Al seguito degli dei felici

Lettura di un sarcofago di epoca romana conservato a Baltimore, nella Walters Art Gallery

di Gianpietro Torresani

“Questo, io credo, voleva dire l’autore del sarcofago, o il suo commit-tente voleva che egli esprimesse con immagini: se Pan è colui che dà la sapienza attraverso il logos, è giusto che sia lui a sostenere Dioniso nel suo cammino di vero sapiente, come mostra il suo gesto nella parte di sinistra. Ed è altrettanto giusto che a lui sia dato, nella parte destra, di mostrare a tutti la verità, che non è il sonno di Arianna abbandonata a Nasso da Teseo, ma la sua morte. (…)
È dunque attraverso il filtro del platonismo che va letta la lastra centrale del nostro sarcofago (…).
Nel Fedro egli racconta (è il grande discorso di Socrate nella terza parte del dialogo) di come le anime umane, nell’Iperuranio, volino al seguito delle schiere degli dèi felici, ciascuna al seguito del proprio dio, cercando di raggiungere la “Pianura della Verità“ e di come invece cadano sulla terra trascinatevi dal secondo cavallo del loro carro, quello “storto, grosso, mal formato, di dura cervice, di collo massiccio, di naso schiacciato, di pelo nero, di occhi grigi iniettati di sangue, amico della protervia e dell’impostura, villoso intorno alle orecchie, sordo, che a stento ubbidisce ad una frusta fornita di pungoli”. E continua raccontando come, non essendo più in grado di seguire il dio, riempitasi di dimenticanza e di malvagità, l’anima si appesantisca e, perdute le ali, cada sulla terra, incarnandosi per molti anni via via in molti corpi mortali. Da questa miserevole condizione, egli dice, si riscatterà col tempo, soltanto se sarà capace, attraverso l’esperienza dell’amore, di ricordare il suo antico passato glorioso, di riprendere le ali e di tornare quindi alata e leggera, a volare nell’Iperuranio, al seguito degli dèi felici.”

(Il testo completo in formato pdf.)

9 November 2014 - Comments Off - permalink

Gli uomini che pregavano la luna

Siamo all’inizio del Quattrocento. San Vitale è “una piccola chiesa di un quartiere molto popolare, non una parrocchia, ma un santuario dedicato a un altro pellegrino, un tedesco di Colonia, ucciso qui da malnati che lo volevano derubare… un luogo di devozione popolare, anche accesa, viscerale”. Non è un luogo “molto sorvegliato, né molto frequentato dai preti e dai religiosi che, è noto, non hanno molta inclinazione per gli entusiasmi popolari”. Un giorno passa lì un uomo – uomo colto, certamente, non un mercante qualsiasi –, arrivando dal porto di Cremona “dove si fermavano e da dove ripartivano i barconi carichi di sale, di carnesecca, di stoffe e di ogni altra merce che i mercanti cremonesi chiedevano a Ravenna o a Venezia e che rispedivano da qui al resto della Lombardia o alle più lontane terre di Germania e di Francia”.

Il nostro uomo si fermerà poco, in città, ma intanto compra uno spazio votivo sulle pareti della chiesa di San Vitale e commissiona l’affresco. Non un’immagine qualsiasi – una Madonna col bambino o un santo –, no. Un barbuto che pare un eremita, e prega la luna. Proprio una bella “faccia di Luna”.

Sembra la trama di un film – “Il nome della luna”, se vi va… – ma non lo è; vi sto invogliando a leggere uno studio di Gianpietro Torresani – pubblicato su carta nel 1997 a cura dell’Archivio del Movimento Operaio e Contadino di Persico Dosimo, e ormai introvabile – “Gli uomini che pregavano la luna”.

3 March 2013 - Comments Off - permalink

L’individuo e la folla

Gianpietro Torresani, Delle terrecotte di Mario Spadari

Le immagini che vedrete qui di seguito sono fotografie di alcune delle tantissime piccole sculture che Mario Spadari ha realizzate modellando la creta e cuocendola poi nel forno.

Le fotografie sono in parte di Francesco Pinzi, amico dello scultore e anche suo vicino di casa.

Mi sono preso l’impegno di presentarvele, ma vi dico subito che esse, le immagini intendo, sono in gran parte frutto di un errore e che l’errore è mio.

L’esperienza mi ha insegnato che spesso un errore riconosciuto è ricco di insegnamenti e dunque ve lo mostrerò, cercando di far emergere ciò che esso nasconde.

Devo cominciare dall’inizio.

Circa dieci anni fa, Luigi Ghisleri, Roberto Sguazzi ed io avevamo organizzato la pubblicazione in Cremona di una rivista di varia cultura, saggi e fotografie, intitolata “Lunari Parlanti”. Uscito il primo numero, si cercò di imbastire il secondo (che non fu mai realizzato).

Uno dei pezzi forti di questo secondo numero doveva riguardare appunto le sculture in creta di Spadari e così Luigi Ghisleri mi portò a casa dello scultore, perché vedessi le sue opere, anticipandomi che esse avevano come soggetto prevalentemente dei migranti. Io avrei dovuto scriverne un breve saggio di presentazione per la nostra rivista. Cominciava allora ad emergere in Italia la questione dell’immigrazione straniera e la cosa aveva dunque il sapore di un problema di attualità.

Spadari ci ricevette cortesemente, ma è un tipo assai taciturno, discretissimo, credo per la sua grande timidezza e dunque mise le sue piccole opere sul tavolo di cucina, una per una, senza dire una sola parola; il silenzio era pesante ed io ero molto imbarazzato.

Per scriverne dovevo avere le fotografie delle opere e, sul momento, per non fargli spendere troppi soldi, mi venne l’idea di dire che si sarebbe potuto fotografarle tutte quante insieme, magari con uno sfondo neutro (senza i mobili di cucina, insomma) e che il fotografo poteva posizionare l’obiettivo a livello del tavolo e magari cambiare talvolta il punto di vista ecc. ecc.; anzi, niente eccetera, perché dopo alcuni minuti di solenne silenzio, interrotto solo da qualche frase di convenienza, ci congedammo da Spadari, io anche più imbarazzato di prima.

In seguito, Luigi Ghisleri si ammalò gravemente e la rivista andò a farsi benedire: al saggio su quelle sculture non pensai più.

Però, siccome quelle opere mi piacevano moltissimo, quando nell’autunno del 2010 Spadari organizzò una loro piccola mostra a Vescovato, vi ci portai a vederle Teréz Marosi (la responsabile del sito sul quale vi trovate in questo momento). Le proposi anche di fotografarle, una per una però questa volta, e di pubblicare qui le immagini ricavate, aggiungendovi magari, perché quelle erano poche, altre già fatte o da fare.

Teréz accettò l’idea e nella primavera di quest’anno (2011) mi consegnò un pacchetto di fotografie delle sculture di Spadari che Francesco Pinzi e altri avevano fatte, diversi anni fa.

Bene, ecco il punto: quando le vidi restai di sasso.

Autore e fotografo, sicuramente in un eccesso di fiducia in me, avevano proprio realizzata la vecchia idea mia, buttata là dieci anni prima con tanta superficialità: le statuette erano state piazzate sopra un tavolo, davanti a uno sfondo di carta da pacchi stropicciata, oppure allineate sopra una mensola, probabilmente di un caminetto, come se le figure si trovassero sul molo di un porto in attesa dell’imbarco.

Facevano massa, erano diventate una folla. Una folla similissima a quella che in questi drammatici giorni dell’aprile 2011 i giornali e le televisioni ci mostrano da Lampedusa.

L’errore era proprio qui, ed era un errore grave, perché, guardando le terrecotte una per una, si capisce subito che Spadari, modellando i suoi soggetti, non ha mai pensato di farne una folla.

Sempre e soltanto individui singoli egli trae dalla creta e lo fa con una così evidente tenerezza d’animo che ognuno di essi appare amato per sé stesso, quasi fosse un vivente con un’anima e una storia uniche e singolari; li isola dagli altri e dal mondo, avvolgendoli in una nube di solitudine e di malinconia. Sono spesso seduti, raramente in piedi, hanno accanto una sacca, una borsa e si capisce da questo che stanno aspettando di partire, ma il loro sguardo, perso nel vuoto, non rivela mai il sogno di una meta da raggiungere, la speranza di una nuova vita da realizzare.

No, davvero, non sono migranti: è sbagliato vederli così, perché essi sono soltanto persone che vanno via.

Ho scritto “soltanto”, ma la parola non vuole essere riduttiva, anzi, vuole inserire queste figure in una dimensione molto più ampia che non quella di un momento storico particolare o di una decisione temporanea: li vuole vedere in una dimensione metafisica, intendendo la parola nel suo significato letterale di ciò che va al di là di ogni stato fisico o materiale.

Vanno via: vanno via da se stessi, dalla propria storia personale, dal proprio vissuto; vanno via dalla propria terra; vanno via dal mondo, perché la loro tristezza ci rende impossibile immaginare un luogo nel quale troveranno finalmente riposo.

Si direbbe che si sentano alieni, come se vivessero nel mondo senza farne veramente parte: tutti quanti, in un modo o nell’altro, patiscono il male di vivere. Inconsolati, inconsolabili.

Così intendo io queste figure ed ho voluto che fossero riprodotte anche le immagini dove esse diventano una incongrua folla di solitari, perché il mio vecchio errore rendesse più chiaro il loro significato.

E facesse riflettere chi ha avuta la pazienza di leggermi fin qui sulla pericolosa facilità con la quale si può cadere nella trappola della equivocità delle immagini, di ogni immagine.

 

Cremona, 3 aprile 2011

Spadari vive a Cremona, in una vecchia casa accanto all’antica chiesetta, ormai dismessa, di un sobborgo della città, chiamato oggi Borgo Loreto, ma conosciuto dal popolo anche come Piazza d’Armi, perché situato proprio in mezzo a due grandi caserme.

Luigi Ghisleri invece è morto l’anno passato verso la fine di febbraio.

G.T.

3 April 2011 - Comments Off - permalink

Caruberto

Gianpietro Torresani, Santa Maria di Caruberto


Alla memoria dell’amico Luigi Ghisleri

5 March 2010 - Comments Off - permalink

Fortunio Affaitati

Considerazioni fisiche e astronomiche (1549)

Traduzione e prefazione di Gianpietro Torresani

 

 

 

«La traduzione di questa piccola opera di Fortunio Affaitati dal latino del 1549 è una stranezza pari a quella di averla ripescata dal limbo nel quale stava da mezzo millennio. La faccenda ha bisogno di una spiegazione.»

 

 

23 September 2009 - Comments Off - permalink

Il chiostro perduto di Santa Maria del Boschetto

Testo  e disegni di Gianpietro Torresani

«…Il chiostro della canonica.

Umilissimo, con le sue corrosioni, con le sue muffe e la precarietà apparente delle sue mura, si adeguava perfettamente all’atmosfera di quei luoghi, bradicardica, fatta di tempo sospeso, di miti passioni.

Servitore silenzioso, ma indispensabile, era lui che dava vita a tutto il resto ed è sommamente giusto, di una giustizia metafisica, che nel crollo di tutto il resto non si sia salvato.

Ad esso, ai luoghi e alle persone che ne vivevano, ho dedicato le tavole e le pagine seguenti, con la gratitudine profonda di chi si è a lungo nutrito della sua pura essenza spirituale.»

il testo in formato ePub in formato pdfhtm

18 January 2006 - Comments Off - permalink

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