Simon Mago

La prima proposta di vendere per danaro il Dono gratuito dello Spirito fu fatta agli apostoli Simon Pietro e Giovanni dal Mago samaritano Simone (cap. 8 degli Atti degli Apostoli) e venne violentemente ricacciata da Pietro: “Va’ in perdizione, Simone, tu e il tuo danaro”. Allora il Mago, che era già stato battezzato dal diacono Filippo, comprese l’iniquità della sua proposta e supplicò l’intercessione degli apostoli per il perdono di Dio. Su questo orizzonte rappacificato finisce la spericolata avventura di Simon Mago.

Ma apocrifi tardivi di ambiente romano fecero entrare il Simone samaritano in perpetuo contrasto con Pietro fatto romano in una grande sfida che terminò, dopo una sorta di magica ascensione, con lo sfracellamento al suolo dello sfidante.

Eppure, nei 2000 anni di storia della chiesa, la proposta di Simon Mago fu a volte accettata, con la conseguenza che si vendette, palesemente o subdolamente, il Dono gratuitamente ricevuto. È questo il peccato che va sotto il termine di simonia in cui è evidente il riferimento al Simon Mago della leggenda e non a quello della storia degli Atti.

È lecito allora proporre una Nuova Leggenda che veda il Simon Mago impegnato a difendere nella chiesa la trasmissione gratuita del Dono di Dio, in modo che non ci sia più simonia, risultando impossibile ogni riferimento non solo al Simon Mago ma anche, e soprattutto, al Simon Pietro?

Nelle leggende, tutto è possibile.

Ci è parso doveroso presentare “Simon Mago. Azione sacra” di Luisito Bianchi con la quarta di copertina dell’edizione originale (Scuola Tipografica S. Benedetto di Viboldone, S. Giuliano Milanese) curata da don Luisito, nel 2002.

Un ringraziamento Fondo Luisito Bianchi che, attraverso la Fondazione Dominato Leonense, oggi è custode del suo lascito, per aver acconsentito di completare la piccola raccolta di e-book di OraSesta delle opere a loro volta pubblicate “gratuitamente da amici e offerte gratuitamente per amicizia”, a Viboldone.

28 March 2013 - Comments Off - permalink

Luisito Bianchi, a proposito di Thomas Merton

Scrive nel suo Diario il 29 dicembre 1957, a 5 anni dal suo interrogativo sul senso dello scrivere in rapporto al vivere, vissuti intensissimamente fra pagine scritte e attività formative fra gli studenti e i novizi del suo monastero: “In un mondo come il nostro, dalla complicata struttura economica, non si pone più la questione se mio fratello sia un cittadino dello stesso mio paese. Dal momento in cui l’economia di un altro stato è dipendente dagli interessi economici del mio, io sono responsabile per quelli che hanno bisogno e che vivono in quello stato. In che consiste questa responsabilità? A che cosa mi obbliga?” (p. 158 s.).

Sono interrogativi che si rivolge come monaco di vita contemplativa, ma ne sa già la risposta che normalmente viene data e che i suoi superiori puntualmente ripeteranno quando negheranno l’autorizzazione, alla fine del 1962, di pubblicare la raccolta degli articoli sulla pace, perfino dopo la Pacem in terris del 15 aprile 1963 che per fortuna, scriverà all’abate generale, non è dovuta passare attraverso “i nostri censori”: compito di un monaco di vita contemplativa è “pregare”, soffrire. È così che si salva la propria identità, che si da ragione della necessità nella vita della chiesa di una parte “contemplativa” che controbilanci il pericolo della dispersione dietro problemi contingenti. Finché dura la distinzione, come può una persona che si sente “responsabile” dell’altro in stato di bisogno scindere in se stesso tale responsabilità, col pericolo non tanto ipotetico di concorrere alla “cooperazione con coloro che sfruttano”?

in Luisito Bianchi, Essere uomo. A proposito del libro di Thomas Merton “La pace nell’era postcristiana”

15 April 2012 - Comments Off - permalink

A Margherita la Grande

di Luisito Bianchi

Perla preziosa, Donna Margherita,
che ancora inverti in un pugno di polvere
dispersa in resti d’ardenti roveti
il titolo di Donna che fu tuo
per la monastica scelta, lo stesso
di tenerissimo annuncio che corse
veloce sotto i portici di piazza
San Petronio, passato ormai un secolo,
lacrimata carezza sul tuo corpo
di fresca giovinetta ti ricordo,
sposa sorella e madre, Margherita,

e ti canto col Cantico dei Cantici
nella mia carne d’ultima stagione
che ancora di bagliori in tua memoria
s’accende come lampi all’orizzonte
in serate d’agosto a fare festa
non so se al giorno che muore o alla notte
che viene in brividi di fredda luce.

- Luce luce -, e fu l’ultimo tuo soffio
come suggello di splendida Donna;
a me di tua presenza serbi, Amata,
mentre stamane vado al cimitero,
l’antico atteso profumo dei tigli.

Vescovato, 6 giugno 2001
(ore 6,30, l’ultimo verso al cimitero di Levata)

5 February 2012 - Comments Off - permalink

L’asino, l’uomo, il loro re

Poteva sembrare un’idea bizzarra quella dell’asinella che accompagnò don Luisito dalla chiesa al cimitero di Vescovato. Ma non lo è stata per niente.

Evoca, poi, una delle sue storie pasquali della quale mi piace riportare qui le prime righe.

 t.m.

 

“Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito entrandovi troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: perché fate questo? Rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada; e lo sciolsero.

Evangelo di Marco 11, 2-4

Dal giorno in cui il tabarro di mio nonno mi raccontò la strabiliante storia dell’asino che, dopo aver portato Gesù in trionfo, lo riconobbe suo re davanti a Ponzio Pilato ricevendone la grazia del martirio, mi nacque il desiderio di sapere di più sul conto di quello stupendo animale, perché anche con le bestie deve capitare quanto succede cogli uomini: c’è tutto un lavorìo di generazioni e di generazioni che si trasmettono il loro fagottino di vizi e di virtù, e, tenta in un secolo, tenta in un altro, una virtù comincia a far capolino dal piccolo fagotto, s’esibisce in alcune prove per un paio di generazioni, anche tre, si fortifica ancora durante le generazioni che le sono necessarie, e poi si manifesta in tutta la sua bellezza in chi chiamiamo grande: grande musicista, grande pittore, grande poeta, grande santo, grande eroe o in chi definiamo semplicemente un uomo, senza bisogno d’aggiunte.

Per la Genealogia dell’asino vi rimando a C’era una volta Pasqua al mio paese (Gribaudi, 2006, p. 111 e seguenti).

9 January 2012 - 3 commenti - permalink

Di cuore

Luisito Bianchi su don Primo Mazzolari

«Lo si vuole onorare definendolo un Profeta. È un modo piuttosto sbrigativo per non chiederci che cosa ha lasciato, trasmesso, alla chiesa tutta, e  interrogarci se l’unico modo di onorarlo non sia quello di riprendere la sua passione di evangelizzatore. Non fu un  profeta perché continuamente indicava, come Giovanni il Battista, Colui che aveva realizzato in sé ogni profezia. Chiamandolo profeta si corre il rischio di legittimare il comportamento d’incomprensione nei suoi confronti e di chiudere la questione innalzando il monumento al Profeta che non poteva essere compreso e che, quindi, seguì la sorte d’ogni profeta che non è mai accetto fra i suoi.
Si dice anche che precorse i tempi. Non c’è tema che don Primo abbia trattato e non sia definito un precorrere i tempi, avendo, ad esempio, come punto di riferimento, perfino il Concilio.  Precorse anche il Concilio. Io penso che a interrogarlo allora, quando non si faceva questione né di profezia né di anticipazione dei tempi, don Primo avrebbe risposto  che il tempo era ormai compiuto in Cristo, la pienezza del tempo altro non era che Cristo crocifisso e risorto, che il Padre ci aveva donato come segno del suo amore assoluto per l’uomo.
E allora, che cosa richiederei perché l’avvenimento del 50mo della morte sia l’occasione per accogliere e fare propria, come Chiesa, la sua testimonianza di chiesa? Mi rifaccio ancora alla mia esperienza personale. Non è che in casa mia, trattandosi della scelta che intendevo fare, la cosa fosse pacifica. Mio padre mi diceva che i preti non avevano cuore e che l’unico che lui conosceva veramente di cuore, don Primo, era messo al bando dalla Chiesa a dimostrazione che essa non voleva preti di cuore. Fino all’ultimo – dico alcuni minuti prima che entrassi negli esercizi del suddiaconato – batté per l’ultima volta su quel tasto. Non poteva accettare che suo figlio non potesse avere cuore. Al mio sorriso aggiunse: “Se proprio vuoi fare il prete, fallo giusto”.  Sapevo che cosa intendeva con quell’aggettivo: avere cuore e non cercare soldi, come don Primo.»
Fonte

28 April 2009 - Comments Off - permalink

Se parlo, se taccio

Rimugino un pensiero da parecchio tempo e dirlo qua, pubblicamente, forse è soltanto come cantare facendo una strada nel buio, per farsi coraggio.
Mi domando se non è da folli parlare a prescindere, facendo finta che non ci sia un mondo che misura i risultati in numeri, in quantità, in immediati effetti.
Mi domando se non è follia quella della formica che punta le spalle a una briciola che non potrà mai spostare, da sola.
Domande retoriche.
Leggo, piuttosto, e le risposte arriveranno; il coraggio, mi auguro, pure.
«D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce.» (Luisito Bianchi)
T.M.

19 febbraio 1968
«Alla mensa, sabato, 17. Non mi ricordo che al sabato non si vende il pane alla mensa. Ho di fronte a me un giovane siciliano, assunto il giorno dopo di me, terremotato. Occhi azzurri, capelli biondi, carnagione rosea: un tipo somatico come se ne incontrano in Sicilia e che richiama la dominazione angioina. Nota che non ho pane. Me ne taglia un pezzo dal suo e me lo dà. Comprendo l’atto di grande generosità. Per lui il pane è la base di tutto, come la pasta. Nel piatto di minestra, infatti, ha messo le tre patate del contorno e una forma di pane. Un gesto che mi penetra dentro. Mi domando se è credente. Ma ha compiuto un gesto cristiano, ha spezzato il pane. Che vale spezzare il Pane nell’assemblea eucaristica se non lo si spezza nella vita? Abbiamo talmente staccato il rapporto con Dio da quello con gli uomini che la Messa è diventata solo un rito, tranquillizzatore di coscienza. Ho con me una mezza arancia. Gliene offro metà. “Parola d’onore, non mi piace”.»
8 febbraio 1969
«È passato ormai un anno di fabbrica. Esattamente il 5, giorno dedicato alla vergine siracusana, smammellata per amore di Cristo, e agli eunuchi della terza categoria, tali propter regnum cœlorum. Mi piace molto questa liturgia che deve essere stata composta da chi non aveva complessi, senza aiuto della psicanalisi, di fronte alla Parola di Dio. Non certo come il traduttore che, di fronte al se castaverunt, è assalito dagli scrupoli che i primi cristiani meditando sui detti e sulla figura di Cristo, non avevano e, piamente e ipocritamente (due avverbi che vanno spesso insieme nella mia razza clericale), parla eufemisticamente di rinunzia al matrimonio. Io non ho rinunciato un corno al matrimonio; eppure, fino ad ora, scelgo la castrazione propter regnum. Sarei un infelice se pensassi al matrimonio e lo vedessi come una rinunzia e non come una conquista quotidiana trasfigurata misteriosamente da chi non può essere ridotto in nessuno schema e in nessun articolo di codice. Mi piace questa liturgia tanto che la celebrai ieri non avendola potuta celebrare il 5. Ho iniziato, dunque, il mio secondo anno di fabbrica, e con uno sciopero per la faccenda delle pensioni. Buon auspicio. L’anno scorso iniziai con un paio di terremotati siciliani; ora con uno sciopero. Se fossi un cabalista o un augure ne trarrei dei pronostici. Mi è sufficiente un po’ di umorismo e pensare, con Paolo, che la notte è del Signore come il giorno è del Signore. Ma sarebbe di pragmatica fare un bilancio consuntivo dato che quello preventivo non mi interessa. Forse che il consuntivo ha più senso? Ho vissuto, ecco tutto. Non è poco vivere, quando non si vede nulla. Mi devo domandare, però, se quest’anno, appartenendo al Signore, non appartenga anche alla Chiesa e se io non abbia un dovere di coscienza di donarlo alla Chiesa anche con segni esterni e non solo fidandomi dei vasi comunicanti che svolgono il loro lavoro all’insaputa di tutti, figurarsi dei ragionieri dello Spirito! Mia sorella monaca mi dice che ho un dovere di dire, di scrivere; che debbo rischiare perché quello che vivo non appartiene solo a me. Altri me lo dicono. La mia incertezza riguarda soprattutto il modo e lo stile della comunicazione. Ma anche i contenuti. Che dire? Se parlo liberamente c’è il rischio di entrare in polemica e di essere frainteso. L’ho già esperimentato a livello di contatti personali, proprio con chi “s’interessa del mondo del lavoro”. Ogni tua affermazione viene presa in un atteggiamento difensivo, forse inconscio. Lo comprendo: se certe mie affermazioni o perplessità venissero accolte, si metterebbero in questione l’azione e l’indirizzo dei miei confratelli, dei vescovi, del papa… E poi vale la pena? Mi sentirei di dire solo questo: fate un anno di fabbrica e poi ne riparleremo. D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce. Ma chi mi assicura che rispondo, in questo modo, ad un’esigenza di fedeltà? Dovrebbe bastare la mia coscienza. Ma devo tenere in considerazione anche l’attuale situazione già confusa per un’esigenza di carità. E allora? Taccio? Ma il rischio vero, quello evangelico, non è la conseguenza del proclamare dai tetti quello che si sussurra nell’orecchio? Dio mio, come sarebbe bello andare a letto e dormire in una stanza calda, e poi dormire e, quando ci si sveglia, dormire ancora.»
Luisito Bianchi, I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi, 2008

16 February 2009 - Comments Off - permalink

Per amicizia, solo per amicizia

«Nel tanto parlare che si fa oggi del ministero possibile della donna nella chiesa, non è forse di poco conto far notare che le prime ad essere evangelizzate in terra “europea” furono delle donne (fra di loro ci sarà stato qualche uomo? Gli uomini per avere un luogo di preghiera, una sinagoga, dovevano essere almeno una decina). Naturalmente è una donna a presiedere, e a condurre la preghiera; il fatto anche qui singolare è che la responsabile sia Lidia, nemmeno ebrea, ma solo una gentile, credente, che viene dalla città di Tiatira, situata fra Pergamo e Sardi, ed è una commerciante di porpora. Da loro nascerà la prima chiesa “europea” e quell’amicizia per Paolo che porterà l’Apostolo ad accettare solo da quella chiesa il sostentamento nel momento del bisogno [...].
Per chiudere questo abbozzo sul secondo capisaldo a difesa della gratuità del ministero, l’amicizia, per la mediazione in modo particolare di Lidia, possiamo richiamarci il senso dell’amicizia femminile in Gesù, e il dono che egli fece dell’amicizia, nell’ultima cena, quasi come l’ultimo sacramento, un tutt’uno col fare memoria di lui, crocifisso e risorto, con l’eucaristia: “Vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (ib., 13). Forse il silenzio su Lidia potrebbe essere il suo modo, del tutto femminile perché del tutto gratuito, di dare, scomparendo, la propria vita per l’amico Paolo.»
*
Su Viator (e fra breve su OraSesta), una nuova tappa del sentiero di parole di don Luisito Bianchi verso l’Utopia, la gratuità del ministero della Chiesa.

31 December 2008 - Comments Off - permalink

Brina che cade dai rami

Luisito Bianchi
                                      Come faville di brina i miei versi
                                      sull’albero invernale che un frullìo
                                      basta di passero a farne glissanti
                                      note in caduta:
                                                            poi chiazze rimangono
                                      di parole sul bianco foglio in cifre
                                      d’enigmi o gocce di nebbia a marcire
                                      l’ultime foglie fedeli all’estate.

 18 dicembre 1993

 

 

Da bambino, guardando dalla finestra della cucina l’aia deserta per il freddo, con un grande desiderio di neve in agguato sulle ciglia, mi capitava di gridare rivolto al nonno accanto al camino: Nevica, nonno, nevica; ed era invece solo un soffio di galaverna emesso da un passero che si posava sui fili della luce attraversanti l’aia, tutti impiumati di soffice biancore. La galaverna non faceva nemmeno a tempo a posarsi sul cemento dell’aia che era già sciolta, lasciandovi solo qualche macchiolina d’umidità. Ma la delusione, attutita dal riso buono del nonno, non intaccava la gioia di sentire prossima, con quell’annunciazione d’un attimo, la neve. Chissà se i miei versi avranno la stessa sorte della galaverna che vedo ancora cadere dagli alberi davanti alla mia finestra d’oggi, nella sua stagione, ma come attraverso la mia infanzia felice! Sia come sia, all’origine d’ogni mio verso c’è almeno un movimento di gioia, dicessi anche parole di fatica, per la sfida che lancio a me stesso di riuscire a costringere in poche sillabe, ostiche e iniziatiche, immagino, ampie distese di parole, come il pulviscolo di galaverna d’allora conteneva la visione d’un aia di cemento innevata.
Luisito Bianchi, Sulla decima sillaba l’accento, Viboldone, 1995

9 December 2008 - Comments Off - permalink

Povero Cristo

30 giugno 1969

 

Passo tutta la notte interrogandomi sul senso di questa Chiesa. Se sono certo in coscienza che è un grave ostacolo all’evangelizzazione, che debbo fare? Siamo nella stessa situazione in cui scoppiò la Riforma.
I fermenti di rinnovamento sono costantemente bloccati dal centrali­smo monarchico di Roma e si esauriscono nella sterile protesta o nell’abbandono da parte di molti di ogni speranza che si arrivi a qualche cosa. Altri, nel clero, si gettano sullo studio e sfornano opere su opere, traduzioni su traduzioni che rivelano l’insostenibile posizione di que­sta Chiesa di fronte all’Evangelo e producono un fosso ulteriormente profondo fra un piccolissimo gruppo che può accostarsi a queste opere (fra il clero) e la maggioranza che non ha tempo né voglia né altre pos­sibilità di leggerle; mentre la separazione tragica con la massa prende sempre di più la sua reale fisionomia, proprio a causa di queste opere. Che debbo fare? Qual è l’esigenza di fedeltà a Cristo se lo vedo tradito da questa Chiesa? Al termine del turno di lavoro dico a bruciapelo a Castellani: la gente che pensa del Cristo? Lui capisce che la domanda riguardi esclusivamente il suo pensiero: siamo noi, Cristo siamo noi, poveri cristi. Sì, lui avrà fatto qualche cosina in più ma la differenza con noi è molto poca. Insisto: ma la gente, quella che tu conosci, il comune della gente, che ne pensa di Cristo? Non ne sa niente, mi risponde. Né se ne cura di sapere. Ma quale è la ragione? Incalzo. Adesso mi chiedi troppo. Dovrei chiederlo a me stesso e nemmeno io so rispondere per quello che mi riguarda.

 

(Luisito Bianchi: I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi 2008, pp. 483-484)

30 June 2008 - Comments Off - permalink

La crocetta nella piana

di Luisito Bianchi

I

L’arciprete le croci benediva
alla mattina il venticinque aprile;
poi per i campi la gente fluiva
portando la sua croce ed un badile.

La conficcava al centro del frumento
che lattiscente odorava di reste,
e la croce vegliava al crescimento
contro le talpe i ladri e le tempeste.

Eran due rami di salice ambrato
con un ciuffo d’ulivo benedetto;
vegliava ancora sul grano tagliato,

poi la portava un angelo al cospetto
di Dio a prova di pane sudato
in obbedienza all’antico precetto.

II

Quando le nubi del bollore estivo
s’addensavano cupe sulle piane,
zia sull’aia bruciava l’ulivo
l’arciprete suonava le campane.

Io pregavo la croce del frumento
che proteggesse il nonno nel casotto,
poi un fulmine arava il firmamento
e rovesciava grandine di botto.

L’aia echeggiava di tonfi e di tuoni:
«Misericordia – gridava la nonna –
dominazioni, potestà e troni!

Senti come sbatacchia la sua donna
quel demonio! Pietà, santi patroni!
Su, ridi, e di’ un’ave alla Madonna».

III

Nonno rientrava con l’arcobaleno
sull’aia avvolta d’un velo iridato;
portava l’orma di pioggia e di fieno
con lo stupore d’un miracolato.

Gli andavo incontro: «E la croce c’ha fatto»?
Sorrideva: «Ha deviato la saetta
dalla mia testa, giuro, mangio un gatto
se non è vero, è proprio benedetta».

«L’anno che viene, il venticinque aprile
le infilo in cima due rami d’ulivo
– sospiravo compunto – ed in cortile

bruciamo assieme l’incenso votivo».
«E io ti faccio giocare in fienile».
«Merda* al demonio», ridevo giulivo.

* Da bambino educato non dicevo queste parole, nemmeno contro il demonio. «Vaca», invece, era il termine imprecatorio che usavo. Potete cambiare con «vaca al demòni», per dirla in dialetto. Il verso corre ugualmente, e il concetto pure.

IV

Non ci sono più croci nelle piane
coi canti delle quattro rogazioni;
san Marco fa memorie partigiane
e presiede sfibrate processioni.

Ma io vedo nei campi ancora croci
d’uomini e donne uccisi in dignità;
ascolto ancora sui fossi le voci
dei loro canti in lode a libertà.

In fondo non si spezza tradizione:
la croce passa il testimone ai morti
in un’unica lieta rogazione

dei ribelli a san Marco uniti in sòrti
di grazia per donare l’aspersione
di sangue ed acqua nuovi ai campi e agli orti.

Note

I.
La crocetta nella piana. I tuoni erano colpi di zoccolo che il demonio dava alla sua donna durante un litigio; i tocchi del campanone ricordavano al demonio che se lui aveva i suoi cannoni i cristiani avevano le loro campane; il fumo dell’ulivo benedetto bruciato metteva in fuga il demonio coi suoi nuvoloni carichi di tempesta; la crocetta non avrebbe permesso che il demonio facesse un dispetto al lavoro dei cristiani. Superstizioni? Ma no, alla gente premeva il raccolto non il demonio; e se Dio voleva, poteva dare una mano. Se non voleva, c’erano ancora sospiri, imprecazioni e lacrime di riserva, perché questa era la vita in sodalizio coi campi. Anche per chi si sarebbe dovuto accontentare della spigolatura. Il 25 aprile, giorno delle Litanie Maggiori, con solenne processione per i campi, coincise con la festa di san Marco introdotta successivamente. Inutile, cari, che vi ricordi che cosa rappresentarono nella mia crescita di uomo il 25 aprile 1945 e il periodo precedente della Resistenza. Lo sconcio, venuto a galla quasi subito e accumulatosi ogni giorno più con insopportabile protervia, penso abbia una sua radice nell’avere o dimenticato, o irriso, o strumentalizzato quella data di «nuova aspersione».

IV.
Il 25 aprile 1945 stavo entrando nei 18 anni. Allora, si era maggiorenni per la legge solo ai 21 compiuti. E tuttavia proprio quel giorno, in deroga a ogni legge, segnò il mio ingresso nella maggiore età, dando così un sapore nuovo, o rendendomene cosciente, alla mia avventura d’uomo. Per quello che sono, parte del debito è dovuta a quei «ribelli per amore» che ancora oggi, facendone memoria, sostengono e confortano, nella Resistenza su tutti i fronti, a vivere in dignità e libertà.

 

in Luisito Bianchi, Forse un’aia

 

Vedi: Le rogazioni

21 May 2006 - Comments Off - permalink

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