Il maestro Borghi

di Ennio Serventi


I giorni dell’insurrezione scorrevano portatori di avvenimenti e fatti che non si sarebbero mai più ripetuti, dei quali si parlò a lungo. Ci furono quelli alla “Caserma del Diavolo” e quello di piazza Marconi, al quale non assistetti direttamente grazie all’energico rifiuto della sarta del secondo piano, che mi tenne stretto un polso inchiodandomi fra il bar Flora e il negozio d’abbigliamento che fu del signor Farina. Più avanti nel tempo sull’insegna di quel negozio comparve la dicitura “ARBITER” e quelli come noi ebbero bisogno di qualcuno che spiegasse loro il significato di quel nome. Nelle vetrine, con nomi stranieri, vennero esposti abiti e scarpe che anche nella foggia si discostavano dalla nostra tradizionale: “sono di taglio inglese” commentava chi di quelle cose ne sapeva.

Ma in quel giorno d’aprile dal crocicchio la gente correva in direzione della piazza e la notizia dell’evento che sarebbe successo circolava più o meno vivacemente: “i masa Merlèen!, i masa Merlèen”! Proveniente da piazza Cavour girò un auto con sulla capote, lo credo ancora, mi parve vi fosse sistemata una barella. La gente continuava a correre verso piazza Marconi trasmettendosi la notizia: “i masa Merlèen!”. Poi la direzione del correre cambiò improvvisa, la gente dalla piazza si riversò in quell’incrocio di strade disperdendosi e parve scappare spaventata. Poi fu la volta dei racconti: la posizione non eretta del capo… la mitraglia che s’inceppa… l’identità del partigiano al grilletto.. i nomi dei fascisti giustiziati dai nostri alla “Caserma del Diavolo” sgranati da un’ automobile munita di altoparlante… l’esortazione finale che sentivo per la prima volta: “Niente fiori ma opere di bene”.

Non so dire quanto furono lunghi i giorni di quel 25 aprile, certamente durarono fin oltre il primo maggio e quello di quel giorno fu il primo comizio al quale assistetti. » Continua a leggere «

19 April 2016 - Comments Off - permalink

Ritratti

Ennio Serventi è il “vecchio” più giovane che io conosca. Penso di sapere qual è il suo “segreto”: la passione. Lo so, la parola evoca anche dolore, ma così è, infatti, nelle vite vissute con autentica partecipazione, così è nelle vite “da compagni”. La condivisione della sorte altrui non avviene senza lasciare cicatrici.
Ennio Serventi ci regala tre ritratti: accompagna tre uomini conosciuti sul lavoro dall’officina alla pensione, a quel momento dell’esistenza che non sembra poi “quella meta così bella come la si immagina quando si è giovani ed il suo raggiungimento lo si identifica come una vittoria sul lavoro e sul tempo. A quel traguardo il tempo è scaduto e quel che resta non rinnova né sostituisce la pienezza del passato”.
Ennio Serventi, attraverso la scrittura, riconquista la “pienezza del passato”. Per sé, per gli uomini ritratti, per noi.

27 May 2013 - Comments Off - permalink

La vecchia “cokeria”

La vecchia “cokeria” di Cremona – vogliamo chiamarla “fabbrica di gas”? – pareva destinata a scomparire, ad essere demolita. Ennio Serventi prese carta e penna – poi incaricò un amico a fare qualche fotografia – per immortalare un luogo, un edificio, ma insieme anche un lavoro e i lavoratori. Di più: fissò con la parola scritta le parole dette che spesso svaniscono insieme ai lavori “superati”. E così la “storta” continuerà ad evocare la fatica degli uomini accanto alle bocche di fuoco che divorano carbone e vita.

«Affinché, almeno nella memoria, non si obliteri quel luogo» – scrive. Una scelta lessicale davvero suggestiva. Ob-literare, cancellare una lettera, creare un buco, ma anche – per “assonanza” – lasciar cadere nell’oblio. Una parola a rivendicare il ruolo della scrittura affinché luoghi, saperi e uomini non muoiano, “almeno nella memoria”.

Ennio Serventi, La “cokeria”

Questa storia è stata scritta qualche anno fa. Era il tempo di quando “si avanzava l’idea di costruire un “polo tecnologico” sulle aree adiacenti al campo “Zini”. Gli uffici comunali ipotizzavano che la vecchia “cokeria” di via Cardinal Massaia (che qualcuno, sbagliando, identifica come la “Carbonifera”) potesse anche essere demolita. La prospettiva della scomparsa definitiva di quel sito ha sollecito una visita affinché, almeno nella memoria, non si obliteri quel luogo al quale sono legato da ricordi d’adolescente e non solo. La struttura è imponente, sembra che sia l’unica ancora presente nell’Italia del nord. L’area circostante, nonostante alcune manomissioni, manteneva una sua integrità, bisognava inventare qualche cosa che la salvaguardasse integralmente. L’idea del “polo tecnologico” tramontò, non se ne fece niente. Ma su quell’area piccone e cemento hanno compiuto il loro esercizio e oggi le ACLI cremonesi vi hanno trasferito i propri uffici.

24 February 2013 - Comments Off - permalink

Storie di adolescenti e di altra gente di città

“La città non dice il suo passato” – scrive Italo Calvino ne La città di Zaira –, “lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale…”
E certi “cronisti di altri tempi” hanno la capacità di non raccontare soltanto storie e la Storia, ma di “leggere la mano” della città. Ennio Serventi è uno di loro.
Nel suo racconto-lettura la città è cornice collettiva di eventi evocati con uno sguardo che passa oltre l’esperienza individuale.
Le città spesso trasformate seguendo i tracciati dell’interesse privato hanno perso tanti muri dove proiettare una condivisa memoria di sé; la corrosione di una memoria collettiva spiana il terreno per una ricostruzione materiale e “ideale” senza le fondamenta nella coesione sociale.
Dunque “fondamentale” ci sembra ogni racconto che restituisce vita alle pietre, agli uomini e alle donne, alle “linee d’una mano” della Città.

Ennio Serventi, L’eco dello sciopero del 1948.
Storie di adolescenti e di altra gente di città

2 February 2013 - Comments Off - permalink

La Autonoma Primula Rossa

Una vicenda di ribellismo antifascista cremonese fra storia, cronaca, ricordi 1944-1945
di Ennio Serventi

29 June 2012 - Comments Off - permalink

I giorni del 25 aprile

di Ennio Serventi

«Voci sulla presenza di ribelli e partigiani sulle vicine colline ed anche nei nostri boschi rivieraschi erano giunte anche a noi ragazzi del collegio che pure vivevamo una vita abbastanza appartata. Probabilmente devo a questa circostanza se quella località, Bettola, dal nome che richiamava le “bettole”, luoghi di malaffare che un poeta ottocentesco accomunava “alle chiese ed alle ciance dei poeti” come posti e cose da evitare con cura, mi ha sempre suscitato uno strano timore.
Lo strano senso di paura e di diffidenza nei confronti di quella località durò nel tempo e non passò nemmeno dopo una mia prima visita che feci andandovi con il “trenino” che partiva da una piccola stazione a lato della stazione ferroviaria centrale di Piacenza. Avevo dodici, forse tredici anni, quando vi andai in gita aggregandomi ai dipendenti della Società Editrice Cremona Nuova, dove Maurizio lavorava come apprendista linotipista. Conservo, di quella gita, oltre ad un chiaro ricordo, una piccola fotografia di gruppo dove, a mala pena, mi si intravede. C’è anche la Bruna, che abitava in via Bissolati, oltre la caserma e l’antico galoppatoio, vicino alla gelateria del “Nello”.»

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2 May 2009 - Comments Off - permalink

Ines Serventi canta

“Guarda giù dalla pianura / le ciminiere non fanno più fumo / i padroni dalla paura / son compagnati dai carabinier, dai carabinier” è un bel canto proletario. Lei cantava mentre era intenta al lavoro, seduta sul tavolo, le gambe accavallate con un piede appoggiato ad una sedia.
Rimarcava con la voce la doppia ripetizione dell’ultima parola di ogni quartina accompagnandola con un deciso movimento della testa quasi a volere dare più forza alla azione descritta dal canto: “per sconfiggere il capital, IL CAPITAL” e scuoteva con forza la testa.
Noi la cantavamo come canto per la rivoluzione, come invocata in un verso, quando il cantarla era ancora proibito. Il significato di molte delle proposizioni di quel canto nonostante i miei ed i suoi sforzi, mi rimase oscuro per molto tempo. Fu dura capire cosa significasse “abbattere il capital, il capital”. Anche negli anni postbellici la lotta politica fu sempre contro i capitalisti e non contro il capitale. A metà degli anni sessanta ricevetti un severo rimbrotto da un prestigioso dirigente locale del partito che mi ricordò come il capitale esistesse “anche in Russia”.
In quegli anni ci fu una riscoperta e rivalutazione culturale degli antichi canti di lotta e del lavoro. Lei cantò e Sergio Lodi di Piadena registrò Laurina a la filanda, e Guarda giù dalla pianura.

*

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Ines Serventi canta “Guarda giù dalla pianura”

vedi: Il ragazzo e la sarta che cantava

13 February 2009 - Comments Off - permalink

Il ragazzo e la sarta che cantava

Canzoni, amore e militanza

di Ennio Serventi

«J’aimerai toujours le temps des cerises
Et le souvenir que je garde au coeur…»
Jean-Baptiste Clément

Era grata a chi, invece che alla filanda, dopo la scuola elementare l’aveva indirizzata a quel laboratorio (“ho fatto anche la sesta” diceva con orgoglio).
La bottega del signor Emilio Faia – sarto prestigioso, ciclista, sportivo appassionato, fondatore con altri e primo presidente della Unione Sportiva Cremonese – apriva la sua vetrina in quella strada che è adesso corso Mazzini, proprio a lato della antica farmacia del dott. Leggeri che ancora esiste.
La natura era stata prodiga con il signor Emilio, fornendolo di padiglioni auricolari di dimensioni tali che fino a qualche anno fa ancora se ne parlava. Nel laboratorio prestavano la loro opera una decina di lavoranti, uomini e donne in una, per lei assolutamente nuova, promiscuità. Il giorno che fece il suo ingresso in quella sartoria, accompagnata da una istitutrice del collegio, uno di quei lavoranti la salutò anche con un sorriso. Lei si accorse più tardi che era claudicante. Veniva tutti i giorni con la bicicletta dal suo paese, Castelvetro Piacentino. Una volta ebbe una piccola discussione con il signor Emilio e lei, “la piccinina del collegio” come lui la chiamava, l’aveva sentito rispondere ai quei rimbrotti del principale con una ben scandita, per lei misteriosa frase: “verrà il giorno della riscossa”.

il testo completo – pdf

vedi ancora: Ines Serventi canta

13 February 2009 - Comments Off - permalink

Genova, 21 luglio 2001

di Ennio Serventi

Da Sturla fino all’antico borgo marinaro di Boccadasse la strada era tutta piena di gente. Nessuno starter aveva dato il via ma la gente, la tanta gente, si era mossa da sola forse spinta da quella nuova che i pullman scaricavano in continuazione vicino a quel campo sportivo. All’incrocio di certe strade della borgata marinara noi avremmo dovuto incontrarci con altri compagni provenienti da diversi luoghi e con loro costituire la nutrita retroguardia che, nella strategia dei piani, avrebbe fatto da tappo di chiusura al corteo.
Mancammo quell’incontro strategicamente predisposto; sospinti in avanti dalla corrente del corteo passammo Boccadasse, ci ritrovammo in corso Italia in marcia verso il ponente, involontariamente separati dagli altri gruppi di partecipanti cremonesi.
Procediamo con passo sufficientemente rapido, il ritmo dell’andare rallenterà più avanti forse per il continuo arrivo di gente nuova che ingigantisce il corteo. Più in là, molto più in là, alla linea dell’orizzonte in direzione del lontano Palazzo dello sport e della Fiera Internazionale un fumo come nebbia sale sopra i palazzi.
Poco più in alto di quelle case volteggia e rivolteggia in continuazione un elicottero; diventerà con la sua presenza e con il continuo assordante e ritmato sempre uguale battere delle pale uno degli incubi di quella giornata. Nessuno canta, nessuno lancia slogan, si sente il brusio delle tante parole scambiate e lo strascicare dei passi sul selciato.
Sulla destra un muretto fa da limite ad un profondo prato. Là in fondo, distante dalla strada, la bassa sagoma di un edificio pubblico, forse una scuola o un ufficio postale. Uno che ne ha il comando schiera il suo plotoncino di uomini in armi, forse dieci, in una inutile ostentazione.
Carlo Giuliani era appena stato ucciso nel pomeriggio di ieri e dal corteo, che va diritto per la sua strada, partono fischi.
Sono i primi poliziotti o carabinieri che incontro. Mi impressiona la differenza dell’aspetto fra questi nuovi tutori dell’ordine e quelli dei miei ricordi: maschere, elmi con visiere, gambali, scudi grandi e manganelli di lunghezza raddoppiata, gambe divaricate; fasciati di scuro niente dell’umano del corpo esce da quelli scafandri.
Mi appaiono giganteschi nelle loro divise imbottite. Incutono timore a guardarli. Noi siamo rimasti quelli di sempre, con le nostre bandiere, i canti e le grida. Loro no, non sono più quelli di Valle Giulia cari a Pasolini. Provengono, forse, dalle stesse “trezzere” e tratturi percorsi un tempo dai loro padri ancora bambini e dai padri dei padri.
Avi che andarono con asini e bandiere nelle terre del latifondo e del demanio, rivendicarono il lavoro e l’assegnazione di quelle terre incolte alle costituenti cooperative come indicato dai decreti del ministro Gullo. Ricevettero in cambio anche le scariche di Portella della Ginestra. Storie di padri e di nonni, non sono più le loro storie, la caserma li ha cambiati.[...]

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21 May 2008 - Comments Off - permalink

Bandiera bianca

di Ennio Serventi

Il cortile, la gente, i lavori, la giornata del 9 settembre 1943 nella casa di
via Bissolati 11
La battaglia alla porta centrale della caserma Manfredini vista attraverso gli occhi di un bambino

La chiamavano, non ho mai saputo bene il perché, “la saléta”. Delle tre stanzette che costituivano il nostro appartamento era certamente la più bella e la più vivibile. Sovrastata da una soffitta era parzialmente riparata sia dal sole che dal gelo. Le altre, coperte da una terrazza, erano alla mercé dei rigori stagionali. Le chiamavamo “i piombi di Venezia”. La “saléta” prendeva aria e luce da una piccola finestra, la”finestrìna” la chiamavamo noi per le sue ridotte dimensioni più che per un eccesso di affettuosità nei suoi confronti. Non era possibile sporgersi, poiché era munita di una robusta grata di ferro sopra la quale era stata stesa, saldamente ancorata al muro, una rete metallica a maglie molto fitte. Nessuno oggetto avrebbe potuto cadere al di sotto. Affacciandosi, lo sguardo poteva anche spaziare lontano oltre una teoria di tetti, di giardini abbandonati e di cortili per i giochi dei bambini ed incontrarsi con la fantasia. Erano gli interni delle case che si affacciavano sulla via Ruggero Manna, parallela alla nostra. Il cortile dell’asilo infantile “Brigida Zucchi” con un portico ed una vetrata; un susseguirsi di tetti diseguali, al termine dei quali si vedeva il piano alto ed il tetto del distretto militare; il giardino inselvatichito di casa Manara, più in là, la terrazza ed il giardino del dott. Nolli.
Il giardino di casa Manara era il più affascinante. Aiuole dai contorni sgangherati, cespugli di fiori una volta coltivati, residue tracce di vialetti e sentieri invasi dal crescere disordinato delle siepi che una volta li delimitavano, alberi di melograno che consumavano i loro frutti. In alto, all’angolo del fabbricato, un balcone con una bella ringhiera barocca. Un tralcio di glicine con le radici nel giardino si arrampicava fino al balcone ombreggiandolo con la sua chioma e con i suoi abbondanti azzurri fiori, che vagamente richiamavano nella forma grappoli d’uva. Nel giardino il vecchio Bottesini, che io ho sempre visto con il cappello in testa, disponeva in belle file le statuine di gesso, che lui artigianalmente fabbricava, perché asciugassero all’aria ed al sole. Aveva il suo laboratorio nel vecchio rustico che occupava un angolo del giardino al quale si poteva accedere attraverso una grande porta anche da via Bissolati. In questo dedalo d’interni, proprio a ridosso del muro di confine con la nostra casa, a perpendicolo con la “finestrìna” c’era (c’è ancora) un piccolissimo cortile. Era la parte della casa di via Bissolati, affiancata alla nostra. Ed in quel cortiletto nel quale noi non riuscivamo a guardare, nel pomeriggio di quel 9 settembre si rifugiarono alcuni soldati italiani nel tentativo di sfuggire alla caccia dei tedeschi
Le cose, in quella casa di via Bissolati contrassegnata dal n. 11 della vecchia numerazione (ora 21), quel 9 settembre del 1943 andarono così.
Cominciò così, quella normale mattina di quella eccezionale giornata.
La sarta del secondo piano, come le veniva imposto dalle necessità della vita, era sveglia già da qualche ora. Seduta sopra il tavolo della saletta, con una gamba accavallata sull’altra che poggiava sopra una sedia, era intenta al suo lavoro. La testa china, con una mano reggeva il lembo di stoffa che con rapidità andava riempiendo di piccoli punti.
Con veloce gesto ed uguale cadenza nel tempo il braccio destro si abbassava e si rialzava estendendosi per tutta la lunghezza che gli veniva concessa dalla gugliata che andava sempre più accorciandosi. Alla necessità del suo ricambio il movimento si sarebbe interrotto giusto il tempo di svolgere da un rocchetto un nuovo pezzo di filo.
Non andava spezzato, il filo, ma diviso da un taglio deciso fatto con gli incisivi, evitando così che il capo si sfilacciasse e rendesse difficoltosa la sua infilatura nella cruna. A questo punto l’andare e venire del braccio sarebbe ripreso. Era questo un lavoro che aveva una sua meccanica ripetizione e lasciava la mente libera di seguire altri pensieri. Molto spesso cantava. Canzoni d’amore o di filanda. A volte erano anche canzoni con contenuto politico dove si parlava di “umanità offesa”, di “sol dell’avvenire” e di “riscatto”. Antichi vecchi canti che mantenevano intatta la loro attualità, imparati prima che venissero vietati da una legge. Ma questi le sgorgavano, non c’era legge che tenesse, lei li cantava. [...]

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16 April 2008 - Comments Off - permalink

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