Un fatto di credibilità

«”Questi giovani”…  Di analisi storiche se ne possono fare, se ne possono aggiungere altre sociologiche. Ma non hanno chiesto loro di venire al mondo in quest’epoca, in quest’epoca in cui c’è la risorgenza del nazismo, del fascismo, di tutte le dittature che sembravano già ormai condannate dalla storia stessa. Non hanno chiesto loro! Sono entrati in un mondo che abbiamo noi lasciato, una generazione che dal ‘45 ha potuto vivere questo affievolimento… diciamo pure la parola proibita: degli ideali, delle utopie per un mondo unificato, per un mondo fraterno, solidale, mondo dove i poveri avrebbero avuto la possibilità, la dignità di essere considerati uomini alla stessa stregua di tutti. Abbiamo vissuto, lentamente, con lo scorrere del tempo, questo ritorno dello sfruttamento dell’uomo al servizio dell’uomo. E siamo arrivati ad una condizione in cui i giovani… cosa hanno trovato? Hanno trovato quello che le generazioni precedenti hanno lasciato.
Quindi non è che consideri il problema dei giovani come qualcosa a se stante. I giovani si inseriscono in una tradizione. Quello che si lascia, loro raccolgono. E naturalmente se c’è una divisione di dentro – come in ogni uomo c’è questa divisione – possono raccogliere una parte e lasciare un’altra.
Insomma, è che bisogna lasciare questi valori con credibilità. In modo che chi prende, dica: per lo meno ci credeva chi mi ha lasciato questo. E la credibilità è nel fare. Non è nel parlare. Nel fare, fare sì che la Parola diventi carne. La preoccupazione per i giovani credo che sia normale per le persone anziane. Ma guai se dovesse diventare l’assillo dell’anziano perché i giovani diventino come lui. I giovani devono fare la loro corsa, prendendo il testimone delle generazioni che hanno vissuto questo. È inutile dunque che chieda ai giovani qualcosa che io non posso dare o non do o non voglio dare. Si danno modelli di comportamento, scelgono loro. Insomma, è un fatto di credibilità di quello che si lascia.»

 

(da un’intervista con Luisito Bianchi in occasione del 25 aprile 2005)


19 October 2008 - Comments Off - permalink

I miei amici

 

Dopo la “Messa, dell’uomo disarmato”, uno dei testi più ricchi ed ispirati del Novecento, Luisito Bianchi ci regala un altro capolavoro. Ne “I miei amici” l’Autore ci offre la quotidianità della sua esperienza di tre anni di operaio alla Montecatini di Spinetta Marengo, dal 1968 al 1970, in applicazione al suo principio di “trovare sostentamento nel lavoro per essere gratuiti nel ministero”.

Il lettore apprezzerà la passione verso l’uomo, l’amore per una Chiesa che si vorrebbe diversa, i dubbi nei confronti dell’imperscrutabilità del mistero. Giorno dopo giorno, nota dopo nota, non si riesce più a fare a meno di essere coinvolti nelle emozioni e nelle situazioni che sbocciano fra i reparti dell’azienda, in un copione che sembra uscito dalla vis creatrice di Eduardo.

Il triennio descritto è certamente tra i più importanti del dopoguerra: per questo il diario intimo dell’autore diventa presto un prezioso scrigno di conoscenza dove la storia si intreccia con la Storia. Su tutto e tutti Chiesa e Fabbrica, i due palcoscenici di riferimento dove la vita trova il suo senso e dove si alternano speranze e delusioni, allegria e tristezza. Un “giornale dell’anima”, scritto con cuore immenso ed eccelsa penna.

(D.G.)

 

In: Viator, n. 7-8/2008 luglio-agosto

30 August 2008 - Comments Off - permalink

Il Mago

«Nel catalogo, incompleto o sovrabbondante che sia, dei peccati, ce n’è uno che, dal medioevo, s’è fissato col nome di simonia. Come capita con qualche altro peccato – sodomia, onanismo – questo trae il suo nome comu­ne da un nome proprio che appare nelle divine Scritture; ma, unico, ha la particolarità di significare una colpa che il trasmet­titore del nome non ha commesso e, anche nel caso che l’avesse consumata, di racchiudere aspetti che nulla hanno a che vedere col nome proprio: nel nostro caso quello di Simon Mago. Poiché è a costui che si fa continuamente rimando col nome co­mune di simonia. Un’ingiustizia patente verso questo personag­gio che appare al capitolo VIII degli Atti degli Apostoli. […]
La divina Scrittura a Simon Mago fece intravedere pace al termine della sua spericolata avventura, ma la fantasia di apocrifi libri arri­vò a metterlo in perpetuo contrasto con l’altro Simone, Simon Pietro, che, in certi suoi successori, più giustamente avrebbe dovuto da­re nome al peccato di simonia, poiché col vendere che si consuma il delitto di barattare il Dono gratuito di Dio contro potere e denaro del principe di questo mondo. E fa baratto chi ha ricevuto gratuitamente il Dono e lo vende, non chi fa richie­sta di comperarlo.
Non importa che il baratto vada sotto altri nomi. Anche il solo pensiero di ricevere il sostentamento a compenso dell’evangelica predicazione faceva inorridire san Paolo. La gratuità dell’Annuncio, raggiunta col lavoro delle proprie mani, era per lui un onore più prezioso della sua stessa vita.
Perché non cercare un’altra leggenda che rappacifichi i due Simoni in una lotta comune contro quel peccato che non dovrebbe più chiamarsi “simonia”, ma infedeltà: infedeltà alla Tradizione di gratuità inaugurata da Simon Pietro dietro provocazione di Simon Mago?
Una nuova leggenda: la nuova leggenda di Simon Mago e del suo aiuto di resistenza alla tentazione del baratto.»
Questa leggenda esiste: è il «Simon Mago» di Luisito Bianchi. Una “azione sacra” in versi, per dire di quella infedeltà alla consegna di Cristo: «gratuitamente avete avuto, gratuitamente date».
Quel centinaio di pagine di dialoghi – lunghi monologhi – in versi non si presta facilmente ad una vita “teatrale”, ne è impegnativa anche la lettura.
Fabio Turchetti, con ammirevole tenacia, ha voluto tentare “l’inimmaginabile”. Ha creato un testo musicale dialogante con i versi (e le pagine introduttive utilizzate come testo “a sostituzione” delle parti necessariamente tagliate). Ha voluto mantenere anche l’idea della danza – allegorica presenza tentatrice – della simonia. Ha coinvolto (in tutti i sensi) un attore, Beppe Arena. Infine, questa “lettura scenica” ha trovato spazio nella cornice di Cremonapoesia 2008.

 Fabio Turchetti – Beppe Arena – Valeria Bonaldi - Cremona, 8 giugno 2008

 *

«Se mia vita è prezzo
di non venale acquisto,
accettala quale pallido
raggio rarefatto
della tua luce gratuita
dolce figlio di Maria
e fammi degno
di sedere a mensa
dei santi martiri
di questa terra
che ha nome
Resistenza.»

 

8 June 2008 - Comments Off - permalink

«È canto Resistenza, filistei»

12 poesie di Luisito Bianchi

21 April 2008 - Comments Off - permalink

La guerra, l’amore

di Claudio Toscani

 

“…raccontando a me stesso – si legge verso la fine – quello che fu (…), che se tutti questi fogli fossero stati un colpo di vanga ciascuno, avrei un raccolto da saziare per sempre la mia fame.”

 

Da Vescovato a Viboldone, luogo di nascita il primo, di rinascita il secondo, oggi come oggi la distanza è breve. Lungo è stato il passo da figlio di contadini e rinunciatario novizio, a cappellano di uno dei più noti monasteri d’Italia. Lungo, metaforicamente, come le quasi novecento pagine di questo libro, in cui ci sono decenni di vita propria ma soprattutto di vicissitudini storiche, tra sacrifici laici e dedizioni religiose, tra sangue degli uomini e sangue di Cristo.

Don Luisito Bianchi ha scritto un romanzo sulla Resistenza vista con gli occhi della cristiana pietà, un evento che mancava nella vicenda letteraria nazionale e che, apparso in edizione autoprodotta tra il 1989 e il 1995, vede oggi nuovamente la luce in grado di essere distribuito ovunque.

È la primavera del ’40 e il protagonista  Franco, sulla via di diventare monaco benedettino, se ne torna dai suoi, nella campagna cremonese, alla cascina Campanella. Il fascismo ha condiviso l’iniziativa bellica dell’alleato nazista, tant’è che Piero, il fratello, sarà in Grecia a buscarsi un congelamento, mentre altri giovani del paese partono per la campagna di Russia. La svolta  storica avviene l’8 settembre di tre anni dopo: è la scelta tra libertà e schiavitù, tra dignità e servilismo, tra bene e male, insomma, checché ne dicano i revisionisti d’oggi. Sullo sfondo “liturgico” delle stagioni della terra, tra semine, raccolti, vendemmie e sagre, si innestano i riti cruenti degli uomini in lotta, e in lotta fratricida. La guerra, scoppiata “…quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia…”, anziché finire nel pieno della mietitura, minaccia una nuova semina di sangue. Non si tratta qui di ripercorrere tappe sin troppo note di una vicenda bellico-resistenziale che ci afflisse per anni ancora a guerra che sembrava finita: armistizio, confusione, occupazione nazista, Repubblica Sociale, clandestinità, rastrellamenti, azioni, spedizioni, agguati.

E neanche si tratta, al limite, di seguire pagina dopo pagina, l’avventura dell’io narrante e del fratello Piero, dei vari Rondine o Stalino, di Sbrinz o Raglio o Balilla o Lupo, del “professore” che decederà in un lager, del monaco dom Benedetto (che segue i partigiani e morirà con loro) o di dom Luca (autore di un diario che è fra le più alte testimonianze, e non certo solo letterarie, di quella storia). Seguendo la tripartizione dell’ingente racconto (“Il gemito della Parola”, “Il silenzio della Parola”, “Lo svelamento della Parola”), siamo piuttosto chiamati alla singolarità di questo libro: quell’inatteso sigillo di sacralità impresso, nonostante tutto, a un contesto di belluina manifestazione del male; quell’ineffabile effondersi dell’Amore (maiuscolo in quanto divino, ma non di meno umano) che filtra, permea, intride di sé personaggi e paesaggi, gesti e dialoghi e pensieri.

E siamo pure attratti, foglio dopo foglio, a un lavoro che molto assomiglia ai colpi di vanga che giorno dopo giorno il contadino dà alla terra da dissodare. Come ha fatto don Luisito.

 

In CremonaProduce,  6/2003, p. 85

Si ringrazia l’Editore per la collaborazione.

25 June 2005 - Comments Off - permalink

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