Il muro che parla

Un murale cileno a Persichello

Non c’è più. Al murale dipinto dalla Brigada Pablo Neruda nel settembre 1977 è stata data una sbiancata, nel 1994, perché era rovinato. Stava sulla facciata di un edificio che era già sede della Biblioteca comunale, e fungeva un po’ da “casa del popolo”. Erano tempi che di globalizzazione non si parlava ma di solidarietà internazionale sì.
Oggi quel murale se lo ricordano in pochi. Luigi Ghisleri ha ripreso in mano le fotografie; dopo la scansione si sarebbe potuto intervenire per “ridare colore” alle stampe imbrunite nel tempo ma poi si è deciso di lasciarle così, “color anni ’70”.
Per mezzo secolo la parola “muro” ha evocato per lo più divisione, chiusura e si è quasi del tutto dimenticata la sua funzione comunicativa. Queste fotografie di Francesco Pinzi riportano negli anni della “piazza”, dei volantini, dei murali e dei tazebao, della chitarra nel dopo cena per quattro accordi e parole pensate… Niente retorica, ora, per carità, ma un po’ di pathos, quello sì.
T.M.

 

12 October 2008 - Comments Off - permalink

Indiani e cascine (1995-2001)

di Francesco Pinzi

«Nella convinzione che vedere il viso di una persona sia più efficace di tante parole»
L’idea di una ricerca fotografica sulla presenza degli indiani nella nostra provincia nasce nel 1995.

La Flai-Cgil mi chiese di andare a scattare qualche foto ad una famiglia di indiani in una cascina di Pessina Cremonese, da utilizzare per il giornale della categoria. Le immagini di questa famiglia che sostituivano quelle a cui eravamo abituati da anni dei braccianti e dei bergamini cremonesi, davano la netta sensazione di quanto stesse cambiando la realtà delle nostre campagne.

Pensai allora che fosse importante documentare fotograficamente questo “mondo nuovo” che dall’India era emigrato nelle nostre cascine.

Parlando con Josè Compiani (che aveva fatto una tesi di laurea sulla presenza degli indiani nella provincia di Cremona), si ipotizzò una mostra – pubblicazione con l’obiettivo di far conoscere questa nuova realtà e anche per contrastare una crescente intolleranza nei confronti degli immigrati, originata principalmente da luoghi comuni e dalla mancanza di conoscenza.

Questa ipotesi si concretizzò quando l’Amministrazione Provinciale decise di realizzare un progetto di ricerca sulla comunità indiana nel cremonese e propose a me e ad altri fotografi di collaborare.

Insieme a Prem, mediatore culturale, scegliemmo le famiglie a cui ovviamente spiegammo gli obiettivi della ricerca, sarebbe stato altrimenti molto difficile che queste famiglie si facessero fotografare da un estraneo senza capire gli scopi e l’utilizzo delle immagini. Trovammo una grande disponibilità e collaborazione insieme ad una grande ospitalità. Questo era molto bello e positivo, ma nello stesso tempo mi poneva dei vincoli, obbligandomi a circoscrivere il numero delle famiglie; non avrei potuto fotografare una famiglia se poi le fotografie non fossero state utilizzate per il libro e per la mostra. Sarebbe stato come tradire la loro fiducia e la loro ospitalità.

La maggior parte della ricerca è stata effettuata nelle cascine e mentre fotografavo avevo nella mente le immagini degli anni del dopoguerra delle famiglie contadine nell’aia, davanti alla casa, gli interni delle case e il lavoro nelle stalle, che avevo visto nell’archivio della CGIL di Cremona. L’ambiente era quasi immutato, ma diverse erano le persone, gli oggetti sui mobile le immagini appese alle pareti.

Mi sembrava comunque sbagliato soffermarmi solo sulle cascine, anche per non avvallare un altro luogo comune che gli indiani sono solo nelle stalle perché “amano” le mucche. In realtà sono in molti che lavorano anche nelle fabbriche, che hanno attività commerciali. Forse il lavoro nella cascina è solo più conveniente di altri.

C’erano poi altri aspetti che mi sembrava importante documentare, i momenti della preghiera nella casa, il rito nel tempio, la presenza dei bambini nelle scuole.

Un’altra idea, legata all’obiettivo di “far conoscere” per contribuire a superare pregiudizi e intolleranze, fu quella di scattare immagini dei volti di donne, uomini, bambini, ragazzi, nella convinzione che vedere il viso di una persona sia più efficace di tante parole. Non più un “immigrato”, spesso immaginato in modo negativo, ma una persona in carne ed ossa, anche se diversa da noi.

 

Volti al tempio

Cascine (1995-2001)

Abitare

1 September 2005 - Comments Off - permalink

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