di Luisito Bianchi
nel nuovo e-book di OraSesta
Fiabette morali
Con tutta quell’afa in giro nel cascinale, non si poteva scegliere una giornata migliore per il grande lamento. Cominciò il piccione viaggiatore: “Ormai la mia razza va verso l’estinzione”, si lamentò con l’antenna della televisione che svettava sulla colombaia. “Una volta eravamo noi a portare velocemente le notizie da un angolo all’altro del mondo. Ma ora non serviamo più a nulla. Tu, in un baleno, trasmetti notizie e immagini, e noi scompariremo dimenticati da tutti”. L’antenna non udì nemmeno, tanto era indaffarata a far sorridere un uomo politico. Poi fu il turno della candela, dimenticata in un angolo polveroso della soffitta: “Da anni mi hanno abbandonata qui, fredda e sporca”, si lamentò con la lampadina che la sovrastava a piombo dal soffitto. “La mia cera sta sfaldandosi d’inedia. Dammi un po’del tuo fuoco perché finisca nella luce i miei giorni”. Ma la lampadina era tutta chiusa nel suo splendore e non udì la richiesta d’aiuto. Intanto il pozzo si lamentava col rubinetto dell’acqua corrente in fondo all’aia: “Le mie acque stanno marcendo, la catena è arrugginita, la carrucola non sa più girare. Meglio essere sepolti dalla terra e dimenticare tutte le seti d’uomini e d’animali che ho appagato!”. “Che significa dimenticare?”, chiese il rubinetto e, senza attendere risposta, s’avvitò ermeticamente il capo per non fare entrare né uscire pensiero alcuno. Dal rustico arrivò il lamento del trogolo con la lavatrice: “Ahimè, sono diventato un cimitero di ragni e di mosche. Se ripenso ai giorni del bucato, quando cenere e acqua mi lisciavano la pelle, mi parrebbe benigna sorte essere ridotto in pezzi dal martello”. La lavatrice non disse nulla. Dormiva.
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Ci sono parole che accompagno, su cui mi piace ragionare in termini di linguaggio o struttura.
E ci sono parole che mi accompagnano: le lascio percolare dentro la mia vita, perché si insinuino piano piano e mi aiutino a dare direzione ad intuizioni monche, risvegliate dal loro messaggio.
È quello che mi sta accadendo con il più recente libro di don Luisito Bianchi, Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada. Un libro-testamento spirituale che attraversa, in forma di diario, la straordinaria esperienza umana e pastorale di un uomoprete che ha scelto anche la Resistenza disarmata, la fabbrica, lo studio, l’ospedale come accoglienza e testimonianza della Parola e della sua lezione.
Leggere questo libro è come stare sui passi di una camminata pensosa dentro un’intera esistenza. Qui da noi, i grandi vecchi sono soliti raccontare a tavola, non nel salotto buono, oppure per strada, nelle passeggiate, quando i più piccoli si affiancano: i ricordi barattati con un po’ di compagnia, le soste per prendere fiato e saluti.
Don Luisito, “formichino” in tuta e scarpe Reebok, ci parla camminando fra campi e cavedagne (dove fa prova di omelia al mais e agli uccelli) e, insieme, dentro le date e i nodi della sua vita, con l’attenzione rivolta ad ogni incontro, perché l’incontro -dice Martin Buber- ci cambia e ci definisce.
Per questo anche un cane che taglia la strada, così festosamente disposto ad affezionarsi pure a stomaco pieno, può essere l’occasione per definire ulteriormente l’idea guida che informa e dà unità al viaggio, magari fissandola in un nome.
Doreàn chiama don Luisito il cane ricevuto in dono dall’incontro e donato ad una comunità, e doreàn dà nome all’esistenza e al ministero di don Luisito, saldando in una sola sostanza il suo essere uomo e il suo essere prete.
Doreàn significa gratuitamente, in gratuità.
Parola bellissima, questo avverbio greco, modalizzatore potente.
Gratuitamente cambia il verso e il senso di cose e azioni trasformandole in dono, esenta i rapporti da qualsiasi trattativa materiale o monetizzazione, costruisce la gioia e la responsabilità del dare e del ricevere, rende bifronte (e quindi reciprocamente sostenibile) la gratitudine.
Gratuità è fondamento della Chiesa, secondo don Luisito, fondamento da lui vissuto in prima persona, respingendo con fermezza l’istituto per il sostentamento del clero, entrato in vigore il 25 gennaio 1987.
La vita di don Luisito è infatti testimonianza di congruenza, della capacità di far vivere in armonia, a porte spalancate, tutti i livelli dell’io: il pensare, il sentire, il credere, il fare, il dire…
Ma a don Luisito non basta la sua congruenza personale, non basta l’esercizio di un carisma individuale: la gratuità richiede condivisione e coralità, una ecclesia che torni ad imparare la mulierum gratuitatem, il modo, tutto al femminile, di dare vita senza prezzo e senza ricompensa.
Mai ho sentito così vicine le parole di Gandhi: “Devi essere il cambiamento che desideri vedere nel mondo”.
Zena Roncada
«A questo punto debbo confessare la mia fatica, quasi una ripulsa di scoraggiamento, una nausea a ripetere quanto ho detto e scritto infinite volte, in quaranta anni, ossia quanto per pura grazia è diventato un convincimento esistenziale, un tutt’uno con l’esercizio, in spe e di fatto, del mio ministero della Parola e dell’Eucaristia a cui sono stato ordinato 60 anni fa, al punto da essere disposto a rinunciare ad esercitarlo nel caso fossi stato costretto a ricevere per esso una retribuzione.
So che anche solo l’ipotesi è assurda perché non avrebbe nessun conforto di dottrina e di tradizione da parte della stessa Chiesa, e l’eventuale decisione di obbligarmi potrebbe essere considerata un abuso di potere e quindi invalidata.
L’ipotesi però l’ho dovuta fare perché è stato introdotto un principio nel concordato del 1987 per il quale il prete a servizio della diocesi, nel momento dell’ordinazione entra ipso facto nell’istituto per il sostentamento del clero e riceve regolarmente la retribuzione, impedendo così di esercitare gratuitamente il ministero.
La cosa è piuttosto seria se si pensa che, qualche tempo fa, prima dell’anno paolino, un responsabile a livello nazionale di questo istituto e un eminente biblista, con meno rozzezza certo, potevano vedere in san Paolo che raccoglie fondi per i poveri della Chiesa di Gerusalemme un precursore dell’opera di tale istituto.
Comunque, per quanto m’è dato conoscere di quanto è stato scritto su san Paolo in quest’anno giubilare, si è saltato a piè pari addirittura il fatto che san Paolo lavorava, per non essere forse costretti a chiedersi il perché di tale scelta, ed imbattersi nel grido di 1 Cor 9, 15 del “piuttosto morire” che ricevere qualche cosa in cambio del suo “apostolato”, non foss’altro che la facoltà di essere a carico della comunità nel tempo dell’evangelizzazione itinerante [...].»

Per espressa volontà di don Luisito Bianchi, OraSesta pubblica – in formato pdf – il libretto contenente gli articoli scritti per la rivista Viator nell’anno paolino indetto dal papa Benedetto XVI (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009): Paolo, che dici di te stesso?
La spalla destra rotta può impedirgli, ora, l’uso della mano ma nulla può e nulla deve impedire che giunga la sua voce, la Parola gratuitamente ricevuta e gratuitamente trasmessa lungo un’esemplare vita sotto la stella polare della coerenza.

Un prete in tuta e scarpe da ginnastica, profeta di un cristianesimo radicale, povero e “gratuito”.
Corrado Augias incontra Don Luisito Bianchi
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il libro del giorno:
