di Luisito Bianchi

Perla preziosa, Donna Margherita,
che ancora inverti in un pugno di polvere
dispersa in resti d’ardenti roveti
il titolo di Donna che fu tuo
per la monastica scelta, lo stesso
di tenerissimo annuncio che corse
veloce sotto i portici di piazza
San Petronio, passato ormai un secolo,
lacrimata carezza sul tuo corpo
di fresca giovinetta ti ricordo,
sposa sorella e madre, Margherita,
e ti canto col Cantico dei Cantici
nella mia carne d’ultima stagione
che ancora di bagliori in tua memoria
s’accende come lampi all’orizzonte
in serate d’agosto a fare festa
non so se al giorno che muore o alla notte
che viene in brividi di fredda luce.
- Luce luce -, e fu l’ultimo tuo soffio
come suggello di splendida Donna;
a me di tua presenza serbi, Amata,
mentre stamane vado al cimitero,
l’antico atteso profumo dei tigli.
Vescovato, 6 giugno 2001
(ore 6,30, l’ultimo verso al cimitero di Levata)
5 February 2012 - - permalink
Poteva sembrare un’idea bizzarra quella dell’asinella che accompagnò don Luisito dalla chiesa al cimitero di Vescovato. Ma non lo è stata per niente.
Evoca, poi, una delle sue storie pasquali della quale mi piace riportare qui le prime righe.
t.m.
“Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito entrandovi troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: perché fate questo? Rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada; e lo sciolsero.
Evangelo di Marco 11, 2-4
Dal giorno in cui il tabarro di mio nonno mi raccontò la strabiliante storia dell’asino che, dopo aver portato Gesù in trionfo, lo riconobbe suo re davanti a Ponzio Pilato ricevendone la grazia del martirio, mi nacque il desiderio di sapere di più sul conto di quello stupendo animale, perché anche con le bestie deve capitare quanto succede cogli uomini: c’è tutto un lavorìo di generazioni e di generazioni che si trasmettono il loro fagottino di vizi e di virtù, e, tenta in un secolo, tenta in un altro, una virtù comincia a far capolino dal piccolo fagotto, s’esibisce in alcune prove per un paio di generazioni, anche tre, si fortifica ancora durante le generazioni che le sono necessarie, e poi si manifesta in tutta la sua bellezza in chi chiamiamo grande: grande musicista, grande pittore, grande poeta, grande santo, grande eroe o in chi definiamo semplicemente un uomo, senza bisogno d’aggiunte.
Per la Genealogia dell’asino vi rimando a C’era una volta Pasqua al mio paese (Gribaudi, 2006, p. 111 e seguenti).
9 January 2012 - - permalink
Luisito Bianchi su don Primo Mazzolari
«Lo si vuole onorare definendolo un Profeta. È un modo piuttosto sbrigativo per non chiederci che cosa ha lasciato, trasmesso, alla chiesa tutta, e interrogarci se l’unico modo di onorarlo non sia quello di riprendere la sua passione di evangelizzatore. Non fu un profeta perché continuamente indicava, come Giovanni il Battista, Colui che aveva realizzato in sé ogni profezia. Chiamandolo profeta si corre il rischio di legittimare il comportamento d’incomprensione nei suoi confronti e di chiudere la questione innalzando il monumento al Profeta che non poteva essere compreso e che, quindi, seguì la sorte d’ogni profeta che non è mai accetto fra i suoi.
Si dice anche che precorse i tempi. Non c’è tema che don Primo abbia trattato e non sia definito un precorrere i tempi, avendo, ad esempio, come punto di riferimento, perfino il Concilio. Precorse anche il Concilio. Io penso che a interrogarlo allora, quando non si faceva questione né di profezia né di anticipazione dei tempi, don Primo avrebbe risposto che il tempo era ormai compiuto in Cristo, la pienezza del tempo altro non era che Cristo crocifisso e risorto, che il Padre ci aveva donato come segno del suo amore assoluto per l’uomo.
E allora, che cosa richiederei perché l’avvenimento del 50mo della morte sia l’occasione per accogliere e fare propria, come Chiesa, la sua testimonianza di chiesa? Mi rifaccio ancora alla mia esperienza personale. Non è che in casa mia, trattandosi della scelta che intendevo fare, la cosa fosse pacifica. Mio padre mi diceva che i preti non avevano cuore e che l’unico che lui conosceva veramente di cuore, don Primo, era messo al bando dalla Chiesa a dimostrazione che essa non voleva preti di cuore. Fino all’ultimo – dico alcuni minuti prima che entrassi negli esercizi del suddiaconato – batté per l’ultima volta su quel tasto. Non poteva accettare che suo figlio non potesse avere cuore. Al mio sorriso aggiunse: “Se proprio vuoi fare il prete, fallo giusto”. Sapevo che cosa intendeva con quell’aggettivo: avere cuore e non cercare soldi, come don Primo.»
28 April 2009 - - permalink
Rimugino un pensiero da parecchio tempo e dirlo qua, pubblicamente, forse è soltanto come cantare facendo una strada nel buio, per farsi coraggio.
Mi domando se non è da folli parlare a prescindere, facendo finta che non ci sia un mondo che misura i risultati in numeri, in quantità, in immediati effetti.
Mi domando se non è follia quella della formica che punta le spalle a una briciola che non potrà mai spostare, da sola.
Domande retoriche.
Leggo, piuttosto, e le risposte arriveranno; il coraggio, mi auguro, pure.
«D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce.» (Luisito Bianchi)
T.M.

19 febbraio 1968
«Alla mensa, sabato, 17. Non mi ricordo che al sabato non si vende il pane alla mensa. Ho di fronte a me un giovane siciliano, assunto il giorno dopo di me, terremotato. Occhi azzurri, capelli biondi, carnagione rosea: un tipo somatico come se ne incontrano in Sicilia e che richiama la dominazione angioina. Nota che non ho pane. Me ne taglia un pezzo dal suo e me lo dà. Comprendo l’atto di grande generosità. Per lui il pane è la base di tutto, come la pasta. Nel piatto di minestra, infatti, ha messo le tre patate del contorno e una forma di pane. Un gesto che mi penetra dentro. Mi domando se è credente. Ma ha compiuto un gesto cristiano, ha spezzato il pane. Che vale spezzare il Pane nell’assemblea eucaristica se non lo si spezza nella vita? Abbiamo talmente staccato il rapporto con Dio da quello con gli uomini che la Messa è diventata solo un rito, tranquillizzatore di coscienza. Ho con me una mezza arancia. Gliene offro metà. “Parola d’onore, non mi piace”.»
8 febbraio 1969
«È passato ormai un anno di fabbrica. Esattamente il 5, giorno dedicato alla vergine siracusana, smammellata per amore di Cristo, e agli eunuchi della terza categoria, tali propter regnum cœlorum. Mi piace molto questa liturgia che deve essere stata composta da chi non aveva complessi, senza aiuto della psicanalisi, di fronte alla Parola di Dio. Non certo come il traduttore che, di fronte al se castaverunt, è assalito dagli scrupoli che i primi cristiani meditando sui detti e sulla figura di Cristo, non avevano e, piamente e ipocritamente (due avverbi che vanno spesso insieme nella mia razza clericale), parla eufemisticamente di rinunzia al matrimonio. Io non ho rinunciato un corno al matrimonio; eppure, fino ad ora, scelgo la castrazione propter regnum. Sarei un infelice se pensassi al matrimonio e lo vedessi come una rinunzia e non come una conquista quotidiana trasfigurata misteriosamente da chi non può essere ridotto in nessuno schema e in nessun articolo di codice. Mi piace questa liturgia tanto che la celebrai ieri non avendola potuta celebrare il 5. Ho iniziato, dunque, il mio secondo anno di fabbrica, e con uno sciopero per la faccenda delle pensioni. Buon auspicio. L’anno scorso iniziai con un paio di terremotati siciliani; ora con uno sciopero. Se fossi un cabalista o un augure ne trarrei dei pronostici. Mi è sufficiente un po’ di umorismo e pensare, con Paolo, che la notte è del Signore come il giorno è del Signore. Ma sarebbe di pragmatica fare un bilancio consuntivo dato che quello preventivo non mi interessa. Forse che il consuntivo ha più senso? Ho vissuto, ecco tutto. Non è poco vivere, quando non si vede nulla. Mi devo domandare, però, se quest’anno, appartenendo al Signore, non appartenga anche alla Chiesa e se io non abbia un dovere di coscienza di donarlo alla Chiesa anche con segni esterni e non solo fidandomi dei vasi comunicanti che svolgono il loro lavoro all’insaputa di tutti, figurarsi dei ragionieri dello Spirito! Mia sorella monaca mi dice che ho un dovere di dire, di scrivere; che debbo rischiare perché quello che vivo non appartiene solo a me. Altri me lo dicono. La mia incertezza riguarda soprattutto il modo e lo stile della comunicazione. Ma anche i contenuti. Che dire? Se parlo liberamente c’è il rischio di entrare in polemica e di essere frainteso. L’ho già esperimentato a livello di contatti personali, proprio con chi “s’interessa del mondo del lavoro”. Ogni tua affermazione viene presa in un atteggiamento difensivo, forse inconscio. Lo comprendo: se certe mie affermazioni o perplessità venissero accolte, si metterebbero in questione l’azione e l’indirizzo dei miei confratelli, dei vescovi, del papa… E poi vale la pena? Mi sentirei di dire solo questo: fate un anno di fabbrica e poi ne riparleremo. D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce. Ma chi mi assicura che rispondo, in questo modo, ad un’esigenza di fedeltà? Dovrebbe bastare la mia coscienza. Ma devo tenere in considerazione anche l’attuale situazione già confusa per un’esigenza di carità. E allora? Taccio? Ma il rischio vero, quello evangelico, non è la conseguenza del proclamare dai tetti quello che si sussurra nell’orecchio? Dio mio, come sarebbe bello andare a letto e dormire in una stanza calda, e poi dormire e, quando ci si sveglia, dormire ancora.»
16 February 2009 - - permalink