Doreàn

«Un prete in tuta e Reebok e un cane trovatello. Un incontro fortuito e i ricordi di tutta una vita: dall’innocenza dell’infanzia alla maturità della Resistenza, la vocazione, le lotte da prete operaio, l’amore per la gratuità del ministero, il tradimento da parte della Chiesa.A partire dal dono di un paio di scarpe, Luisito – «ribelle per amore», dissidente e contestatore di una Chiesa che nega se stessa per l’ansiosa bramosia d’affermarsi e conservarsi – ci accompagna lungo pagine che scorrono via con la familiarità di un pensiero condiviso.»

Luisito Bianchi, Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la stradal’ancora del mediterraneo (Napoli), 2010

30 March 2010 - Comments Off - permalink

Di cuore

Luisito Bianchi su don Primo Mazzolari

«Lo si vuole onorare definendolo un Profeta. È un modo piuttosto sbrigativo per non chiederci che cosa ha lasciato, trasmesso, alla chiesa tutta, e  interrogarci se l’unico modo di onorarlo non sia quello di riprendere la sua passione di evangelizzatore. Non fu un  profeta perché continuamente indicava, come Giovanni il Battista, Colui che aveva realizzato in sé ogni profezia. Chiamandolo profeta si corre il rischio di legittimare il comportamento d’incomprensione nei suoi confronti e di chiudere la questione innalzando il monumento al Profeta che non poteva essere compreso e che, quindi, seguì la sorte d’ogni profeta che non è mai accetto fra i suoi.
Si dice anche che precorse i tempi. Non c’è tema che don Primo abbia trattato e non sia definito un precorrere i tempi, avendo, ad esempio, come punto di riferimento, perfino il Concilio.  Precorse anche il Concilio. Io penso che a interrogarlo allora, quando non si faceva questione né di profezia né di anticipazione dei tempi, don Primo avrebbe risposto  che il tempo era ormai compiuto in Cristo, la pienezza del tempo altro non era che Cristo crocifisso e risorto, che il Padre ci aveva donato come segno del suo amore assoluto per l’uomo.
E allora, che cosa richiederei perché l’avvenimento del 50mo della morte sia l’occasione per accogliere e fare propria, come Chiesa, la sua testimonianza di chiesa? Mi rifaccio ancora alla mia esperienza personale. Non è che in casa mia, trattandosi della scelta che intendevo fare, la cosa fosse pacifica. Mio padre mi diceva che i preti non avevano cuore e che l’unico che lui conosceva veramente di cuore, don Primo, era messo al bando dalla Chiesa a dimostrazione che essa non voleva preti di cuore. Fino all’ultimo – dico alcuni minuti prima che entrassi negli esercizi del suddiaconato – batté per l’ultima volta su quel tasto. Non poteva accettare che suo figlio non potesse avere cuore. Al mio sorriso aggiunse: “Se proprio vuoi fare il prete, fallo giusto”.  Sapevo che cosa intendeva con quell’aggettivo: avere cuore e non cercare soldi, come don Primo.»
Fonte

28 April 2009 - Comments Off - permalink

La Donna

Le nostre madri, Eva, Maria di Magdala e la staffetta partigiana
«La Donna» nella visione dell’Uomo, per giunta prete, Luisito Bianchi

 «Ed ecco qui, un altro uomo che vuol parlare di donna, e per giunta scapolo, e per sopraggiunta prete.» Ma benedette sono le parole che sgorgano da una fonte di puro interesse. Le frasi fatte con il cemento degli interessi le sappiamo già a memoria.

Don Luisito Bianchi ha tratteggiato splendide figure femminili nel suo romanzo La messa dell’uomo disarmato. Ha evocato mani di donne con il mestolo nella polenta sopra il fuoco o nell’acqua bollente del bucato. Mani forti e delicate a curare ferite di soldati, mani callose dal tocco lieve, mani consumate, mani resistenti… Mani di donne, occhi di donne, in un romanzo sulla Resistenza e sulla liturgia della vita e della terra.

La Donna, nella visione di un sacerdote sarà una “visione di donna”? La Donna, nelle parole di un poeta è pura metafora?

«Vogliamo sapere che pensa Gesù della donna? Ecco una donna [Maria di Magdala]: è l’unica persona cui Gesù appare ancora prima di salire al cielo. Che vorrà dire con questo? Che ha voluto subito provare la gioia di parlare con Maria, solo un saluto, non di più, perché ha fretta di presentarsi al padre? Un breve istante, certo, ma che vale un’eternità. E adesso, Maria, corri, corri ad annunciare che salgo al Padre mio e vostro, al Dio mio e vostro. Corri, annunciatrice, apostola della risurrezione. Corri, staffetta partigiana, a dare l’annuncio della Liberazione…» Così Luisito Bianchi scriveva in un articolo per la rivista Dialogo. [...]

La campanella suona tre volte: è nata una Donna.
M.T.

8 March 2009 - Comments Off - permalink

Se parlo, se taccio

Rimugino un pensiero da parecchio tempo e dirlo qua, pubblicamente, forse è soltanto come cantare facendo una strada nel buio, per farsi coraggio.
Mi domando se non è da folli parlare a prescindere, facendo finta che non ci sia un mondo che misura i risultati in numeri, in quantità, in immediati effetti.
Mi domando se non è follia quella della formica che punta le spalle a una briciola che non potrà mai spostare, da sola.
Domande retoriche.
Leggo, piuttosto, e le risposte arriveranno; il coraggio, mi auguro, pure.
«D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce.» (Luisito Bianchi)
T.M.

19 febbraio 1968
«Alla mensa, sabato, 17. Non mi ricordo che al sabato non si vende il pane alla mensa. Ho di fronte a me un giovane siciliano, assunto il giorno dopo di me, terremotato. Occhi azzurri, capelli biondi, carnagione rosea: un tipo somatico come se ne incontrano in Sicilia e che richiama la dominazione angioina. Nota che non ho pane. Me ne taglia un pezzo dal suo e me lo dà. Comprendo l’atto di grande generosità. Per lui il pane è la base di tutto, come la pasta. Nel piatto di minestra, infatti, ha messo le tre patate del contorno e una forma di pane. Un gesto che mi penetra dentro. Mi domando se è credente. Ma ha compiuto un gesto cristiano, ha spezzato il pane. Che vale spezzare il Pane nell’assemblea eucaristica se non lo si spezza nella vita? Abbiamo talmente staccato il rapporto con Dio da quello con gli uomini che la Messa è diventata solo un rito, tranquillizzatore di coscienza. Ho con me una mezza arancia. Gliene offro metà. “Parola d’onore, non mi piace”.»
8 febbraio 1969
«È passato ormai un anno di fabbrica. Esattamente il 5, giorno dedicato alla vergine siracusana, smammellata per amore di Cristo, e agli eunuchi della terza categoria, tali propter regnum cœlorum. Mi piace molto questa liturgia che deve essere stata composta da chi non aveva complessi, senza aiuto della psicanalisi, di fronte alla Parola di Dio. Non certo come il traduttore che, di fronte al se castaverunt, è assalito dagli scrupoli che i primi cristiani meditando sui detti e sulla figura di Cristo, non avevano e, piamente e ipocritamente (due avverbi che vanno spesso insieme nella mia razza clericale), parla eufemisticamente di rinunzia al matrimonio. Io non ho rinunciato un corno al matrimonio; eppure, fino ad ora, scelgo la castrazione propter regnum. Sarei un infelice se pensassi al matrimonio e lo vedessi come una rinunzia e non come una conquista quotidiana trasfigurata misteriosamente da chi non può essere ridotto in nessuno schema e in nessun articolo di codice. Mi piace questa liturgia tanto che la celebrai ieri non avendola potuta celebrare il 5. Ho iniziato, dunque, il mio secondo anno di fabbrica, e con uno sciopero per la faccenda delle pensioni. Buon auspicio. L’anno scorso iniziai con un paio di terremotati siciliani; ora con uno sciopero. Se fossi un cabalista o un augure ne trarrei dei pronostici. Mi è sufficiente un po’ di umorismo e pensare, con Paolo, che la notte è del Signore come il giorno è del Signore. Ma sarebbe di pragmatica fare un bilancio consuntivo dato che quello preventivo non mi interessa. Forse che il consuntivo ha più senso? Ho vissuto, ecco tutto. Non è poco vivere, quando non si vede nulla. Mi devo domandare, però, se quest’anno, appartenendo al Signore, non appartenga anche alla Chiesa e se io non abbia un dovere di coscienza di donarlo alla Chiesa anche con segni esterni e non solo fidandomi dei vasi comunicanti che svolgono il loro lavoro all’insaputa di tutti, figurarsi dei ragionieri dello Spirito! Mia sorella monaca mi dice che ho un dovere di dire, di scrivere; che debbo rischiare perché quello che vivo non appartiene solo a me. Altri me lo dicono. La mia incertezza riguarda soprattutto il modo e lo stile della comunicazione. Ma anche i contenuti. Che dire? Se parlo liberamente c’è il rischio di entrare in polemica e di essere frainteso. L’ho già esperimentato a livello di contatti personali, proprio con chi “s’interessa del mondo del lavoro”. Ogni tua affermazione viene presa in un atteggiamento difensivo, forse inconscio. Lo comprendo: se certe mie affermazioni o perplessità venissero accolte, si metterebbero in questione l’azione e l’indirizzo dei miei confratelli, dei vescovi, del papa… E poi vale la pena? Mi sentirei di dire solo questo: fate un anno di fabbrica e poi ne riparleremo. D’altra parte ci sta anche il dovere di comunicare quello che si è ricevuto, senza pensare al risultato. Ricevuto gratuitamente il dono, bisogna spartirlo gratuitamente. Il gratuito è sempre segnato dalla Croce. Ma chi mi assicura che rispondo, in questo modo, ad un’esigenza di fedeltà? Dovrebbe bastare la mia coscienza. Ma devo tenere in considerazione anche l’attuale situazione già confusa per un’esigenza di carità. E allora? Taccio? Ma il rischio vero, quello evangelico, non è la conseguenza del proclamare dai tetti quello che si sussurra nell’orecchio? Dio mio, come sarebbe bello andare a letto e dormire in una stanza calda, e poi dormire e, quando ci si sveglia, dormire ancora.»
Luisito Bianchi, I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi, 2008

16 February 2009 - Comments Off - permalink

Per amicizia, solo per amicizia

«Nel tanto parlare che si fa oggi del ministero possibile della donna nella chiesa, non è forse di poco conto far notare che le prime ad essere evangelizzate in terra “europea” furono delle donne (fra di loro ci sarà stato qualche uomo? Gli uomini per avere un luogo di preghiera, una sinagoga, dovevano essere almeno una decina). Naturalmente è una donna a presiedere, e a condurre la preghiera; il fatto anche qui singolare è che la responsabile sia Lidia, nemmeno ebrea, ma solo una gentile, credente, che viene dalla città di Tiatira, situata fra Pergamo e Sardi, ed è una commerciante di porpora. Da loro nascerà la prima chiesa “europea” e quell’amicizia per Paolo che porterà l’Apostolo ad accettare solo da quella chiesa il sostentamento nel momento del bisogno [...].
Per chiudere questo abbozzo sul secondo capisaldo a difesa della gratuità del ministero, l’amicizia, per la mediazione in modo particolare di Lidia, possiamo richiamarci il senso dell’amicizia femminile in Gesù, e il dono che egli fece dell’amicizia, nell’ultima cena, quasi come l’ultimo sacramento, un tutt’uno col fare memoria di lui, crocifisso e risorto, con l’eucaristia: “Vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (ib., 13). Forse il silenzio su Lidia potrebbe essere il suo modo, del tutto femminile perché del tutto gratuito, di dare, scomparendo, la propria vita per l’amico Paolo.»
*
Su Viator (e fra breve su OraSesta), una nuova tappa del sentiero di parole di don Luisito Bianchi verso l’Utopia, la gratuità del ministero della Chiesa.

31 December 2008 - Comments Off - permalink

Brina che cade dai rami

Luisito Bianchi
                                      Come faville di brina i miei versi
                                      sull’albero invernale che un frullìo
                                      basta di passero a farne glissanti
                                      note in caduta:
                                                            poi chiazze rimangono
                                      di parole sul bianco foglio in cifre
                                      d’enigmi o gocce di nebbia a marcire
                                      l’ultime foglie fedeli all’estate.

 18 dicembre 1993

 

 

Da bambino, guardando dalla finestra della cucina l’aia deserta per il freddo, con un grande desiderio di neve in agguato sulle ciglia, mi capitava di gridare rivolto al nonno accanto al camino: Nevica, nonno, nevica; ed era invece solo un soffio di galaverna emesso da un passero che si posava sui fili della luce attraversanti l’aia, tutti impiumati di soffice biancore. La galaverna non faceva nemmeno a tempo a posarsi sul cemento dell’aia che era già sciolta, lasciandovi solo qualche macchiolina d’umidità. Ma la delusione, attutita dal riso buono del nonno, non intaccava la gioia di sentire prossima, con quell’annunciazione d’un attimo, la neve. Chissà se i miei versi avranno la stessa sorte della galaverna che vedo ancora cadere dagli alberi davanti alla mia finestra d’oggi, nella sua stagione, ma come attraverso la mia infanzia felice! Sia come sia, all’origine d’ogni mio verso c’è almeno un movimento di gioia, dicessi anche parole di fatica, per la sfida che lancio a me stesso di riuscire a costringere in poche sillabe, ostiche e iniziatiche, immagino, ampie distese di parole, come il pulviscolo di galaverna d’allora conteneva la visione d’un aia di cemento innevata.
Luisito Bianchi, Sulla decima sillaba l’accento, Viboldone, 1995

9 December 2008 - Comments Off - permalink

Un fatto di credibilità

«”Questi giovani”…  Di analisi storiche se ne possono fare, se ne possono aggiungere altre sociologiche. Ma non hanno chiesto loro di venire al mondo in quest’epoca, in quest’epoca in cui c’è la risorgenza del nazismo, del fascismo, di tutte le dittature che sembravano già ormai condannate dalla storia stessa. Non hanno chiesto loro! Sono entrati in un mondo che abbiamo noi lasciato, una generazione che dal ‘45 ha potuto vivere questo affievolimento… diciamo pure la parola proibita: degli ideali, delle utopie per un mondo unificato, per un mondo fraterno, solidale, mondo dove i poveri avrebbero avuto la possibilità, la dignità di essere considerati uomini alla stessa stregua di tutti. Abbiamo vissuto, lentamente, con lo scorrere del tempo, questo ritorno dello sfruttamento dell’uomo al servizio dell’uomo. E siamo arrivati ad una condizione in cui i giovani… cosa hanno trovato? Hanno trovato quello che le generazioni precedenti hanno lasciato.
Quindi non è che consideri il problema dei giovani come qualcosa a se stante. I giovani si inseriscono in una tradizione. Quello che si lascia, loro raccolgono. E naturalmente se c’è una divisione di dentro – come in ogni uomo c’è questa divisione – possono raccogliere una parte e lasciare un’altra.
Insomma, è che bisogna lasciare questi valori con credibilità. In modo che chi prende, dica: per lo meno ci credeva chi mi ha lasciato questo. E la credibilità è nel fare. Non è nel parlare. Nel fare, fare sì che la Parola diventi carne. La preoccupazione per i giovani credo che sia normale per le persone anziane. Ma guai se dovesse diventare l’assillo dell’anziano perché i giovani diventino come lui. I giovani devono fare la loro corsa, prendendo il testimone delle generazioni che hanno vissuto questo. È inutile dunque che chieda ai giovani qualcosa che io non posso dare o non do o non voglio dare. Si danno modelli di comportamento, scelgono loro. Insomma, è un fatto di credibilità di quello che si lascia.»

 

(da un’intervista con Luisito Bianchi in occasione del 25 aprile 2005)


19 October 2008 - Comments Off - permalink

I miei amici

 

Dopo la “Messa, dell’uomo disarmato”, uno dei testi più ricchi ed ispirati del Novecento, Luisito Bianchi ci regala un altro capolavoro. Ne “I miei amici” l’Autore ci offre la quotidianità della sua esperienza di tre anni di operaio alla Montecatini di Spinetta Marengo, dal 1968 al 1970, in applicazione al suo principio di “trovare sostentamento nel lavoro per essere gratuiti nel ministero”.

Il lettore apprezzerà la passione verso l’uomo, l’amore per una Chiesa che si vorrebbe diversa, i dubbi nei confronti dell’imperscrutabilità del mistero. Giorno dopo giorno, nota dopo nota, non si riesce più a fare a meno di essere coinvolti nelle emozioni e nelle situazioni che sbocciano fra i reparti dell’azienda, in un copione che sembra uscito dalla vis creatrice di Eduardo.

Il triennio descritto è certamente tra i più importanti del dopoguerra: per questo il diario intimo dell’autore diventa presto un prezioso scrigno di conoscenza dove la storia si intreccia con la Storia. Su tutto e tutti Chiesa e Fabbrica, i due palcoscenici di riferimento dove la vita trova il suo senso e dove si alternano speranze e delusioni, allegria e tristezza. Un “giornale dell’anima”, scritto con cuore immenso ed eccelsa penna.

(D.G.)

 

In: Viator, n. 7-8/2008 luglio-agosto

30 August 2008 - Comments Off - permalink

Povero Cristo

30 giugno 1969

 

Passo tutta la notte interrogandomi sul senso di questa Chiesa. Se sono certo in coscienza che è un grave ostacolo all’evangelizzazione, che debbo fare? Siamo nella stessa situazione in cui scoppiò la Riforma.
I fermenti di rinnovamento sono costantemente bloccati dal centrali­smo monarchico di Roma e si esauriscono nella sterile protesta o nell’abbandono da parte di molti di ogni speranza che si arrivi a qualche cosa. Altri, nel clero, si gettano sullo studio e sfornano opere su opere, traduzioni su traduzioni che rivelano l’insostenibile posizione di que­sta Chiesa di fronte all’Evangelo e producono un fosso ulteriormente profondo fra un piccolissimo gruppo che può accostarsi a queste opere (fra il clero) e la maggioranza che non ha tempo né voglia né altre pos­sibilità di leggerle; mentre la separazione tragica con la massa prende sempre di più la sua reale fisionomia, proprio a causa di queste opere. Che debbo fare? Qual è l’esigenza di fedeltà a Cristo se lo vedo tradito da questa Chiesa? Al termine del turno di lavoro dico a bruciapelo a Castellani: la gente che pensa del Cristo? Lui capisce che la domanda riguardi esclusivamente il suo pensiero: siamo noi, Cristo siamo noi, poveri cristi. Sì, lui avrà fatto qualche cosina in più ma la differenza con noi è molto poca. Insisto: ma la gente, quella che tu conosci, il comune della gente, che ne pensa di Cristo? Non ne sa niente, mi risponde. Né se ne cura di sapere. Ma quale è la ragione? Incalzo. Adesso mi chiedi troppo. Dovrei chiederlo a me stesso e nemmeno io so rispondere per quello che mi riguarda.

 

(Luisito Bianchi: I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi 2008, pp. 483-484)

30 June 2008 - Comments Off - permalink

Il Mago

«Nel catalogo, incompleto o sovrabbondante che sia, dei peccati, ce n’è uno che, dal medioevo, s’è fissato col nome di simonia. Come capita con qualche altro peccato – sodomia, onanismo – questo trae il suo nome comu­ne da un nome proprio che appare nelle divine Scritture; ma, unico, ha la particolarità di significare una colpa che il trasmet­titore del nome non ha commesso e, anche nel caso che l’avesse consumata, di racchiudere aspetti che nulla hanno a che vedere col nome proprio: nel nostro caso quello di Simon Mago. Poiché è a costui che si fa continuamente rimando col nome co­mune di simonia. Un’ingiustizia patente verso questo personag­gio che appare al capitolo VIII degli Atti degli Apostoli. […]
La divina Scrittura a Simon Mago fece intravedere pace al termine della sua spericolata avventura, ma la fantasia di apocrifi libri arri­vò a metterlo in perpetuo contrasto con l’altro Simone, Simon Pietro, che, in certi suoi successori, più giustamente avrebbe dovuto da­re nome al peccato di simonia, poiché col vendere che si consuma il delitto di barattare il Dono gratuito di Dio contro potere e denaro del principe di questo mondo. E fa baratto chi ha ricevuto gratuitamente il Dono e lo vende, non chi fa richie­sta di comperarlo.
Non importa che il baratto vada sotto altri nomi. Anche il solo pensiero di ricevere il sostentamento a compenso dell’evangelica predicazione faceva inorridire san Paolo. La gratuità dell’Annuncio, raggiunta col lavoro delle proprie mani, era per lui un onore più prezioso della sua stessa vita.
Perché non cercare un’altra leggenda che rappacifichi i due Simoni in una lotta comune contro quel peccato che non dovrebbe più chiamarsi “simonia”, ma infedeltà: infedeltà alla Tradizione di gratuità inaugurata da Simon Pietro dietro provocazione di Simon Mago?
Una nuova leggenda: la nuova leggenda di Simon Mago e del suo aiuto di resistenza alla tentazione del baratto.»
Questa leggenda esiste: è il «Simon Mago» di Luisito Bianchi. Una “azione sacra” in versi, per dire di quella infedeltà alla consegna di Cristo: «gratuitamente avete avuto, gratuitamente date».
Quel centinaio di pagine di dialoghi – lunghi monologhi – in versi non si presta facilmente ad una vita “teatrale”, ne è impegnativa anche la lettura.
Fabio Turchetti, con ammirevole tenacia, ha voluto tentare “l’inimmaginabile”. Ha creato un testo musicale dialogante con i versi (e le pagine introduttive utilizzate come testo “a sostituzione” delle parti necessariamente tagliate). Ha voluto mantenere anche l’idea della danza – allegorica presenza tentatrice – della simonia. Ha coinvolto (in tutti i sensi) un attore, Beppe Arena. Infine, questa “lettura scenica” ha trovato spazio nella cornice di Cremonapoesia 2008.

 Fabio Turchetti – Beppe Arena – Valeria Bonaldi - Cremona, 8 giugno 2008

 *

«Se mia vita è prezzo
di non venale acquisto,
accettala quale pallido
raggio rarefatto
della tua luce gratuita
dolce figlio di Maria
e fammi degno
di sedere a mensa
dei santi martiri
di questa terra
che ha nome
Resistenza.»

 

8 June 2008 - Comments Off - permalink

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