Luisito Bianchi – Cascine

Chi va nella Val Padana, in zone caratterizzate ancora da una notevole presenza quantitativa di salariati aiutanti in cascina, non si meravigli se sente affibbiato, nelle diverse forme dialettali, a qualcuno che si comporta grossolanamente, l’epiteto di «cascinaro». Ciascuno ha il suo linguaggio e il suo modo di esprimersi quando emette un giudizio sul conto dell’altro; e nessuno ci vieta dì pensare che tali giudizi siano l’incosciente proiezione di ciò che noi non vorremmo mai essere.
Perché capita questo: che non si trova nessuna anima viva che non abbia mai abitato in cascina, fosse anche un mendicante che conduce avanti, con criteri del tutto personali, la tradizione del pellegrino, che vi voglia abitare stabilmente. La cosa può apparire strana con tanta penuria di alloggi, con tante scatolette di cemento e di forati che i neomaltusiani imprenditori edili, siano essi istituti pubblici o capomastri industrializzati, definiscono appartamenti, quando le cascine, con le loro abitazioni che potrebbero diventare piste da ballo, si svuotano. Ma ci sono tante cose strane dappertutto e nemmeno la Val Padana sa sottrarsi al fascino di concorrere, anch’essa, ad aggiungere al patrimonio comune la sua dose di stranezza.
Eppure, quando si percorre la linea Bologna – Milano, soprattutto appena passato il ponte sul Po, si possono vedere queste costruzioni macchiate di colore grigio e rosa o bianco o indefinibile, il verde dei prati e dei pioppi, quando sono verdi; e vien voglia di tirare il campanello d’allarme per fermarsi nei polmoni della terra e correre alla prima cascina per restarvici, mandando alla malora le scatolette di cemento e di forati e il puzzo dei tubi di scappamento e tante altre cose. Ma c’è il processo, c’è la multa e quel tanto di ragionevolezza che le scatolette di cemento e di forati ti hanno lasciato, ti impedisce di tirare il campanello d’allarme.
E poi rischieresti di bloccare l’attività di qualche onorevole o di qualche capomastro industrializzato che fa la spola fra Milano e Roma per sollecitare la produzione delle scatolette di cemento e di forati e sarebbero guai peggiori del processo e della multa. Cos’ ti accontenti di guardare malinconicamente fuori dal finestrino tutto quello spazio e cerchi di farne entrare il più possibile di centro per centellinarlo a piccole dosi quando si ritornerà nelle scatolette di cemento e di forati, in attesa di farne un’altra provvista.
Ma chi guarda fuori dal finestrino quando si sventra col treno la Val padana? è talmente noiosa, con tutto quell’orizzonte sempre uguale, che perfino i quotidiani e i rotocalchi di cui ognuno si provvede alla stazione di partenza per sfuggire alla noia prevista della Val Padana, diventano interessanti. E poiché si prevede che un orizzonte sempre uguale è noioso, nessuno guarda fuori dal finestrino.
Ma sono certo che se i capelloni dovessero viaggiare in freno, nei loro spostamenti, e guardassero fuori dal finestrino invece di restare sempre assorti, abbandonerebbero in massa i loro parcheggi abusivi per scegliere qualche cascina, come riferimento dei loro convegni. Poiché, lo ammetto, bisogna essere un po’ poeti, un po’ fuori della norma (ma chi fissa la norma?), per poter fare una scelta di questo tipo o anche solo prospettarla. Comunque per non divagare con considerazioni che ci porterebbero molto lontano dalla linea Bologna – Milano e per non sembrare della gente che ha il gusto di essere catalogata fuori della norma, riprendo il filo e mi domando perché nemmeno un mendicante vorrebbe avere fissa dimora in una cascina.
Diverse spiegazioni sono state presentale e tutte in riferimento a situazioni di disagio che la cascina, con la sua ubicazione, con la sua struttura edilizia, con le difficoltà di allacciamento alla vita del paese, produce. Non so fino a che punto la «politica» abbia giocato in queste spiegazioni; non sarebbe, probabilmente, tempo perduto fare una piccola analisi fino a che punto le situazioni vengano interpretate seguendo degli schemi prefabbricati oppure la politica venga proposta in base alle situazioni. Sia così o diversamente, non ho nulla contro (queste spiegazioni, fino a quando si poggiano su fatti reali; tuttavia mi sembrano nettamente insufficienti a spiegare il fenomeno se non altro perché gli inconvenienti delle scatolette di cemento e di forati, non sono minori.
Ci sarebbe da cercare altrove, in direzione più dell’uomo che della sua abitazione, con la preoccupazione di cogliere quelle motivazioni del comportamento umano che non appaiano immediatamente alla superficie ma sono anche le più esaurienti e le più vere. Ed in questa  direzione ci si incontra non tanto con una struttura edilizia quanto con una condizione di vita che è, sì, espressa soprattutto dalla cascina, ma affonda le sue radici nel fatto che chi vi abita è un salariato, uno che ha venduto, per un determinato tempo, non solo il suo lavoro, ma la sua vita stessa e quella di sua moglie e quella dei suoi figli. Si aggiunga il nomadismo che aggrava questa condizione alienante e ci si renderà maggiormente conto del perché in Val padana, quando si vuol parlare di un sottoprodotto umano, si parla di «cascinari».

Così introduce Luisito Bianchi il suo libro Salariati (1968) che nasce dalla sua tesi di laurea Problemi sociali e comportamento politico e religioso del salariato fisso della cascina della zona di Cremona, Università Cattolica S. Cuore di Milano, anno accademico 1962-63, relatore prof. Francesco Alberoni.
Inizia a documentarsi sul mondo della cascina – da lui conosciuto perché vissuto – verso la metà degli anni 50. Ed è allora che compra la prima macchina fotografica.
Le immagini scattate e scrupolosamente conservate (ora anche catalogate e digitalizzate) sono circa 300, in una sessantina di serie fotografiche. Naturalmente in bianco e nero, “colorate” soltanto dal tempo.

Bordolano →
Breda de’ Bugni (Castelverde) →
Ca’ d’Andrea →
Casalbuttano →
Casalsigone (Pozzaglio) →
Castelleone →
Cornaleto (Formigara) →
Derovere →
Levata (Grontardo) →
Gadesco Pieve Delmona →
Grumello Cremonese →
Pessina Cremonese →
Pieve S. Giacomo →
Pizzighettone →
Quistro (Persico Dosimo) →
S. Savino (Cremona) →
Sesto Cremonese →
Stagno Lombardo →
Tidolo (Sospiro) →
Vescovato →

© eredi Luisito Bianchi

Fondazione Dominato Leonense – “Fondo Luisito Bianchi”

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