«La vita, già e non ancora»

di Stefania Mola

Datemi s’istentu

La passione per il gioco della scrittura non ha impedito a Gianni Cossu di fare una cosa molto seria, con una voce narrante come di chi ritorna dopo un lungo esilio a raccogliere frammenti di già e non ancora, schegge in cui riconoscere la propria storia.

Con un titolo che ribatte con insistenza come la goccia che a lungo andare scava la pietra, perché non basta ricordare, e talvolta quella goccia chiede la sua parte, che le venga restituita la prospettiva di una possibilità. S’istentu è espediente e inganno, perdita e attesa, un nulla da chiedere e da cercare, che non arriva mai, mentre la vita scorre. Illusione e trappola, somministrata da bambini e inspiegata da grandi, eppure necessaria a intessere le trame di una galleria di personaggi indimenticabili alle prese con il moto perpetuo del mare, dei ricordi, del canto e degli sguardi, di esistenze immortali affidate a nomi, echi e vecchie fotografie – messaggi d’amore talora mai giunti a destinazione.

Il tempo: invocato ed evidentemente concesso, indispensabile perché il pane lieviti, la distanza diventi ritorno e gli oggetti/relitti diventino loquaci raccontando storie che ci riguardano. Un tempo fatto della misura delle cose su cui si posano lo sguardo e la memoria, e della loro “lentezza”, delle pause incastrate tra i nomi che diamo loro.

Il canto e il pane quotidiano raccontano a chi passa e si ferma tanto per vedere quel che resta della gioventù, del riso e del pianto, della speranza e del futuro. Raccontano di un oggi e di uno ieri che hanno bisogno l’uno dell’altro per riconciliarsi e riconoscersi. Perché, dato un nome alle cose, ci sia anche la speranza che al di là di esso accada qualcosa.

Con Quando ero piccolo riecheggiano le parole di Ghiannis Ritsos e s’istentu prende corpo e sostanza: l’aquilone si è rotto, ma il bambino ha trattenuto il filo. L’infanzia rimescola sensi e significati, confonde i nomi, smarrisce la direzione e la distanza tra noi e le cose.

Con un fraintendimento volontario capace di ricostruire un mondo su misura, dove metrica, fonemi, sensi e significati siano un’associazione a delinquere (come etimo comanda) capace di venir meno al dovere di cronaca – e di tralasciare – virando verso qualcosa che non ti aspetti.

A meno di non essere bambino, ovvero un essere in possesso di licenza di sognare, capace di leggere un volto in una macchia e un intero mondo di storie in una crepa, di ascoltare il respiro della terra poggiandoci sopra l’orecchio e di dare dimora alle proprie fantasie ospitato dai rami di un albero compiacente, strappandole ad un immaginario dal sentore arcaico e immutabile.

Un piccolo mondo antico di saperi occulti, stanze dello scirocco ed emozioni primarie dove si parla con le anime dei morti, si canta alle api per ottenere miele e si scaccia la mala sorte a comando, in cui il mare e il cielo hanno i colori delle emozioni più umane e l’ombra delle cose si vende a peso, un tanto al grammo.

Un paese – Sunis – che conosce il tempo dell’attesa facendo il pane. Dove il sole è luce bianca e il vento porta via le voci restituendo poesie. Dove i soprannomi non vengono mai dati a caso e dalle strade salgono malinconici canti d’amore – ingannevoli come sirene – che si perdono abbarbicandosi alle vecchie case.

Un mondo in cui il tempo accompagna – lentamente nell’attesa e vanamente nell’indugio – il “passo” degli uomini, concedendo una pausa, talora fingendo di tornare indietro e di restituire un nome alle cose.

Ma il bambino di allora sa che s’istentu è una trappola, forse non solo per i topi. L’ammus accabàu: s’istentu una parola che non puoi sostituire per decreto con qualcosa di più dolce per arrestarne la fuga, una parola così “grande” che mentre l’ascolti produce pensieri inattesi e inutili, “cose che accadono e si estinguono nello stesso istante”.

La vita, già e non ancora.

21 December 2011 - 1 commento - permalink

Irriducibile

Trovo la conclusione del racconto di Ida Gallo disarmante. Essere senza armi, oggi, è un lusso, una provocazione, è disubbidienza alle regole dei potenti.

Il gesto finale della battagliera insegnante – l’apparente resa – conferisce (o restituisce) valore al dubbio. Ed è nei solchi del dubbio che attecchisce l’umanità, a questo sono arrivata, forse errando ma forse no.

«Irriducibile ci nasci» e irriducibile rimani anche se nel dubbio che una battaglia considerata sacrosanta possa arrecare danno proprio a coloro per i quali la si combatte, fai un passo indietro.

Ho amato le parole e le immagini di Ida Gallo sin dal primo momento che la mia buona stella mi ha portata in quella “terra di mezzo” dove cresce il grano duro.

Mi piace congedarmi da questa esperienza* – facciamo che era un pozzo in mezzo ai campi – offrendo ai viandanti proprio questo “libro virtuale” di Ida. OraSesta tornerà ad essere “soltanto” un sito. Irriducibile, continuerà a raccogliere, ad “archiviare”, dando spazio a coloro che – irriducibili nel segno della gratuità – vogliono condividere «parole ed immagini per la memoria e la resistenza».

t.m.

 ”Irriducibile” di Ida Gallo

* La piattaforma splinder chiude i battenti, il 31 gennaio 2012; il blog OraSesta invece è rinato a questa nuova vita.

4 June 2010 - Comments Off - permalink

Datemi s’istentu

Io non so davvero perché le persone – alcune persone – si ritrovino con la Storia e le storie nel cuore della propria vita. Può essere ben spiegato l’interesse che uno sviluppa per la ricerca storica ma questa è un’altra cosa. Io sto pensando a persone – isole o continenti – con una faglia nel petto, invisibile fino a che, un giorno, lo spostamento in direzioni opposte dei due lembi non la palesa, facendo erompere il secolare magma della memoria.
Si racconta – si dice – la memoria sull’orlo di una faglia individuale e collettiva, con il fu come verbo esistenziale dell’Utopia; mito di fondazione del noi.

Il noi di Gianni Cossu appare – in carne di parola – sul suo blog bardofulas (Imprentas impresse). Il narratore “bobboti” ha fatto e fa molto di più, io credo, della rievocazione di figure e dell’invenzione di personaggi. Il suo tiu Borì come la sua Maria Pipiola escono da quella crepa nella terra, restituendo antico senso al racconto che è dare conto della verità – la loro – nella resurrezione verbale.
E restituiscono, anche, autentico senso alla “cultura tradizionale”, quella – che oggi si ha quasi timore di definire – “delle classi subalterne”. Più di ogni definizione dice, ad ogni modo, la straordinaria coerenza immaginifica dei suoi racconti. Nulla concede, questa, al “folklore”; (re)stando dentro la matrice crea non copie fuori-tempo ma calchi atemporali, universali, nella verità del mythos.

Datemi s’istentu. Datemi il tempo, «il tempo lento dell’attesa, il tempo vano dell’indugio», datemi quello che non-esistendo esiste, una storia.
Raccolti in un e-book, 17 testi* provenienti da un mondo vero e meraviglioso. Ma forse bisognerebbe sottolineare ‘e’.

t.m.

(Come nel caso di altri “e-book” di OS, la scelta dei testi, il loro ordine e qualsiasi altra manomissione degli originali sono da imputare a sottoscritta.)

23 January 2010 - Comments Off - permalink

E la notte passò…

Un nuovo capitolo del personale libro di storia di Ennio Serventi: I giorni del 25 Aprile.
Sì, il titolo può sembrare, a prima vista, una contraddizione. Ma sentendo anche i racconti della generazione precedente alla sua ci si convince che il “venticinque-aprile” non è affatto un giorno ma una storica cornice per gli eventi immediatamente precedenti e successivi alla Liberazione.
Un punto di osservazione interessante, quello di Serventi: bambino all’epoca dei fatti, in anni successivi ha (ri)cercato i tasselli del quadro che non poteva – e chi mai avrebbe potuto?  – vedere nella sua completezza.
Più leggo racconti come quelli di Serventi – altra insostituibile fonte cremonese è Franco Dolci – più mi affascina un aspetto che va al di là dell’onore reso ai personaggi altrimenti “muti” della storia; ed è la loro capacità di far vivere la città. Di “far parlare i muri”, di stendere davanti ai nostri occhi le mappe storiche della coesione sociale.
Ennio Serventi: I giorni del 25 Aprile

21 April 2009 - Comments Off - permalink

Il ragazzo e la sarta che cantava

Raramente cambio il titolo di un testo che viene proposto per il sito OraSesta. Ennio Serventi aveva scelto per titolo “l’incipit” del suo scritto, “Era grata a chi…”, sottolineando uno degli aspetti della storia – storia di sua madre e storia collettiva –, ovvero la felice circostanza che l’aveva collocata in un ambiente nel quale, insieme ad imparare un mestiere, si è potuto formare anche quella che chiamiamo la sua “coscienza civile e politica”.
Ma il testo di Serventi racconta “la storia” in uno specchio di sguardi, di madre e di figlio, nel segno della trasmissione. Entrambi non più giovanissimi, ritrovano le radici delle proprie scelte in un terreno comune, cosa che raramente avverrà per le successive generazioni.
Mi ha poi colpito che abbia scelto quei versi per introdurre le sue pagine dedicate alle canzoni che accompagnano la vita e la storia; mi ha colpita il ritrovarla ne Il Deposito di “canti di protesta politica e sociale” ma questo denuncia soltanto la mia ignoranza circa la storia di questa canzone:
«J’aimerai toujours le temps des cerises / Et le souvenir que je garde au cœur…»
Già. Tempi in cui, per molti, l’amore e l’impegno politico erano come due ciliege attaccate allo stesso picciolo.
Ennio Serventi, Il ragazzo e la sarta che cantava.
T.M.

19 January 2009 - Comments Off - permalink

Granellini per un bianco Natale

Storie bambine
di Zena Roncada
“La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza”. Qualcuno pensa che questa frase racchiuda la poetica di Luisito Bianchi; lo penso anch’io. Conosco una sola persona che, similmente, in un semplice succedersi di parole riesca a racchiudere un universo ed esplorare un “pulviscolo di galaverna”, ed è Zena Roncada.
La fotografia della bambina è stata a lungo sulla pagina di apertura del sito OraSesta; tra le molte scattate da Luisito Bianchi – di cascine e di gente di cascina – è l’immagine che più mi è cara. Quella bambina ti guarda e quello sguardo disarmato ti fa domandare se sei… degna. Degna di essere il suo passato e il suo presente, ché lei ha già sulle spalle la responsabilità di essere il futuro.
Per le Storie bambine di Zena non potevo scegliere che questa fotografia; per questo Natale non poteva esserci dono più bello, su queste pagine, delle parole di Zena e un’immagine di Luisito Bianchi, accostate.
Buon Natale a tutti, bianco nel cuore.
T.M.

«Va’ a prendere lo zucchero, di sopra, dentro l’armadio delle scale. Per il caffè dei testimoni… disse la voce nuova.
La bambina salì le scale più presto che poteva: c’era da farsi voler bene.
Lo zucchero stava nel vaso grosso: meglio prenderlo con tutte e due le mani, a costo di far senza ringhiera.
Le scale di marmo così bianco diventano burro, all’improvviso, o lacci traditori.
Lo zucchero per terra brillava in mezzo ai vetri.
Un luccichio a punte.
Alla bambina tornò, come un sapore agro, la storia bella dell’Armida.
La contava di sera, quando il sonno tardava e il vapore fermava sul muro la forma dei mattoni.
Storia di principessa e granellini, il dono delle fate. Da non sciupare mai, da tenere più cari della vita: gli azzurri per l’acqua, i gialli per il sole, i bianchi per il bene. I bianchi per il bene.
Si mise a piangere, forte, col singhiozzo.
Lacrime di zucchero e di malinconia, di granellini scappati per le scale. Bianchi.
Tutti pensarono si fosse fatta male.»
(da: La bambina dello zucchero)

21 December 2008 - Comments Off - permalink

Chi era Albert?

Ciascuno faccia la controprova nel proprio paese o città: quante sono le targhe di vie o piazze o lapidi sui muri con nomi-cognomi famigliari nel suono per averli “da sempre” pronunciati, ma dietro i quali c’è una pagina vuota o sbiadita?
Le ricorrenze fanno spuntare dei fiori – pure questi, appassiti in poco tempo, a passar loro accanto ricordano solo la brevità della memoria – ma spesso non incidono nulla su quella pagina senza scritta: chi era costui?
Luigi Ghisleri non ha aspettato nessun appuntamento preordinato dal calendario e ha posto la domanda a chi ancora poteva rispondere: “chi era Albert?” E ha scritto una pagina di storia, “locale” soltanto nei dettagli.

Albert e la lotta di liberazione a Persichello

3 December 2008 - Comments Off - permalink

Pane di grano duro

«Lo so, può sembrare assurdo “duplicare” qui immagini e testi che sono già in rete» – questo avevo premesso inserendo per la seconda volta un brano (e un’immagine) di Ida Gallo sul blog OraSesta. Sottolineo l’uso della parola “inserire”; altri fanno sul loro blog un vero e proprio – e lodevole – servizio di segnalazione di post che non dovrebbe sfuggire all’attenzione dei più. Ma io faccio l’archivista – ovvero sono archivista, che mi si perdoni il puntiglio – e OraSesta nasce come archivio virtuale, memoria di memorie.

 

Il blog legato al sito OraSesta è nato due anni fa – il 7 novembre – e si è fatto anche un bel regalo di compleanno: Pane di grano duro di Ida Gallo (IdaKrot). Testi e collage scelti sul filo della memoria, scelti da me, “scrivendo” dunque un testo nuovo rispetto alla presentazione inevitabilmente cronologica del blog.
Grazie a Rita Mazzocco per le parole con cui ci accompagna ai luoghi e ai tempi delle Donne, dei Vicoli, delle Sensazioni di Ida Gallo. E soprattutto grazie a Ida per la sua disponibilità.
M.T.

 

Su Ora Sesta: Ida Gallo, Pane di grano duro
 

 

«Vorrei chiamare perché arrivino, anche da lontano, tutte le parole scritte e poi riscritte, come in un collage. Parole vulnerabili solo a pronunciarle o sentirle pronunciate, in un leggero volteggiare di significati e significanti, per comporre una storia breve, come breve sembra essere il tempo in cui si recita una vita.»

8 November 2008 - Comments Off - permalink

Memorie

«Io non so raccontare storie» premette Zaritmac ma forse non le manco di rispetto dubitando. Forse è vero, però: il suo non è un “racconto” ma una messa solenne – direi se potessi togliere all’espressione il connotato religioso lasciando soltanto la dimensione del sacro, e forse toglierei anche il ‘solenne’ perché restasse solo la nuda bellezza quotidiana delle parole che «rotolano a bizzeffe», miliardi di parole vissute fino al momento in cui «la Morte sorride» e «Va bene, annuisce».
t.m.
Memorie

 

Io non so raccontare storie.
Ne osservo in trasparenza la condensa.
Me ne inumidisco le cornee
e asciugo le punteggiature contro i fianchi,
come le mani nei bagni senza aspiratori.

Apre le labbra, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine. Nonna Chiara sedeva in una sedia coi braccioli dentro una nicchia ricavata in cucina tra la credenza azzurra e lo stipetto bianco latte. Non si muoveva; sedeva, aspettava e dispensava fiabe.

“Mammà, vulite coccosa?” e lei non lo voleva mai.

Lucia serrava tutta la sua tenerezza dentro quel Voi. Un rispetto che i giovani hanno dimenticato, ahimé, poveri noi!

Possedeva una distanza. Una distanza che cominciava dalla lingua, dalla voce, e finiva in quelle parole che non si dicono. Una certezza. Una delle molte. Senza bisturi. Quelle donne senza bisturi lavorano a maglia con perfezione certosina, sfrontate nell’imperioso gesto che sposta il filo. Donne tutte d’un pezzo. Burro e granito. Minuscole.

Lucia passa ore seduta nella cucina di Greta, accanto alla nicchia di Mammà. Siede nel cono di luce che si dispone senza opposizione a sciogliersi in ombra. Un cono femmina.

Non c’è discussione. Un secondo prima che l’orologio raggiunga le sette, si scuote con un gesto deciso, globale. “Lucì, susete!”. A quei tempi, quando portava sulla testa una corona di capelli più scuri dei suoi occhi neri di corvo femmina, erano le sue spalle che si raddrizzavano in uno scatto, le sue dita precocemente deformate da un male dal nome incerto e fantasioso, lo schiocco del suo ginocchio valgo a decretare che era tempo. Non c’era ancora, a quell’età, bisogno di convincersi a parole.

La lana nella borsa di stoffa, la minaccia dei due ferri appuntiti in fuori. Un gesto civettuolo di rivolta in fondo. “Papà non vuole che lavoro, papà dice che ti puoi fare male. Papà non vuole, non dirlo a papà.”

“Non dirlo a papà”, dice alla bambina spaventata dal ferro che le pende dalla tempia. No, è un po’ più giù. Meno male che non era un po’ più su! “Voglio fare la ballerina” e gira e gira si sbilancia e il chiodino si conficca nella carne e resta lì, il ferro da maglia, ad oscillarle nel campo visivo come un paraocchi rotto.

“Te lo tolgo piano piano”. “Non dirlo a papà”.

Una crinolina di omissioni, in fondo. La loro rivoluzione. Le teste tinte dal parrucchiere Salvatore, lo stesso nome di Papà, e risolini mozzati dalla malizia nei sottovoce delle allusioni. Una crocchia di femmine, le loro donne; le donne degli uomini stanchi dal lavoro. Con le mutande di lana lunghe e i colletti un po’ rossi dei baci di un’aspirante soubrette.

Ma l’uomo è cacciatore.“Una cosa ti voglio dire, Elisa mia, stamme a sentì a mme: tutt’ ’e femmene hanno tenuto ‘e corne. Se sape. E una che adda ffà? Una, certo, se piglia collera. Ma se sape: l’uomo è cacciatore.”

“Mamma, mi senti, mamma?”, quella notte la luce è bassa come ogni notte all’ospedale. Dodici notti, poi se ne andrà. “Mamma, mi senti, mamma?”, e Lucia non vede e non risponde, ma chiede come si dice “ciuciuliarìe” in tedesco. Quando la donna glielo dice, lo pronuncia alla perfezione, e ne sorride. Proprio come lo doveva dire la cognatamica. Comm’era bella, Greta! Era bella assai. Veniva da Berlino, e in quei tempi in cui ancora era magra, era così bella che la gente si girava, e le faceva largo. “La coppia bella”, li chiamavano, Umberto e Greta. Orecchini, profumi di Parigi e le pellicce, come se fossero ricchi. Invece lui vendeva stoffe dieci mesi all’anno, e la notte usciva da un locale ed entrava in un caffè. Quel poco che dormiva era tra le cimici dei materassi francesi negli alberghi di terz’ordine dove aveva la sua casa a Paris.

Chissà quante femmine ha fasciato e rispogliato dentro le sue sete e i suoi chiffon.

Ma Greta al secondo Cesareo ha il ventre squartato da un taglio verticale dalla fica al seno. Adesso che ci sono due figli, lei non parte più.

Cucina monoporzioni con certe pentoline da bambola made in Germany, e per tutta la vita continua a chiamarle “’e pazzielle”. Così le hanno insegnato, le donne di qua; meravigliate, forse da quella batteria in alluminio che sembrava nata per le bambole, chesta è robba tedesca!…

Nonna Chiara se li ricordava ancora, “i balletti”. Quasi tutte le figlie, le nuore e le nipoti avevano incontrato i mariti, a quei balletti lì.

Giuseppe era biondo che sembrava un ufficiale, e suonava il violino con gli Americani. Poi s’è tolto l’appendicite e non ha mangiato più.

Ma come si volevano bene! Titina e Peppino pranzavano in camera da letto e la domenica andavano a messa. E non si sono “appiccicati” mai.

Che lui, poi, in fondo, più che suo marito, era diventato suo figlio. E non si dice, ma si è forse spesso pensato, che abbian messo da parte le fatiche del letto dal giorno in cui mangiare una bistecca è diventato troppo impegnativo. “Ché ho la colite. E la stitichezza”.

La stitichezza non si racconta, pare brutto, è volgare, perfino un po’ immorale. Ma una volta al mese, furtiva, Titina lascia la camera da letto con Zi’ Peppe tra le mani.

E allora il mondo sa che Peppino è tornato da una guerra di merda e ora sta in poltrona a riposare.

Apre le labbra, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine. Oggi è quel giorno che parlare non serve.

Nonna Chiara diceva che si deve conservare. Niente si butta, c’è stata la guerra e quando erano sfollati a Sarno si bollivano le bucce di patata, però che bei tempi, dopo tutto, Titi’!

Uno quando è giovane è tutto bello. E, mi raccomando, conserva e non buttare niente, che poi un giorno te lo trovi. Se viene un’altra guerra…

Sotto i letti non c’era posto per i ladri. La bambina lo sapeva, eccome (eppure quanta paura ne aveva, di quel ladro sotto il letto che non c’era!…). C’erano le scatole e le casse e le cassette dei liquori, sotto il letto. Era alto alto, il letto, mica come mo’!

E lo spazio era così pieno di ciarpame che non si vedeva se ci passava qualche scarafaggio, però di certo un ladro non c’entrava. No, Rita, no.

Anche l’armadio, d’altra parte era alto. E sotto, nelle cassettine di legno e le scatole di cartone delle scarpe di papà c’erano giocattoli e bottoni, le figurine dei formaggini “che si muovevano” e parevano avere profondità; i personaggi di Hanna & Barbera di gomma imbottita di spugna, con il nome sul dorso subito sopra il Copyright.

“Conserva, che poi sempre serve.”

E conserva, e conserva, e conserva.

Le bottiglie di passata, i biscotti senza la scadenza che allora non c’era, “le capozzelle” dei formaggi di Sorrento che il salumiere le conserva tutte per te, bambina mia.

E conserva, conserva, conserva.

I bottoni gioiello e gli orecchini dispari, quelli che mamma ha messo all’ultimo Festivàl.

E conserva, conserva, conserva.

Nella cassapanca moderna che hanno messo come un arredo da rivoluzione nella “saletta”, ci stanno persino le liquirizie giganti della Sardegna e i biscotti a forma di persone, e le carrube che portava Papà quando veniva la sera e Lucia lo aspettava. E chi ‘o sape quanta femmene, l’omme è cacciatore, e fila la maglia e lavora la lana e statti un po’ ferma con le mani mentre rifaccio la matassa. Che niente si butta.

Gli armadi anni 70 strapieni di gomitoli di lana, quella arricciata, ché quando si sfila una maglia la lana si arriccia. E Greta dopo appunta con le spille il maglione nuovo fresco fresco fatto e lo stira. Sopra un panno bianco, e la coperta militare dura dura e marrone, con al centro il triangolo bruciato d’un ferro lasciato a scottare.

E conserva, conserva, conserva.

E conserva, conserva, conserva.

E conserva, conserva, conserva.

Ogni donna è regina e serva. E ha una scatola di latta o, all’ingresso, un vaso col fondo pieno pieno di quelle cose piccole e spaiate che un posto non ce l’hanno e “mo’ per adesso lo mettiamo qua”.

Quanta polvere!

E conserva, conserva, conserva.

Non c’è mica l’allergia. I figli, quattro o cinque su quattordici, muoiono di malattia che non si sa il nome; perché è normale. Non c’è troppo posto per il dolore, la meraviglia, l’imprecazione dentro la sconfinata quantità.

“No, chella mammà facette unnece figlie, tre so’ muorte appena nati, uno si chiuse dentro il morbillo perché la balia teneva il sangue malamente che suo marito l’aveva presa con la pistola e chella stronza nun ce ‘o dicette a mammà.”

Chiara teneva la beccheria al Corso Garibaldi. Metteva Lucia in piedi sul bancone perché era troppo bella, col fiocco in testa, Mammmia è tale e quale a Vuje, Donna Chiari’!”.

E conserva, conserva, conserva.

Le casse, le scatole, i cassetti, i bauli.

E conserva, conserva, conserva.

‘O stipetto, ‘a cifuniera, ‘o tiretto de ‘o cummò…

E conserva, conserva, conserva.

La Brillantina Kinetti, il gadget di ogni Festivàl.

I denti dei bambini dint’ ‘o pertuso de ‘o muro, che viene ‘o suricillo e pezza ‘nfosa. Ma no, quella era una fiaba. E conserva, e conserva, e conserva.

Apre le labbra insieme alla porta, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine. Oggi è quel giorno che parlare non serve.

Le torna il terrore per quella favola bella. Così decisamente surreale.

“Ma che è stato? E comme parle bello tu: il topolino è caduto nella minestra, la vecchia s’è disperata e mo’ sta tutta scippata e io che sono l’acqua della pentola cado e mi asciugo. E comme parle bello tu: il topolino nella minestra, la vecchia tutta scippata, l’acqua che cade e si asciuga, e io che sono la porta mi voglio aprire e chiudere. Ma che è stato? E comme parle bello tu: il topolino nella minestra, la vecchia tutta scippata, l’acqua che cade e si asciuga, la porta che si apre e si chiude, e io che sono la scala, voglio salire e scendere”.

Le salgono e scendono i brividi per quella scala. Non l’ha capito mai perché, ma quella scala che scende e che sale le fa tanta, tanta paura. Da quella scena di dolore, da quel topino nella minestra, cerca di distrarsi per ricordarsi meglio se c’era pure la finestra e che faceva la finestra, prima che, nel gran finale, il signorino annunciasse che io che sono il signorino, metto la testa nel vasino.

E conserva, conserva, conserva.

Le scatole, le tasche, ‘e cufanature, le casse, ‘e tirature non ci sono più.

Ma Nonna Chiara ha insegnato “E conserva, conserva, conserva.”

Così, apre le labbra, ma non dà fiato alla gola perché produca un suono. Sa che è inutile. È un gesto d’abitudine.

Fa un gesto con la mano, perché Entri, S’accomodi.

Volge le spalle senza fretta, continua indaffarata a prendere tutto, ammonticchiarlo e portarlo di qua. “Aspetti, c’è altro”. Non lo dice con la voce, ma fa segno, il gesto ampio di un toreador. Come se avesse a mantiglia lo scialle di lana a righe di Nonna Chiarina. E la schiena diritta di Lucia, nonostante l’età.

E’ scesa la sera quando pone fine al suo lento andirivieni.

Non ci sono casse, cassetti, sacche, tasche e borsette. Nemmeno ha conservato un gingillo di Murano, una bomboniera di Capodimonte, un “bottone gioiello”, un gemello d’oro.

Però conserva, conversa, conserva.

E quando slega lo spago di ciascun faldone, rotolano a bizzeffe miliardi e miliardi di parole.

La Morte sorride. Va bene, annuisce.

Adesso è giusto giusto il tempo per andare.

E insieme scendono le scale. Che salgono e scendono.

 

E io le guardo. Se sapessi raccontare storie, io, io lo farei.

26 October 2008 - Comments Off - permalink

Il muro che parla

Un murale cileno a Persichello

Non c’è più. Al murale dipinto dalla Brigada Pablo Neruda nel settembre 1977 è stata data una sbiancata, nel 1994, perché era rovinato. Stava sulla facciata di un edificio che era già sede della Biblioteca comunale, e fungeva un po’ da “casa del popolo”. Erano tempi che di globalizzazione non si parlava ma di solidarietà internazionale sì.
Oggi quel murale se lo ricordano in pochi. Luigi Ghisleri ha ripreso in mano le fotografie; dopo la scansione si sarebbe potuto intervenire per “ridare colore” alle stampe imbrunite nel tempo ma poi si è deciso di lasciarle così, “color anni ’70”.
Per mezzo secolo la parola “muro” ha evocato per lo più divisione, chiusura e si è quasi del tutto dimenticata la sua funzione comunicativa. Queste fotografie di Francesco Pinzi riportano negli anni della “piazza”, dei volantini, dei murali e dei tazebao, della chitarra nel dopo cena per quattro accordi e parole pensate… Niente retorica, ora, per carità, ma un po’ di pathos, quello sì.
T.M.

 

12 October 2008 - Comments Off - permalink

Dove sono?

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