Luisito Bianchi, a proposito di Thomas Merton

Scrive nel suo Diario il 29 dicembre 1957, a 5 anni dal suo interrogativo sul senso dello scrivere in rapporto al vivere, vissuti intensissimamente fra pagine scritte e attività formative fra gli studenti e i novizi del suo monastero: “In un mondo come il nostro, dalla complicata struttura economica, non si pone più la questione se mio fratello sia un cittadino dello stesso mio paese. Dal momento in cui l’economia di un altro stato è dipendente dagli interessi economici del mio, io sono responsabile per quelli che hanno bisogno e che vivono in quello stato. In che consiste questa responsabilità? A che cosa mi obbliga?” (p. 158 s.).

Sono interrogativi che si rivolge come monaco di vita contemplativa, ma ne sa già la risposta che normalmente viene data e che i suoi superiori puntualmente ripeteranno quando negheranno l’autorizzazione, alla fine del 1962, di pubblicare la raccolta degli articoli sulla pace, perfino dopo la Pacem in terris del 15 aprile 1963 che per fortuna, scriverà all’abate generale, non è dovuta passare attraverso “i nostri censori”: compito di un monaco di vita contemplativa è “pregare”, soffrire. È così che si salva la propria identità, che si da ragione della necessità nella vita della chiesa di una parte “contemplativa” che controbilanci il pericolo della dispersione dietro problemi contingenti. Finché dura la distinzione, come può una persona che si sente “responsabile” dell’altro in stato di bisogno scindere in se stesso tale responsabilità, col pericolo non tanto ipotetico di concorrere alla “cooperazione con coloro che sfruttano”?

in Luisito Bianchi, Essere uomo. A proposito del libro di Thomas Merton “La pace nell’era postcristiana”

15 April 2012 - 0 commenti - permalink

A Margherita la Grande

di Luisito Bianchi

Perla preziosa, Donna Margherita,
che ancora inverti in un pugno di polvere
dispersa in resti d’ardenti roveti
il titolo di Donna che fu tuo
per la monastica scelta, lo stesso
di tenerissimo annuncio che corse
veloce sotto i portici di piazza
San Petronio, passato ormai un secolo,
lacrimata carezza sul tuo corpo
di fresca giovinetta ti ricordo,
sposa sorella e madre, Margherita,

e ti canto col Cantico dei Cantici
nella mia carne d’ultima stagione
che ancora di bagliori in tua memoria
s’accende come lampi all’orizzonte
in serate d’agosto a fare festa
non so se al giorno che muore o alla notte
che viene in brividi di fredda luce.

- Luce luce -, e fu l’ultimo tuo soffio
come suggello di splendida Donna;
a me di tua presenza serbi, Amata,
mentre stamane vado al cimitero,
l’antico atteso profumo dei tigli.

Vescovato, 6 giugno 2001
(ore 6,30, l’ultimo verso al cimitero di Levata)

5 February 2012 - 0 commenti - permalink

L’asino, l’uomo, il loro re

Poteva sembrare un’idea bizzarra quella dell’asinella che accompagnò don Luisito dalla chiesa al cimitero di Vescovato. Ma non lo è stata per niente.

Evoca, poi, una delle sue storie pasquali della quale mi piace riportare qui le prime righe.

 t.m.

 

“Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito entrandovi troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: perché fate questo? Rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada; e lo sciolsero.

Evangelo di Marco 11, 2-4

Dal giorno in cui il tabarro di mio nonno mi raccontò la strabiliante storia dell’asino che, dopo aver portato Gesù in trionfo, lo riconobbe suo re davanti a Ponzio Pilato ricevendone la grazia del martirio, mi nacque il desiderio di sapere di più sul conto di quello stupendo animale, perché anche con le bestie deve capitare quanto succede cogli uomini: c’è tutto un lavorìo di generazioni e di generazioni che si trasmettono il loro fagottino di vizi e di virtù, e, tenta in un secolo, tenta in un altro, una virtù comincia a far capolino dal piccolo fagotto, s’esibisce in alcune prove per un paio di generazioni, anche tre, si fortifica ancora durante le generazioni che le sono necessarie, e poi si manifesta in tutta la sua bellezza in chi chiamiamo grande: grande musicista, grande pittore, grande poeta, grande santo, grande eroe o in chi definiamo semplicemente un uomo, senza bisogno d’aggiunte.

Per la Genealogia dell’asino vi rimando a C’era una volta Pasqua al mio paese (Gribaudi, 2006, p. 111 e seguenti).

9 January 2012 - 4 commenti - permalink

Di cuore

Luisito Bianchi su don Primo Mazzolari

«Lo si vuole onorare definendolo un Profeta. È un modo piuttosto sbrigativo per non chiederci che cosa ha lasciato, trasmesso, alla chiesa tutta, e  interrogarci se l’unico modo di onorarlo non sia quello di riprendere la sua passione di evangelizzatore. Non fu un  profeta perché continuamente indicava, come Giovanni il Battista, Colui che aveva realizzato in sé ogni profezia. Chiamandolo profeta si corre il rischio di legittimare il comportamento d’incomprensione nei suoi confronti e di chiudere la questione innalzando il monumento al Profeta che non poteva essere compreso e che, quindi, seguì la sorte d’ogni profeta che non è mai accetto fra i suoi.
Si dice anche che precorse i tempi. Non c’è tema che don Primo abbia trattato e non sia definito un precorrere i tempi, avendo, ad esempio, come punto di riferimento, perfino il Concilio.  Precorse anche il Concilio. Io penso che a interrogarlo allora, quando non si faceva questione né di profezia né di anticipazione dei tempi, don Primo avrebbe risposto  che il tempo era ormai compiuto in Cristo, la pienezza del tempo altro non era che Cristo crocifisso e risorto, che il Padre ci aveva donato come segno del suo amore assoluto per l’uomo.
E allora, che cosa richiederei perché l’avvenimento del 50mo della morte sia l’occasione per accogliere e fare propria, come Chiesa, la sua testimonianza di chiesa? Mi rifaccio ancora alla mia esperienza personale. Non è che in casa mia, trattandosi della scelta che intendevo fare, la cosa fosse pacifica. Mio padre mi diceva che i preti non avevano cuore e che l’unico che lui conosceva veramente di cuore, don Primo, era messo al bando dalla Chiesa a dimostrazione che essa non voleva preti di cuore. Fino all’ultimo – dico alcuni minuti prima che entrassi negli esercizi del suddiaconato – batté per l’ultima volta su quel tasto. Non poteva accettare che suo figlio non potesse avere cuore. Al mio sorriso aggiunse: “Se proprio vuoi fare il prete, fallo giusto”.  Sapevo che cosa intendeva con quell’aggettivo: avere cuore e non cercare soldi, come don Primo.»
Fonte

28 April 2009 - 0 commenti - permalink

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