Forse l’aula

Clara Manganati
Paolo

Biondo, timido, lo sguardo sfuggente, magro e agile, non sa stare mai fermo. Forse ha un tic, e sbatte le ciglia, non ti guarda mentre provi a parlargli. Scrive male, il quaderno strappato, stropicciato dai fratelli minori. È vivace ma sembra impaurito, non sappiamo quasi niente di lui. Ha dei lividi, noi ci preoccupiamo, sembra un pugno, anzi lo è. Anche il preside adesso è al corrente: si dovrebbe avvertire qualcuno che provveda, che intervenga in famiglia. Ma il quartiere è dei più disgraziati, l’assistente sociale è oberata. E pensiamo che sarebbe tremendo se, allertata, lo togliesse da lì. Un affido a gente migliore, sola strada, ma triste e avvilente. Ed il padre, che è stato chiamato, non arriva, è evidente perché.
Poi un giorno facciamo una gara: consultiamo insieme una mappa con le strade di tutta Milano. Chi è più svelto a trovare la via o la piazza che ho nominato avrà un premio: un applauso da tutta la classe e un bel voto sul registro e il quaderno. Ed è Paolo il più bravo di tutti, ce l’ha fatta, è tutto sudato. Bravo, davvero sei bravo: non importa se fai tanti errori, se non sai seguire le righe. Con la mappa però ci sai fare.
E decido di chiamare suo padre: sul diario, senza dirlo a nessuno, non al preside o alla segreteria. Ho piacere di parlare con lei, venga a scuola, quando vuole, io l’aspetto. E alla fine, è già quasi estate, l’uomo arriva e bussa alla porta. È   dimesso, di aspetto modesto, ha lasciato per poco il cantiere. E si aspetta che io mi lamenti, che lo accusi, è già pronto a mentire. Al contrario: Paolo è bravo, è gentile, ne può andare davvero orgoglioso. Ci stringiamo la mano e lui dice di come sia duro il lavoro; di come, tornando la sera, sia irritato dai suoi tre bambini, dagli strilli e dai loro litigi e di come lui allunghi le mani. La capisco, ma abbia riguardo, il suo Paolo è davvero speciale.
Ed ammetto che, dopo tanti anni, è di Paolo che ho il ricordo più vivo: dei suoi occhi sempre sfuggenti, dei capelli non sempre puliti, dei suoi rari incerti sorrisi.

da Clara Manganati, Forse l’aula, Apostrofo ed., 2012

17 June 2012 - Comments Off - permalink

Viboldone

Fatica di disporre sull’altare
l’usuale disegno con gli scampoli
di giorni che promesse di raccolti
nutrirono ma ceste e mani vuote
elessero ad insegna;
e tu mia sorte
segui con somiglianza di ritagli
che tenerezze schiudono d’inviti
alla pazienza di semine nuove.

 

Queste parole di don Luisito Bianchi accompagnavano uno degli acquarelli di Aldo Gasparini nel libro Signora di silenzi e di marcite.

Sono, questi, tempi di “pazienza di semine nuove”.

La terra di Viboldone, attorno all’Abbazia signora di silenzi e di resistenza – quella che Aldo Gasparini con amorevole pazienza ritrae e poi, generosamente, ci offre -  è terra in cui continueremo a riporre i semi della speranza.

4 January 2012 - Comments Off - permalink

Vent’anni nel Millenovecentoquaranta

di Giovanni Giovannetti

 

Sai nonno, a volte mi manca la tua voce e le storie di quando eri sui monti a combattere i tedeschi: non eri comunista, lo saresti diventato solo dopo l’assunzione alla Snia. Il reparto solfuri era tra i più nocivi. Non stavi nella pelle quando don Virginio ha messo una parola buona con Grandi e sei passato alla Necchi. La fonderia era dura: colavi ghisa a mano nelle siviere… ma ti si apriva il mondo, perché quel lavoro ti ha dato nuovi orizzonti e ti ha cambiato la vita. Dev’essere stato bello avere vent’anni nel Quaranta: le sere d’estate andavi per feste con la nonna, a ballare all’aperto tra lucciole, pioppi e tigli.

I comunisti militavano nel “buon partito” di Gramsci e di Togliatti che si racconta nel libro di Clemente Ferrario e in fabbrica non era facile per quelli come te: discriminati, confinati… In sezione si discuteva di progresso e di riscatto sociale, e la vita si pagava a rate «con la Seicento, la lavatrice», cantava Ivan Della Mea.

L’unità sindacale, il Sessantotto, l’autunno caldo… Il babbo aveva vent’anni e scendeva in piazza a manifestare contro i colonnelli greci e contro il golpe in Cile ma anche per la riforma della scuola e per alcuni diritti civili: l’aborto, il divorzio… Gli anni Settanta… vi hanno fregati: a Milano e a Brescia le bombe sono di Stato, P2, Servizi deviati, Italicus e strage alla stazione di Bologna. Altro che destabilizzazione: la voglia di cambiamento ve l’hanno fatta passare con le stragi e con l’assurda uccisione di Moro per mano delle Brigate rosse.

Finisce male anche in fabbrica, con la cassa integrazione a zero ore come anticamera del prepensionamento. Non eri né vecchio né giovane; ti sentivi umiliato e inutile. Il vuoto dentro te lo leggevo in faccia: come nella poesia di Nelly Sachs, «Una spina gli ha serrato la bocca / la parola gli si è persa negli occhi».

Cambia anche la politica. Il «buon partito» non c’è più. Al suo posto c’è una “cosa” di lotta (a difesa degli interessi particolari) e di malgoverno, chiusa in sé stessa, in mano a mezzecalzette e politicanti di mestiere, lontana dalla gente e vicina a chi muove denaro.

La sera mi leggevi le storie. Ricordo ancora la Fattoria degli animali di Orwell: per te comunista e libertario i maiali di Orwell erano la metafora del potere tronfio e corrotto; per me era una storia di paura, che solo oggi assume un preciso significato: come quei maiali, i politici di mestiere parlano di loro tra loro. Se la “cosa” esce dalla tana lo fa per chiedere il nostro voto con il linguaggio menzognero dei venditori di fumo; poi torna a mettere la porta tra sé e i cittadini.

No, questo non è più il partito nel quale hai militato. Il “buon partito” non avrebbe ignorato i nuovi immigrati Rom e rumeni dell’area Snia. Come voi prima di noi, molti di loro chiedono pane, lavoro e un futuro migliore per i figli. Esseri umani «liberi di dover partire», ha scritto il poeta Leo Zanier o «di portare in giro la loro fame»: come lo zio Fausto, che negli anni Cinquanta ha fatto lo “stagionale” in Svizzera; come tuo fratello Paolino, emigrato nell’Illinois negli anni Venti; come la zia Giuliana, andata in sposa a un soldato americano nel 1946. [...]

Tu ora sei vecchio e in dialisi. A giorni alterni un pulmino ti porta alla clinica Maugeri. Due anni fa il servizio era gratuito; oggi ti costa quasi il 10 per cento della pensione e fatichi ad arrivare a fine mese. A due chilometri da casa tua hanno costruito un centro commerciale. Una fregatura, perché il lattaio, il fruttivendolo e decine di altri negozi del quartiere hanno dovuto chiudere. Vogliono anche toglierti l’orto, per farne un parcheggio.

A Pavia eravate 16.000 operai; oggi ne rimangono poche centinaia. C’erano le fabbriche; oggi sono aree dimesse, nel mirino della speculazione immobiliare. La “tua” Necchi è stata chiusa da affaristi interessati solo ai suoli, con il benestare della pseudosinistra politica e sindacale. Stanno anche cancellando i segni della tua storia, che è la nostra. Dell’era industriale, non resta che qualche pregevole edificio della Snia, lungo viale Montegrappa, l’ultima testimonianza. Avrebbero voluto abbattere anche quelli. Hai visto? siamo riusciti ad impedirglielo.

14 April 2010 - Comments Off - permalink

Il cielo di Mosca

Graziano Spinosi

22 giugno 2008

Il cielo di Mosca, in questo periodo, si alza e si abbassa repentinamente, cambiando così lo scenario di un luogo che non promette e non regala niente a nessuno. L’aria sa di zolfo e di polvere da sparo: è una città rovente ma ad ogni angolo puoi incontrare qualcosa di meraviglioso. Ho cercato con imprudenza, per strada e nei grandi cortili, gli indizi dei personaggi della letteratura russa. Rari, gatti a parte, per fortuna ancora gli stessi.

23 June 2008 - Comments Off - permalink

Autobiografia

di Fausto Giovannetti

Sono andato in Isvizzera nel ‘51. Perché a lavorare la terra in Toscana non c’era un guadagno (si lavorava la nostra terra, e un po’ era in affitto). Io avevo una mucca, un’altra mucca avevano altri contadini e, con l’aratro assieme, si lavorava la mi’ terra e la sua. Possiamo dire che si mangiava e si beveva, il cibo era sempre sufficiente. Ma guadagno non c’era, non si poteva metter dei soldi da parte: era una vita in quel sistema lì.
Sono dunque andato in Isvizzera. Ci avevo degli amici a lavorare del mio paese, e quando tornavano giù mi dicevano che si poteva avanzare qualche cosa. Là si lavorava dalle 6 al mattino alle 7 la sera – io almeno lavoravo in una latteria e l’orario era quello.
Mia sorella Giuliana, alla fine della guerra, se n’era già andata in America, per sposarsi: aveva conosciuto un soldato americano, e così potette partire. In America c’era già zio Paolino, a Chicago, però lui era partito in altra epoca, negli anni Venti. Più che per sposarsi, Giuliana voleva andà via, e infatti si sposò poi con un altro, e s’è trovata bene. Ma ora anche là c’è disoccupazione, e il marito Luigi è a casa senza lavoro, e scrive che fa un giorno qua e un giorno là.
Andandomene nel ‘51, a casa con mi’ pà e mi’ mà rimanevano la mi’ sorella più piccina e mi’ nonno. Un altro fratello più giovane di mio padre era morto in campo di concentramento in Germania; la mi’ nonna era morta nel ‘43. Quando partii, mi’ padre Giulio ha lasciato la terra in affitto, dato che non c’era più Fausto, e al posto di seminare frumento e grano in quantità, come ne seminavamo prima, ha messo la terra a prato, ha seminato l’erba, e teneva magari un vitello in più, che gli comportava meno lavoro.
Lavorando la terra, non si poteva avanzare neanche una lira.
A quei momenti la Piaggio aveva tirato fuori i vespini, e mi ricordo che mi’ padre, io ce l’ho chiesto se me lo comprava, quando c’erano altre famiglie, che io ritenevo che avevano meno possibilità di noi, che ce l’avevano. E lui disse: «Te lo vai a guadagnare». A questo punto, mi feci il passaporto. Al momento che l’ebbi, mi’ padre disse: «Guarda, se vuoi te lo compro». Quasi non voleva che andassi via, però aveva intenzione di comprare del terreno (non comprato, poi) e fece un ragionamento come dire: «Per pigliarti il motorino, non compro la terra», lo dissi: «Beh, il passaporto ce l’ho per sei mesi», perché quel ragionamento per me non quadrava.
Sul passaporto c’era scritto: «Turista lavoratore» e «Non rinnovabile da nessun consolato». Ma al consolato m’hanno fatto il timbro e me l’hanno fatto anche sì per tre anni, e sono restato là. Se ne sono accorti tre anni dopo.
In Isvizzera c’era già il cugino Natalino, che lavorava ad Arne-sur-Orbe, con un padrone di latterie e di un allevamento di 1400 animali, lo lavoravo un po’ in latteria da una parte, un po’ da un’altra. Se il personale era ammalato o se non era ammalato, a me mi mandava dove c’era più lavoro: a volte giardiniere, poi via col camion a caricare: in certi momenti, d’estate, ai sili dove si cuoceva tonnellate e tonnellate di patate col vapore.
La paga, si prendeva sulle sei-settemila lire anche dieci. Più di quelli che lavoravano ‘n campagna dalle 4 del mattino fino alle 9-10 la sera. Cominciai a lavorare con centocinquanta franchi al mese;  poi arrivai a dugentoventi-dugentotrenta. Allora il cambio era centoquarantatre e sessantatre, mi pare. Comunque io ero lì spesato, lavato, stirato, dormire. Il trattamento era buono, non è che fosse poi male. C’era da lavorare, però alla fin del mese – a parte tutti i vizi, i soldi che potevo spendere a divertirmi –, sui cento franchi potevano avanzarmi. C’erano molti del paese, dove lavoravo io: c’era Natalino poi Giovanni: c’era Giuseppino, e due che abitavano su in cima alla Pieve: e Ilario, Giovanni del Gobbo; insomma, in diversi.
Ho sempre fatto quel lavoro. Tanti cambiavano da un padrone all’altro, ma io col mi’ padrone mi trovavo bene. Ero fidanzato con Pina, che lavorava a Orbe, e sono restato lì fino a quando lei dovette venire in Italia, perché i suoi padroni dovevano andare a fare un giro in mare per quindici giorni. E allora dissi: «Beh, se vai a Pavia – perché lei era pavese – vai anche in Toscana». Perché io ero intenzionato a sposarmi, ma di andare in Toscana, dissi: «Sei tu che devi venire a casa mia, non io che vengo a casa tua», e lei non voleva andare, anzi voleva restare in Isvizzera. Alla fine andò in Toscana, le diedi qualche cosa di soldi da dare a mi’ pà, perché mia sorella Raffaella stava male. E siccome peggiorava, tornai in Toscana anch’io e ci rimasi.
Era il 1954, non era come oggi, e non c’era nessuna assistenza per i coltivatori diretti era tutto sulle spese. E mi’ pà ‘un c’aveva tanti soldi. Fu cosi che gli detti quelli della Svizzera pe’ le medicine, e l’ospedale. Il mio padrone mi scriveva perché voleva che tornassi indietro, mi avrebbe pagato tutti i mesi che sono stato in Italia, il viaggio, purché tornassi, lo dissi: «No, non posso più venire». Pina era venuta via anche lei.
Raffaella prese un miglioramento e tutto d’un colpo in un mese era fuor di pericolo, e le cure le poteva fare a casa, così la portammo a casa. Alla fine di novembre io e Pina ci siamo sposati.
Io lavoravo la terra, sennonché lavorare la terra ed essendo in casa, chi comandava era sempre mi’ padre. Si lavorava, si mangiava, ma non avevo una possibilità di comprà un vestito, un par di scarpe e magari mi avanza qualcosa, per un domani. Insomma, erano momenti brutti, ancora così.
Mi’ suocera Teresa a Pavia aveva un’osteria, con sali e tabacchi, al Cantone, l’aveva presa da poco e compravano l’uva in collina, che poi avevano la cantina e la lavoravano loro.
Io ero pratico di queste cose, perché avevo la campagna, allora mi disse se venivo quassù per qualche giorno, per fare quel lavoro. Mio figlio Giovanni era nato da pochi giorni, e sono venuto quassù io solo, gli ho messo a posto tutto. Poi c’era da aspettare sette-otto giorni per la fermentazione del vino, bisognava toglierlo dalle botti. Ho trovato d’andare a fare il cameriere, al Gambarana in corso Garibaldi, e sono andato li.
Il padrone era contento di me, però non mi garbava il lavoro del cameriere, perché avevo dei turni sfasati. La sera bisognava lavorare fino alle 10, alle 11; lo stipendio era poco, più che altro si viveva sulle mance. I camerieri anziani, magari verso le 10 e mezza andavano via, dovevo andà via anch’io, ma ero l’ultimo arrivato, e se entrava un cliente bisognava servirlo, e dovevo star lì fino a mezzanotte per du’ persone. Non mi garbava. Non ce l’avevo il vestito da cameriere: i pantaloni, la camicia, la cravatta. Mi dette tutto il padrone. Quando mi dice: «Guarda, ti devi comprare questa roba», io rinunciai: «Non me la compro perché non mi piace fare questo lavoro».
D’altra parte, messa a posto tutta la cantina di Teresa, tutto il vino come si deve, mi fa Teresa: «Perché non resti a lavorare qui, ti piacerebbe?». Dissi: «Mah, perché no?». Però non c’era niente di impegni, e riandai laggiù in Toscana. [continua a leggere]

In Clemente Ferrario, Operai e contadini. Un secolo di storia e oltre, Effigie, 2004, pp. 238-248
Grazie a Giovanni Giovannetti / Effigie per la concessione del testo e delle fotografie

17 April 2008 - Comments Off - permalink

Una fossa nell’aria

di Anna Ruchat

Su un doppio filo tematico e cronologico continuamente spezzato, interrotto e ripreso, è qui disposto un susseguirsi di storie che sono le storie dei personaggi elencati nella lista iniziale ma che, qui, in questo testo, sono storie senza nome in quanto narrano in un sovrapporsi di assonanze e dissonanze quell’unica grande tragedia.
Il senso di questo testo composito o di questi molti testi è però anche quello di permetterci di capire che nella letteratura man mano che tempo ci separa dagli eventi, sempre più la shoa assume il valore di un paradigma e di un monito che va ben oltre la contrapposizione vittima-carnefice così come, in forma estrema, si è prodotta allora, e che configura invece lo schema della mentalità occidentale nella situazione di conflitto. Uno schema che ancora tragicamente si ripete nei genocidi del presente.

«Caro scopritore, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terra. Qui sotto sono sepolti una decina di documenti diversi, miei e di altri, che faranno luce su tutto ciò che è accaduto in questo luogo. Vi è sepolta anche una grande quantità di denti. Noi, lavoratori del Kommando, li abbiamo sparsi apposta nel terreno, quanti più abbiamo potuto, perché il mondo potesse trovare le tracce concrete dei milioni di uomini ammazzati.
Esprima il futuro il suo giudizio su di noi in base alle mie annotazioni e che possa il mondo dare uno sguardo almeno su una goccia, su un frammento del mondo tragico in cui abbiamo vissuto.»

Salmen Gradowski
Victor Klemperer
Paul Celan
Primo Levi
Jean Améry
Elie Wiesel
Giobbe
Nelly Sachs
Hannah Arendt
Tadeusz Borowski
Jureck Becker
Ruth Klüger
Rosetta Loi
Lo Ching
Kathrin Schmidt
Heiner Müller
Jerom Rothenberg
Stefan Hyner
«Caro scopritore, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terra. Qui sotto sono sepolti una decina di documenti diversi, miei e di altri, che faranno luce su tutto ciò che è accaduto in questo luogo. Vi è sepolta anche una grande quantità di denti. Noi, lavoratori del Kommando, li abbiamo sparsi apposta nel terreno, quanti più abbiamo potuto, perché il mondo potesse trovare le tracce concrete dei milioni di uomini ammazzati.
Esprima il futuro il suo giudizio su di noi in base alle mie annotazioni e che possa il mondo dare uno sguardo almeno su una goccia, su un frammento del mondo tragico in cui abbiamo vissuto.»

leggi il testo

Viktor Klemperer

I diari di Victor Klemperer (1933-1945) sono la prima grande testimonianza della tragedia tedesca raccontata dall’interno da un ebreo privilegiato, ma nondimeno costantemente minacciato, che scruta il presente con occhio vigile, impietoso verso se stesso prima ancora che verso gli altri, sempre animato dalla ferma volontà di capire e di lasciare ai posteri un documento capace di colmare nel dettaglio le inevitabili lacune delle sintesi storiche. Nel febbraio del 1933, quando i nazionalsocialisti vanno al potere, Victor Klemperer è un professore tedesco di cultura europea e di origini ebraiche; storico della letteratura francese presso la Technische Hochschule di Dresda, Klemperer è allievo di Voßler, collega di Auerbach e di Curtius, ma non sono gli studi a costituire il filo rosso della sua esistenza bensì una ferrea volontà di integrazione culturale e sociale. Ultimo dei sette figli del rabbino capo della Comunità riformata berlinese, Klemperer aveva sposato una donna ariana, s’era convertito, laico, alla fede protestante e aveva partecipato alla prima guerra mondiale, compiendo così, come e più dei fratelli, tutti i passi richiesti a un ebreo che volesse vedersi riconosciuta l’appartenenza al popolo tedesco.

continua a leggere

 

5 June 2006 - Comments Off - permalink

Le rogazioni

di Giovanni Giovannetti

[…] Nella liturgia ecclesiastica, c’erano riti specifici per le necessità dei campi: per chiedere la pioggia o il sereno e per allontanare le tempeste e le pestilenze. Le più solenni occasioni di preghiera erano le Rogazioni maggiori e minori. quelle maggiori cadevano in tarda primavera, il lunedì, il martedì e il mercoledì prima della festa dell’Ascensione, ed erano dunque di data variabile; quelle minori il 24 e 25 aprile. In quei giorni, con i fedeli, il parroco passava in processione per i campi, e li benediva: si recitavano le litanie dei Santi e si implorava l’abbondanza dei frutti della terra, scongiurando gli uragani, il temporale e la grandine. Don Cecilio fu tra i pochi a celebrare le Rogazioni in provincia di Pavia. Quattro volte l’anno, dopo il rosario della sera, i fedeli uscivano in processione dalla chiesa parrocchiale, cantando le litanie dei santi […], si dirigevano verso i quattro punti cardinali con la croce, dove il sacerdote benediva i campi.

in, I mestieri di Po, Effigie, 2006, pp. 95

Le rogazioni a Zerbolò (Pavia), 1983

vedi: La crocetta nella piana di Luisito Bianchi

20 May 2006 - Comments Off - permalink

Sant’Antoniu

Quando registrammo Canti e incanti nel lontano 1993, buttammo dentro un po’ di roba alla rinfusa. Poi, riascoltando, comin-ciammo a fare una selezione dei brani da inserire nel cd definitivo.
Come spesso accade, alcune cose, forse anche le più belle (col senno di poi) per il sentimento del momento rimangono tagliate fuori. Un brano di questi fu lo scongiuro a Sant’Antoniu che poi inserii in Stella Maris ma con una versione completamente differente. Quindi questo arrangiamento rimase sepolto dentro la pila delle idee limbali, fino a oggi…

Carlo Muratori

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20 May 2006 - Comments Off - permalink

Storia e geografia del cuore

di Alessandro Bocchi

Per lavoro scrivo di storie che non sono terreno adatto alla fantasia, forse buono per la creatività, ma per la fantasia proprio no.
Ho voluto vedere come fosse scrivere per liberare, disordinatamente e con il gusto per una salutare superficialità, da dilettante che non conosce le regole di questo gioco.
Mi sono divertito: delle categorie umane la fantasia è l’unica che realizza compiutamente la libertà intellettuale perché non sopporta né piccoli semidei corrucciati e censori né i loro rumores severiorum.
Ciò che la alimenta un po’ autobiografico lo è sempre. Qualcuno o qualcosa che assomiglia a quel che vive in queste pagine esiste – o è esistito – davvero, anche se ricordare che tutto quel che è scritto qui è inventato e che luoghi, tempi e persone sono solo quelli della storia e della geografia del cuore è comunque doveroso. […]

Gli occhi di Remo – pdf

20 May 2006 - Comments Off - permalink

«La pace è dentro di noi…»

Un giorno mi è capitata sotto gli occhi una vignetta. Una testolina di donna seminascosta dietro la scrivania, un telefono in primo piano, due “battute”. «La pace è dentro di noi…» «ma abbiamo dimenticato la password». E fu “innamoramento” all’istante. Poi ne ho viste tante altre, altrettanto belle. Ma quella, per me, è rimasta la “parola di accesso”. E mi è capitato anche di dover scrivere qualcosa di intelligente, a proposito di queste vignette, e non ne sono mai stata capace. Per assolvermi, almeno parzialmente, dico che non mi andava – non mi va – di “sovrascrivere” qualcosa di già perfettamente “scritto”.

«Ora sesta» si propone di pubblicare immagini e testi che difficilmente (o per niente) si potrebbero trovare altrove. I disegni di Rosanna Pasero rappresentano l’esatto contrario: vengono pubblicati sul suo sito curato da Franco Bongiovanni e, dal Piemonte alla Sicilia, siti web di associazioni e giornali “virtuali” li riprendono spesso. Tante volte non viene nemmeno ringraziata, immagino, figuriamoci pagata… A qualcuno vengono inviati dal webmaster Franco per la pubblicazione: sono in dono gratuito. In parte sono stati raccolti da Rosanna in un libro (o meglio LibRò), edito da Fusta: Broderie (2004).

«Ora sesta» fa sempre parte, certo, di un mondo virtuale ma non partecipa alla corsa delle (e dietro le) notizie. Mettiamo in questo “archivio” alcuni disegni per meglio ricordare. È nella natura della satira sociale-politica l’essere legata all’attualità. Ma basta saper guardare in profondità – o in filigrana – gli avvenimenti, ed ecco le perle senza tempo di Rosanna Pasero.

Per la scelta dei disegni da includere in questo “raccoglitore” mi assumo la responsabilità e ringrazio Rosanna per aver offerto – di nuovo – in dono gratuito i frutti della sua … creatività. Stavo cercando un aggettivo per la “creatività”, la sua. In fondo, è superfluo.

T.M.

vedi ancora: Broderie. Appunti su Rosanna Pasero da parte di Gianvittorio Lazzarini

11 June 2005 - Comments Off - permalink

Dove sono?

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