo degli storioni – ribatté risoluto Simon Pietro.

L’amico si ricordò e credette. Tutti andarono al fiume. E fu una giornata di festa».

 

Da Luisito Bianchi, Dialogo sulla gratuità, Gribaudi, 2004, pp. 166-167

25 May 2005 - Comments Off - permalink

Sfilacciature di fabbrica

XI

 

Signore, i miei pori oggi

si sono dilatati all’improvviso

e m’hanno inzuppato anche la tuta.

È cominciato il caldo nel grande reparto,

che ci seguirà fino a ottobre e oltre,

oggi festa del tuo servo Marco

e giorno di penitenza

per tanto sangue risucchiato

dalla spirale del potere.

 

Sono venuto al lavoro per strade deserte

con qualche bandiera rassegnata

sulle banche e sulle caserme.

Non è giorno di gioia oggi

né per nostro fratello Marco

che scappò dalle brame del sinedrio

lasciando come segno un lenzuolo afflosciato

né per i canti di quei giorni

che adesso accenno con voce triste:

fischia il vento urla la bufera

partigiano portami via…

 

L’abbiamo di nuovo catturato

nostro fratello Marco

e gli abbiamo messo adosso

lenzuoli di porpora

come si addice a un cortigiano;

le nostre gole si sono chiuse

sui canti della liberazione

per paura che a quel richiamo

i morti rispondessero

e riscendessero dalle montagne

affamati ai nostri supermercati,

pidocchiosi per le nostre toilettes di lusso.

Non ci rimane più nulla di quei giorni,

tutto è in ordine

allineato come queste tine

dal ventre gravido di benessere spappolato

da tutti atteso e adorato.

 

Signore, ho le gambe senz’anima

che si piegano come quelle di un cavallo bolso

ma dobbiamo far fruttificare

la terra irrorata da sangue dei giusti

e allinearci in ordine

in memoria di nostro fratello Marco

e dei nostri fratelli morti in questo giorno.

Non si sente fischiare il vento

nei felpati postriboli del potere

né Paolo osa più rifiutare Marco

per non spezzare l’unità della tua chiesa.

I ribelli per amore

non hanno né imprimatur né indulgenze

sulla loro preghiera

e i fazzoletti rossi usi alla bufera

sono custoditi pieghettati

nelle capaci tasche dell’opposizione.

 

Vedi Signore, nel grande reparto

la follia è sempre in agguato

se ancora posso udire

nel torturante vociferare dei motori

il canto d’amore che scende dalle montagne

e vedere nostro fratello Marco

aggirarsi senza lenzuolo

fra il ginepraio delle tine

raccogliendo il canto dell’amore ribelle

in faciem Pauli.

 

Folle davvero io sono

nel vivere oggi saltellando sulle scale

come fossero picchi di montagne

e gettare il lenzuolo

che copre il mio corpo sudato

in pasto alle tarme

che non hanno posto nel tesoro

del Regno dei cieli.

Doppiamente folle o Signore

nello spiegare il mio canto

col fiato che mi rimane di questa lunga giornata

per credere ostinatamente

che nel deserto nasce la primavera

e al di là della notte

il sole s’annuncia.

 

 

25 aprile 1969, 2° turno

 

In: Luisito Bianchi, Sfilacciature di fabbrica. Preghiere all’ossido di titanio 1969-1970, Scuola Tipografica S. Benedetto di Viboldone, 2002, p. 58-60

25 May 2005 - Comments Off - permalink

La missione della Chiesa come madre e maestra dei popoli

di Luisito Bianchi

 

Oggi più che mai, si estende la pretesa di «confinare la Chiesa, cieca e muta, nel ritiro del Santuario» (Pio XII, all. al Concistoro del 20 febbraio 1942). Perché la Chiesa vuole intervenire in questioni che non La riguardano? Perché vuole interessarsi di politica e di economia? Non sono questi i campi che competono esclusivamente all’azione dei partiti, dei sindacati, delle società intermedie e dello Stato?

Tu, lavoratore cristiano, senti spesso questa obiezione, soprattutto ad ogni scadenza elettorale. Nella fabbrica, sui treni, sulle corriere che ti portano, ogni giorno, al tuo lavoro, i tuoi amici ti rivolgono l’obiezione e vogliono da te non tanto una risposta quanto una protesta che si unisca alla loro contro l’ingerenza della Chiesa.

Tu, esternamente, non ti lasci affatto intimidire; sai rispondere; ma spesso la tua risposta è come una difesa dell’operato della Chiesa e per questo non convince, anzi provoca il gusto di un nuovo attacco. È poca accortezza voler difendere la Chiesa. Essa non ne ha bisogno. Ha lo Spirito Santo che La difende. Tu devi difendere l’uomo perché è lo stesso uomo che è oggetto di difesa da parte della Chiesa quando Essa scende sul pino temprale.

Impostando così il problema puoi controllare l’obiezione che prima ti sfuggiva dalle mani come un’anguilla perché era solo affermazione polemica e costringere i tuoi obiettori alla difesa perché li porrai davanti a due precise domande:

1) Ha il diritto la Chiesa di difendere l’uomo?

2) I mezzi ch’Essa propone per questa difesa dell’uomo intiero sono veramente efficaci?

Come vedi, dipende dalle risposte a queste domande determinare la legittimità o meno dell’intervento della Chiesa sul piano temporale.

Cerchiamo assieme di dare una risposta.

 

In: 19 incontri con la Mater et Magistra. Edizioni “L’Avvenire del Lavoro”, A.C.L.I. Cremona, 1962, pp. 13-14.

25 May 2005 - Comments Off - permalink

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