Vent’anni nel Millenovecentoquaranta

di Giovanni Giovannetti

 

Sai nonno, a volte mi manca la tua voce e le storie di quando eri sui monti a combattere i tedeschi: non eri comunista, lo saresti diventato solo dopo l’assunzione alla Snia. Il reparto solfuri era tra i più nocivi. Non stavi nella pelle quando don Virginio ha messo una parola buona con Grandi e sei passato alla Necchi. La fonderia era dura: colavi ghisa a mano nelle siviere… ma ti si apriva il mondo, perché quel lavoro ti ha dato nuovi orizzonti e ti ha cambiato la vita. Dev’essere stato bello avere vent’anni nel Quaranta: le sere d’estate andavi per feste con la nonna, a ballare all’aperto tra lucciole, pioppi e tigli.

I comunisti militavano nel “buon partito” di Gramsci e di Togliatti che si racconta nel libro di Clemente Ferrario e in fabbrica non era facile per quelli come te: discriminati, confinati… In sezione si discuteva di progresso e di riscatto sociale, e la vita si pagava a rate «con la Seicento, la lavatrice», cantava Ivan Della Mea.

L’unità sindacale, il Sessantotto, l’autunno caldo… Il babbo aveva vent’anni e scendeva in piazza a manifestare contro i colonnelli greci e contro il golpe in Cile ma anche per la riforma della scuola e per alcuni diritti civili: l’aborto, il divorzio… Gli anni Settanta… vi hanno fregati: a Milano e a Brescia le bombe sono di Stato, P2, Servizi deviati, Italicus e strage alla stazione di Bologna. Altro che destabilizzazione: la voglia di cambiamento ve l’hanno fatta passare con le stragi e con l’assurda uccisione di Moro per mano delle Brigate rosse.

Finisce male anche in fabbrica, con la cassa integrazione a zero ore come anticamera del prepensionamento. Non eri né vecchio né giovane; ti sentivi umiliato e inutile. Il vuoto dentro te lo leggevo in faccia: come nella poesia di Nelly Sachs, «Una spina gli ha serrato la bocca / la parola gli si è persa negli occhi».

Cambia anche la politica. Il «buon partito» non c’è più. Al suo posto c’è una “cosa” di lotta (a difesa degli interessi particolari) e di malgoverno, chiusa in sé stessa, in mano a mezzecalzette e politicanti di mestiere, lontana dalla gente e vicina a chi muove denaro.

La sera mi leggevi le storie. Ricordo ancora la Fattoria degli animali di Orwell: per te comunista e libertario i maiali di Orwell erano la metafora del potere tronfio e corrotto; per me era una storia di paura, che solo oggi assume un preciso significato: come quei maiali, i politici di mestiere parlano di loro tra loro. Se la “cosa” esce dalla tana lo fa per chiedere il nostro voto con il linguaggio menzognero dei venditori di fumo; poi torna a mettere la porta tra sé e i cittadini.

No, questo non è più il partito nel quale hai militato. Il “buon partito” non avrebbe ignorato i nuovi immigrati Rom e rumeni dell’area Snia. Come voi prima di noi, molti di loro chiedono pane, lavoro e un futuro migliore per i figli. Esseri umani «liberi di dover partire», ha scritto il poeta Leo Zanier o «di portare in giro la loro fame»: come lo zio Fausto, che negli anni Cinquanta ha fatto lo “stagionale” in Svizzera; come tuo fratello Paolino, emigrato nell’Illinois negli anni Venti; come la zia Giuliana, andata in sposa a un soldato americano nel 1946. [...]

Tu ora sei vecchio e in dialisi. A giorni alterni un pulmino ti porta alla clinica Maugeri. Due anni fa il servizio era gratuito; oggi ti costa quasi il 10 per cento della pensione e fatichi ad arrivare a fine mese. A due chilometri da casa tua hanno costruito un centro commerciale. Una fregatura, perché il lattaio, il fruttivendolo e decine di altri negozi del quartiere hanno dovuto chiudere. Vogliono anche toglierti l’orto, per farne un parcheggio.

A Pavia eravate 16.000 operai; oggi ne rimangono poche centinaia. C’erano le fabbriche; oggi sono aree dimesse, nel mirino della speculazione immobiliare. La “tua” Necchi è stata chiusa da affaristi interessati solo ai suoli, con il benestare della pseudosinistra politica e sindacale. Stanno anche cancellando i segni della tua storia, che è la nostra. Dell’era industriale, non resta che qualche pregevole edificio della Snia, lungo viale Montegrappa, l’ultima testimonianza. Avrebbero voluto abbattere anche quelli. Hai visto? siamo riusciti ad impedirglielo.

14 April 2010 - Comments Off - permalink

Autobiografia

di Fausto Giovannetti

Sono andato in Isvizzera nel ‘51. Perché a lavorare la terra in Toscana non c’era un guadagno (si lavorava la nostra terra, e un po’ era in affitto). Io avevo una mucca, un’altra mucca avevano altri contadini e, con l’aratro assieme, si lavorava la mi’ terra e la sua. Possiamo dire che si mangiava e si beveva, il cibo era sempre sufficiente. Ma guadagno non c’era, non si poteva metter dei soldi da parte: era una vita in quel sistema lì.
Sono dunque andato in Isvizzera. Ci avevo degli amici a lavorare del mio paese, e quando tornavano giù mi dicevano che si poteva avanzare qualche cosa. Là si lavorava dalle 6 al mattino alle 7 la sera – io almeno lavoravo in una latteria e l’orario era quello.
Mia sorella Giuliana, alla fine della guerra, se n’era già andata in America, per sposarsi: aveva conosciuto un soldato americano, e così potette partire. In America c’era già zio Paolino, a Chicago, però lui era partito in altra epoca, negli anni Venti. Più che per sposarsi, Giuliana voleva andà via, e infatti si sposò poi con un altro, e s’è trovata bene. Ma ora anche là c’è disoccupazione, e il marito Luigi è a casa senza lavoro, e scrive che fa un giorno qua e un giorno là.
Andandomene nel ‘51, a casa con mi’ pà e mi’ mà rimanevano la mi’ sorella più piccina e mi’ nonno. Un altro fratello più giovane di mio padre era morto in campo di concentramento in Germania; la mi’ nonna era morta nel ‘43. Quando partii, mi’ padre Giulio ha lasciato la terra in affitto, dato che non c’era più Fausto, e al posto di seminare frumento e grano in quantità, come ne seminavamo prima, ha messo la terra a prato, ha seminato l’erba, e teneva magari un vitello in più, che gli comportava meno lavoro.
Lavorando la terra, non si poteva avanzare neanche una lira.
A quei momenti la Piaggio aveva tirato fuori i vespini, e mi ricordo che mi’ padre, io ce l’ho chiesto se me lo comprava, quando c’erano altre famiglie, che io ritenevo che avevano meno possibilità di noi, che ce l’avevano. E lui disse: «Te lo vai a guadagnare». A questo punto, mi feci il passaporto. Al momento che l’ebbi, mi’ padre disse: «Guarda, se vuoi te lo compro». Quasi non voleva che andassi via, però aveva intenzione di comprare del terreno (non comprato, poi) e fece un ragionamento come dire: «Per pigliarti il motorino, non compro la terra», lo dissi: «Beh, il passaporto ce l’ho per sei mesi», perché quel ragionamento per me non quadrava.
Sul passaporto c’era scritto: «Turista lavoratore» e «Non rinnovabile da nessun consolato». Ma al consolato m’hanno fatto il timbro e me l’hanno fatto anche sì per tre anni, e sono restato là. Se ne sono accorti tre anni dopo.
In Isvizzera c’era già il cugino Natalino, che lavorava ad Arne-sur-Orbe, con un padrone di latterie e di un allevamento di 1400 animali, lo lavoravo un po’ in latteria da una parte, un po’ da un’altra. Se il personale era ammalato o se non era ammalato, a me mi mandava dove c’era più lavoro: a volte giardiniere, poi via col camion a caricare: in certi momenti, d’estate, ai sili dove si cuoceva tonnellate e tonnellate di patate col vapore.
La paga, si prendeva sulle sei-settemila lire anche dieci. Più di quelli che lavoravano ‘n campagna dalle 4 del mattino fino alle 9-10 la sera. Cominciai a lavorare con centocinquanta franchi al mese;  poi arrivai a dugentoventi-dugentotrenta. Allora il cambio era centoquarantatre e sessantatre, mi pare. Comunque io ero lì spesato, lavato, stirato, dormire. Il trattamento era buono, non è che fosse poi male. C’era da lavorare, però alla fin del mese – a parte tutti i vizi, i soldi che potevo spendere a divertirmi –, sui cento franchi potevano avanzarmi. C’erano molti del paese, dove lavoravo io: c’era Natalino poi Giovanni: c’era Giuseppino, e due che abitavano su in cima alla Pieve: e Ilario, Giovanni del Gobbo; insomma, in diversi.
Ho sempre fatto quel lavoro. Tanti cambiavano da un padrone all’altro, ma io col mi’ padrone mi trovavo bene. Ero fidanzato con Pina, che lavorava a Orbe, e sono restato lì fino a quando lei dovette venire in Italia, perché i suoi padroni dovevano andare a fare un giro in mare per quindici giorni. E allora dissi: «Beh, se vai a Pavia – perché lei era pavese – vai anche in Toscana». Perché io ero intenzionato a sposarmi, ma di andare in Toscana, dissi: «Sei tu che devi venire a casa mia, non io che vengo a casa tua», e lei non voleva andare, anzi voleva restare in Isvizzera. Alla fine andò in Toscana, le diedi qualche cosa di soldi da dare a mi’ pà, perché mia sorella Raffaella stava male. E siccome peggiorava, tornai in Toscana anch’io e ci rimasi.
Era il 1954, non era come oggi, e non c’era nessuna assistenza per i coltivatori diretti era tutto sulle spese. E mi’ pà ‘un c’aveva tanti soldi. Fu cosi che gli detti quelli della Svizzera pe’ le medicine, e l’ospedale. Il mio padrone mi scriveva perché voleva che tornassi indietro, mi avrebbe pagato tutti i mesi che sono stato in Italia, il viaggio, purché tornassi, lo dissi: «No, non posso più venire». Pina era venuta via anche lei.
Raffaella prese un miglioramento e tutto d’un colpo in un mese era fuor di pericolo, e le cure le poteva fare a casa, così la portammo a casa. Alla fine di novembre io e Pina ci siamo sposati.
Io lavoravo la terra, sennonché lavorare la terra ed essendo in casa, chi comandava era sempre mi’ padre. Si lavorava, si mangiava, ma non avevo una possibilità di comprà un vestito, un par di scarpe e magari mi avanza qualcosa, per un domani. Insomma, erano momenti brutti, ancora così.
Mi’ suocera Teresa a Pavia aveva un’osteria, con sali e tabacchi, al Cantone, l’aveva presa da poco e compravano l’uva in collina, che poi avevano la cantina e la lavoravano loro.
Io ero pratico di queste cose, perché avevo la campagna, allora mi disse se venivo quassù per qualche giorno, per fare quel lavoro. Mio figlio Giovanni era nato da pochi giorni, e sono venuto quassù io solo, gli ho messo a posto tutto. Poi c’era da aspettare sette-otto giorni per la fermentazione del vino, bisognava toglierlo dalle botti. Ho trovato d’andare a fare il cameriere, al Gambarana in corso Garibaldi, e sono andato li.
Il padrone era contento di me, però non mi garbava il lavoro del cameriere, perché avevo dei turni sfasati. La sera bisognava lavorare fino alle 10, alle 11; lo stipendio era poco, più che altro si viveva sulle mance. I camerieri anziani, magari verso le 10 e mezza andavano via, dovevo andà via anch’io, ma ero l’ultimo arrivato, e se entrava un cliente bisognava servirlo, e dovevo star lì fino a mezzanotte per du’ persone. Non mi garbava. Non ce l’avevo il vestito da cameriere: i pantaloni, la camicia, la cravatta. Mi dette tutto il padrone. Quando mi dice: «Guarda, ti devi comprare questa roba», io rinunciai: «Non me la compro perché non mi piace fare questo lavoro».
D’altra parte, messa a posto tutta la cantina di Teresa, tutto il vino come si deve, mi fa Teresa: «Perché non resti a lavorare qui, ti piacerebbe?». Dissi: «Mah, perché no?». Però non c’era niente di impegni, e riandai laggiù in Toscana. [continua a leggere]

In Clemente Ferrario, Operai e contadini. Un secolo di storia e oltre, Effigie, 2004, pp. 238-248
Grazie a Giovanni Giovannetti / Effigie per la concessione del testo e delle fotografie

17 April 2008 - Comments Off - permalink

Le rogazioni

di Giovanni Giovannetti

[…] Nella liturgia ecclesiastica, c’erano riti specifici per le necessità dei campi: per chiedere la pioggia o il sereno e per allontanare le tempeste e le pestilenze. Le più solenni occasioni di preghiera erano le Rogazioni maggiori e minori. quelle maggiori cadevano in tarda primavera, il lunedì, il martedì e il mercoledì prima della festa dell’Ascensione, ed erano dunque di data variabile; quelle minori il 24 e 25 aprile. In quei giorni, con i fedeli, il parroco passava in processione per i campi, e li benediva: si recitavano le litanie dei Santi e si implorava l’abbondanza dei frutti della terra, scongiurando gli uragani, il temporale e la grandine. Don Cecilio fu tra i pochi a celebrare le Rogazioni in provincia di Pavia. Quattro volte l’anno, dopo il rosario della sera, i fedeli uscivano in processione dalla chiesa parrocchiale, cantando le litanie dei santi […], si dirigevano verso i quattro punti cardinali con la croce, dove il sacerdote benediva i campi.

in, I mestieri di Po, Effigie, 2006, pp. 95

Le rogazioni a Zerbolò (Pavia), 1983

vedi: La crocetta nella piana di Luisito Bianchi

20 May 2006 - Comments Off - permalink

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