Una fossa nell’aria

di Anna Ruchat

Su un doppio filo tematico e cronologico continuamente spezzato, interrotto e ripreso, è qui disposto un susseguirsi di storie che sono le storie dei personaggi elencati nella lista iniziale ma che, qui, in questo testo, sono storie senza nome in quanto narrano in un sovrapporsi di assonanze e dissonanze quell’unica grande tragedia.
Il senso di questo testo composito o di questi molti testi è però anche quello di permetterci di capire che nella letteratura man mano che tempo ci separa dagli eventi, sempre più la shoa assume il valore di un paradigma e di un monito che va ben oltre la contrapposizione vittima-carnefice così come, in forma estrema, si è prodotta allora, e che configura invece lo schema della mentalità occidentale nella situazione di conflitto. Uno schema che ancora tragicamente si ripete nei genocidi del presente.

«Caro scopritore, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terra. Qui sotto sono sepolti una decina di documenti diversi, miei e di altri, che faranno luce su tutto ciò che è accaduto in questo luogo. Vi è sepolta anche una grande quantità di denti. Noi, lavoratori del Kommando, li abbiamo sparsi apposta nel terreno, quanti più abbiamo potuto, perché il mondo potesse trovare le tracce concrete dei milioni di uomini ammazzati.
Esprima il futuro il suo giudizio su di noi in base alle mie annotazioni e che possa il mondo dare uno sguardo almeno su una goccia, su un frammento del mondo tragico in cui abbiamo vissuto.»

Salmen Gradowski
Victor Klemperer
Paul Celan
Primo Levi
Jean Améry
Elie Wiesel
Giobbe
Nelly Sachs
Hannah Arendt
Tadeusz Borowski
Jureck Becker
Ruth Klüger
Rosetta Loi
Lo Ching
Kathrin Schmidt
Heiner Müller
Jerom Rothenberg
Stefan Hyner
«Caro scopritore, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terra. Qui sotto sono sepolti una decina di documenti diversi, miei e di altri, che faranno luce su tutto ciò che è accaduto in questo luogo. Vi è sepolta anche una grande quantità di denti. Noi, lavoratori del Kommando, li abbiamo sparsi apposta nel terreno, quanti più abbiamo potuto, perché il mondo potesse trovare le tracce concrete dei milioni di uomini ammazzati.
Esprima il futuro il suo giudizio su di noi in base alle mie annotazioni e che possa il mondo dare uno sguardo almeno su una goccia, su un frammento del mondo tragico in cui abbiamo vissuto.»

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Viktor Klemperer

I diari di Victor Klemperer (1933-1945) sono la prima grande testimonianza della tragedia tedesca raccontata dall’interno da un ebreo privilegiato, ma nondimeno costantemente minacciato, che scruta il presente con occhio vigile, impietoso verso se stesso prima ancora che verso gli altri, sempre animato dalla ferma volontà di capire e di lasciare ai posteri un documento capace di colmare nel dettaglio le inevitabili lacune delle sintesi storiche. Nel febbraio del 1933, quando i nazionalsocialisti vanno al potere, Victor Klemperer è un professore tedesco di cultura europea e di origini ebraiche; storico della letteratura francese presso la Technische Hochschule di Dresda, Klemperer è allievo di Voßler, collega di Auerbach e di Curtius, ma non sono gli studi a costituire il filo rosso della sua esistenza bensì una ferrea volontà di integrazione culturale e sociale. Ultimo dei sette figli del rabbino capo della Comunità riformata berlinese, Klemperer aveva sposato una donna ariana, s’era convertito, laico, alla fede protestante e aveva partecipato alla prima guerra mondiale, compiendo così, come e più dei fratelli, tutti i passi richiesti a un ebreo che volesse vedersi riconosciuta l’appartenenza al popolo tedesco.

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5 June 2006 - Comments Off - permalink

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