Il maestro Borghi

19 April 2016 Comments Off

di Ennio Serventi


I giorni dell’insurrezione scorrevano portatori di avvenimenti e fatti che non si sarebbero mai più ripetuti, dei quali si parlò a lungo. Ci furono quelli alla “Caserma del Diavolo” e quello di piazza Marconi, al quale non assistetti direttamente grazie all’energico rifiuto della sarta del secondo piano, che mi tenne stretto un polso inchiodandomi fra il bar Flora e il negozio d’abbigliamento che fu del signor Farina. Più avanti nel tempo sull’insegna di quel negozio comparve la dicitura “ARBITER” e quelli come noi ebbero bisogno di qualcuno che spiegasse loro il significato di quel nome. Nelle vetrine, con nomi stranieri, vennero esposti abiti e scarpe che anche nella foggia si discostavano dalla nostra tradizionale: “sono di taglio inglese” commentava chi di quelle cose ne sapeva.

Ma in quel giorno d’aprile dal crocicchio la gente correva in direzione della piazza e la notizia dell’evento che sarebbe successo circolava più o meno vivacemente: “i masa Merlèen!, i masa Merlèen”! Proveniente da piazza Cavour girò un auto con sulla capote, lo credo ancora, mi parve vi fosse sistemata una barella. La gente continuava a correre verso piazza Marconi trasmettendosi la notizia: “i masa Merlèen!”. Poi la direzione del correre cambiò improvvisa, la gente dalla piazza si riversò in quell’incrocio di strade disperdendosi e parve scappare spaventata. Poi fu la volta dei racconti: la posizione non eretta del capo… la mitraglia che s’inceppa… l’identità del partigiano al grilletto.. i nomi dei fascisti giustiziati dai nostri alla “Caserma del Diavolo” sgranati da un’ automobile munita di altoparlante… l’esortazione finale che sentivo per la prima volta: “Niente fiori ma opere di bene”.

Non so dire quanto furono lunghi i giorni di quel 25 aprile, certamente durarono fin oltre il primo maggio e quello di quel giorno fu il primo comizio al quale assistetti.

I comizianti parlarono alla gente, assiepata nella piazza, stando in alto sull’arengario alla base del quale c’erano ancora allineate ed in bella mostra, le armi partigiane. Poi, chissà per volontà di chi, il primo maggio da festa dei lavoratori diventò festa del lavoro e la ricorrenza non venne più celebrata. Quelli come me rimasero senza la loro festa.

Riaprì il collegio e ricominciarono le scuole, noi ritrovammo la nostra aula al centro scolastico “Trento Trieste”, ma non il maestro Alessandro Borghi quello che con le braccia spalancate aveva impedito ai brigatisti neri di addentrarsi nell’aula all’oratorio di sant’Agata. Non rividi per i corridoi della scuola la maestra Marziano, mia insegnante l’anno precedente, conosciuta con il cognome del marito, uno dei fascisti fucilati alla “Caserma del diavolo”. La ricordo minuta e gentile, con i capelli, quasi biondi, raccolti in uno chignon contornato da una sottile treccia, severamente inflessibile con l’arrogante figlio Dante. Aveva per noi del collegio una attenzione particolare, ci difese dalle insolenze del figlio e lo redarguì aspramente davanti a tutta la classe imponendogli di chiederci scusa. Per alcuni giorni lo costrinse a mangiare la minestra della “refezione scolastica” che era stata l’oggetto della sua derisione nei nostri confronti.

Il nuovo maestro, quello che venne a sostituire il maestro Borghi, era basso di statura e aveva capelli neri e folti, abitava in piazza Fiume nelle case dei “ferrovieri”. Suo padre era stato uno di questi. Disse di essere conosciuto come “Nardo” ma che in realtà si chiamava “Comunardo”, nome con il quale, quando nacque, i suoi genitori vollero ricordare i comunardi della Parigi del 1871. I fascisti, per assonanza fonetica e, a loro dire, per ascendenza politica con i “comunisti di Stalin”, cancellarono quel nome anche dai registri dell’anagrafe e con un tratto di penna il maestro ed altri come lui, da “Comunardo” divennero “Nardo”. Il maestro Comunardo Chiari, chissà perché e come risulta da un documento autografo custodito nell’archivio dell’ANPI cremonese, continuò anche da socialista a farsi chiamare “Nardo”.

Il maestro ci parlò di partigiani dicendo di essere stato uno di loro, permise a noi quattro del collegio di cantare le canzoni partigiane ed erano quelle che Ezio ci aveva insegnato nel cortile dell’istituto. Noi cantammo quel canto che è espressamente ed unicamente indirizzato ai “figli dell’officina” ed ai “figlioli della terra”, una antica canzone di prima della guerra riscoperta in quei mesi di Liberazione, ed il fascino di quel canto mi riportava alle suggestioni dei canti anarchici che la sarta del secondo piano cantava quando ancora il cantarli era vietato. Io “a quei figli” mi sentivo istintivamente accomunato. La canzone ci diceva che la battaglia non era finita, parlava a noi di una imminente “ guerra proletaria”, che sarebbe stata “senza frontiera” alla fine della quale avremmo alzato al “vento bandiera rossa e nera” predisponendoci ad un compito per un futuro che era già cominciato. Cantammo anche “Fischia il Vento”. Qui la bandiera da sventolare era solo “rossa” come la da conquistare “rossa primavera / dove sorge il sol dell’avvenir”. Quando avemmo finito, il maestro obbiettò sui colori delle bandiere che a suo dire, e a parere di altri che la pensavano come lui, non dovevano essere colorate di solo rosso né di rosso-nero ma solamente “italiche”. Obbiettò anche sulla “rossa primavera” che nel canto doveva essere descritta “bella” e non “rossa” come l’avevamo cantata noi. Era già cominciata l’opera di demolizione di una delle tre componenti fondamentali della Resistenza. Tentò di spiegarci il perché: forse capimmo o forse no, ma per almeno tre di noi quattro ragazzi del collegio quella bandiera e quella primavera, dove sperammo sempre di vedere sorgere “il sol dell’avvenir”, continuarono negli anni ad essere “rosse”.

Alla nostra domanda del perché dell’assenza del maestro Borghi ci venne detto che era stato assegnato ad altro incarico, forse negli uffici del provveditorato agli studi. Altri dicevano che il maestro Alessandro Borghi era incorso in un provvedimento amministrativo che si chiamava “epurazione”. Qualunque fosse stato il motivo di quel provvisorio allontanamento dall’insegnamento per me il maestro Alessandro Borghi rimase sempre quello di quel giorno, quando protesse i bambini che gli erano stati affidati ed impedì ai fascisti in divisa di entrare nell’aula. Passarono più di settanta anni e un giorno, sfogliando vecchi giornali che rinverdivano quei sempre più lontani non dimenticati giorni, lessi che il maestro Alessandro Borghi, in una data che non ricordo, era stato nominato vice provveditore agli studi. Fui contento della notizia ed anche del fatto che il maestro Comunardo ci disse la verità.

Negli anni cinquanta del secolo scorso il vecchio maestro lo vedevo spesso alla canottieri Baldesio. Noi, quelli pomposamente chiamati “soci atleti”, nel tardo pomeriggio di ogni giorno, come si diceva in gergo, “scendevamo in acqua”, portando la barca sulle spalle per quel giro quotidiano che chiamavamo allenamento. Lui, il maestro, passeggiava sulla banchina che ancora sta fra il muro di recinzione dello chalet e l’acqua del fiume che adesso appare sprofondata. All’ormeggio, in bella fila interrotta al centro dal rettangolo dello zatterone di legno, stavano le barche da diporto dipinte di bianco, contornate nella parte alta della sponda da una riga di azzurro. Quasi fossero persone, tutte le barche avevano un nome: quelle con voga “alla veneta” si chiamavano come i fiumi e le altre, quelle con la voga a sedile fisso, ricordavano le città.

A quell’ora del pomeriggio la banchina del Po era frequentata da tanti che, finita la giornata di lavoro, venivano a prendere aria. Le molte ragazze presenti si diceva venissero prevalentemente per dare un’occhiata ai corpi abbronzati dei canottieri, che eretti ed a braccia tese verso l’alto reggevano le imbarcazioni da competizione. Queste, a segnale convenuto e con agile mossa, sarebbero poi state posate sull’acqua del fiume. Non più giovani, soci della società e vecchi atleti, commentavano la struttura atletica dei ragazzi delle barche, prefigurando quelli che, giudicandoli dal fisico, a loro dire, avrebbero avuto sicure vittorie. Lo ricordo bene quel gruppetto: Nicolay, Giuseppe Gerevini (Pépò Gerevèen), Prato, Santi il fornaio di corso Vittorio Emanale, tutta gente che si era cimentata nei “littoriali dello sport” e che adesso commentava, criticandoli, i metodi d’allenamento di Walter Tacchinardi, anche lui con ogni probabilità uno dei “littoriali”. Si confrontavano e si dibattevano con profonde argomentazioni due diverse scuole di pensiero: quella onnicomprensiva polidisciplinare riteneva che per un’armonica e completa preparazione del corpo allo sforzo del remo fosse necessario non solo l’ esercizio alla voga ma che indispensabile fossero gli esercizi ginnici, la corsa, il sollevamento dei pesi, il rafforzamento delle gambe e delle braccia con appropriati strumenti e tutto quanto potesse rafforzare muscolatura, agilità e capacità respiratoria. Al contrario quelli dell’altra scuola sostenevano che molti di quegli esercizi sottoponevano il corpo a movimenti contrari a quelli richiesti dalla voga e quindi inutili se non dannosi all’esercizio agonistico del canottaggio. Il loro strumento privilegiato ed unico d’allenamento era il “pontone”, una specie di rudimentale simulatore di vogata che aveva la pala del remo forata e il carrello scorrevole, con il quale l’aspirante canottiere come novello galeotto, era condannato a ripetere all’infinito i quattro o cinque movimenti indispensabili alla remata che, il più velocemente possibile e con forza, doveva essere passata in acqua. Aborrita era la corsa: “noi dobbiamo andare a gareggiare all’idroscalo e non sulle piste del Vigorelli” si diceva a sostegno dell’inutilità di quel correre.

A me la corsa piaceva e quando il fornaio Santi radunava i ragazzi per andare sull’argine a correre io andavo con loro. La corsa mi liberava la fantasia che vagava per conto suo al di là della velocità del passo, correvo o passeggiavo velocemente perché mi piaceva farlo, non per agonismo e senza la fregola della misurazione dei tempi. Fu così anche per molti anni successivi finché non comparvero gli acciacchi.

L’arginello delle nostre corse era quello basso, il primo a lato della strada alzaia che costeggiava il fiume, confine estremo della golena antica racchiusa fra questa e l’argine maestro; l’àarzennòon si diceva per distinguerlo da quelli più bassi che traversavano, a parziale difesa, quelle terre alluvionali. Quel basso argine lo percorrevamo veloci fino al suo incrociarsi con la via del Sale dove pareva sdoppiarsi. Il terrapieno andava dall’altra parte aggirando da sinistra il parco delle Colonie padane, imprigionandolo fra questo e la strada alzaia che seguiva lo scorrere del fiume. Noi su questa continuavamo la corsa fino al baracchino de Sandròon, una casotta un po’ cupa che esiste ancora sulla doppia curva prima della “riva dei bruti” e della baracca del “Mento”.

Di buon passo dal Mento non mancavo di andarci con lei alla prima nevicata. Nell’ultimo tratto, poco prima della piarda, la via alzaia era interrotta da quando la piena del fiume aveva travolto la passerella, non più ricostruita, che a monte della sua foce aveva unito le due sponde del Morbasco. Facevamo l’argine maestro, la traccia del sentiero dominava alta sopra la campagna dove la neve conservava i segni del passaggio degli animali selvatici. Le due lanche della cascina Boscone apparivano piccole nella loro reale dimensione con i contorni non ampliati dalla rigogliosa vegetazione dell’estate, la poca acqua senza divario visivo dalla neve dei campi si confondeva con questa in una inglobante piatta uniformità. Oggi le due lanche, quella bassa e quella alta, il breve condotto che, sottopassando un ponticello, le univa travasando l’acqua dell’una nell’altra non ci sono più, spariti sono il canale della bonifica ed il piccolo spazio sabbioso nel quale, adolescenti, andavamo a stendere i nostri corpi nudi al sole, dell’intrico palustre delle erbe e del bosco è rimasta qualche pianta a lato della ripida stradina che, discendendo dall’argine, brevemente conduce ai campi. Oggi nessuno identificherebbe questi posti con quelli di un tempo passato.

La stanza nella casotta del Mento era bassa, caldissima, fumosa per le tante sigarette e la stufa a legna, ricca degli odori di tabacco e vino rosso. Il verticale assito divisorio, la tenda messa a chiusura del vano per una porta che mancava, non impedivano il diffondersi del grasso odore della trippa in bollitura che vaporosamente trasbordava da una pentola posta sulla rovente piastra di ghisa della stufa, ed i diversi odori si fondevano con quello delle tante persone raccolte in piccolo spazio accomunando tutti. Entrando attiravamo l’attenzione e non mancava chi si dava da fare per farci posto sulla panca ed al comune tavolone, ripulendolo con un gesto ampio della mano dalle briciole e dalle traboccature dei bicchieri, in un improvviso silenzio e rumore di panche spostate. Lei li gratificava con un sorriso e il suo dire in vernacolo padano, contaminato dalla non persa cadenza meridionale, suscitava confidenziale benevola ilarità e divertiti galanti commenti: non chiamatemi signora, diceva loro, ma con il mio nome! Ci sedevamo in quello spazio per noi liberato da ospitali persone per lo più sconosciute, ed i gesti sembravano rinnovare il primitivo “mettersi attorno al fuoco” di genti passate. Mimì portava scodelle fumanti di trippa con fagioli insieme a misure di vino rosso ed il solo pregustare quel cibo povero rendeva tutti più allegri e vocianti. Il comune cestino di gaggìa, contenente il pane da spezzettare ed inzuppare nel brodo, passava di mano in mano svuotandosi, allora si alzava il ripetuto imperativo grido: Mimì… panee!! con la prolungata “e” finale a sottolineare l’urgenza da soddisfare. La trippa in brodo andava mangiata bollente e rigorosamente con il pane del quale non si poteva farne a meno; attorno a quel tavolone era opinione comune che fosse preferibile il pane senza trippa alla trippa senza pane!

Una piccolissima finestra quadrata guardava il fiume e, più lontane, le colline piacentine dove la terra era stata sudario di partigiani cremonesi.

Il “Mento” aveva una storia vera nel “maquins” e, successivamente, nel “franc-tireurs et partisan”, dalla Francia era tornato con la moglie Mimì e la “Légion d’honneur”, così raccontava lui ma questa ultima cosa, sempre presa con ilare diffidenza e pacche sulle spalle, non fu mai accertata.

Mimì era stata artista di varietà; adesso, fra una mescita ed una scodella di trippa portata ai tavoli, si metteva al pianoforte ad accompagnare il cantare corale e spontaneo dei suoi avventori. Forte e potente nelle innumerevoli tonalità di una improbabile scala musicale, tra voci false e profondi bassi, mimato da ampia gestualità e mutevoli smorfie delle facce tese ad esprimere ed interpretare plasticamente le diverse emozioni che il testo del canto infondeva nell’animo dei cantori, il lento ritornello “Vola colomba bianca, vola!” riempiva tutto il volume di quella stanza. Era questa una canzone risultata vincitrice in uno dei tanti “Festival” che in quegli anni si andavano inventando.

In quei pomeriggi non mancavano mai i due gemelli Toscani, fra gli ultimi, popolari suonatori di fisarmonica ormai in procinto di essere soppiantata nel gusto dei giovani dalla chitarra. In anni passati e solo per qualche mese fummo compagni alla Scuola Industriale “Ala Ponzone Cimino”.

Noi due tornavamo verso casa percorrendo la strada che attraversa il paese e la neve rifletteva già il rosso del sole che se ne andava. Poi la via Bosco fino al Ciavèegòon ed alla via del Giordano dove i fanali stradali erano accesi. Qui la città cominciava.

Il baracchino di Sàandròon, dove la nostra corsa di ragazzi invertiva il senso della marcia per tornare alla canottieri Baldesio, non era dissimile da quello del Mento, se non fosse stato per il piano di calpestio rialzato ed una certa cupezza, forse dovuta all’ombra che un boschetto gli proiettava contro. Per entrarvi bisognava salire i gradini di una corta sgangherata scala di legno.

Fra i ragazzi della corsa e tra i frequentatori della riva del fiume Sàandròon era famoso per la sua particolarità nel far cuocere le uova. Lo faceva non alla francese ma con la gùsa, in modo che il tuorlo non completamente sodo, ma molto più consistente di quello che si otteneva immergendo l’uovo completo di guscio per due minuti in acqua bollente, ne rendesse più facile la digestione. Aveva un passato cospirativo d’antifascismo. Ospitava e nascondeva nella sua baracca ed in vicinori luoghi sicuri quanti a lui si rivolgevano per sottrarsi alla leva militare della repubblica di Salò. Con la barca li traghettava sull’altra sponda del fiume indirizzandoli verso le colline partigiane.

Alessandro Panetti, Sàandròon per tutti quelli che frequentavano la riva, con il fratello abitava in via Vecchia: un budello anarchico e sovversivo di terrazzieri e fraudolenti pescatori a lato della via del Sale, oltre il ponte sul Morbasco, delimitato dal muro della fornace oggi scomparsa, dove anche gli insegnamenti di una libertaria ininterrotta memoria tramandata ispirava e ulteriormente motivava le rischiose azioni di quei giorni contro il potere ed il fascismo. In queste strade che s’incrociano dopo il ponte sul Morbasco, nella via Boscone che i più vecchi ancora chiamavano della Polveriera  e nelle cascine che nel nome ricordano il primo isolato emergere di quelle terre basse, i guardia-caccia, guardia-pesca ed agenti del dazio, propaggini estreme e vessatorie del regime, preferivano non farsi vedere. Alcuni di questi dopo il 25 aprile del 1945 cambiarono aria. Si rividero su gli argini e alle lanche più tardi, dopo l’amnistia del 1946 quando il vento del nord da poderoso parve ridursi a refolo.

Qui da queste parti, nella via Lungastretta fino alle antiche mura e poi più giù al limite dell’argine maestro, ancora era vivo il cordoglio per il “fiòol de còo bìiàanch” che in queste strade tutti avevano conosciuto, per l’operaio “socialista Marchi” ed il cagliaritano che al poligono militare di tiro fuori porta Po, alla “presenza della rappresentanza delle truppe del presidio schierate in quadrato” erano stati fucilati per essersi rifiutati di fare la guerra del 1915-18.

In quelle nostre corse giovanili non mancava mai Cornelio Bertazzoli, dal fisico massiccio ed inesauribile fiato. Non riuscii mai a passargli davanti nonostante i continui incitamenti di Santi: “dai, dai pasèel fòora! pasèel fòora!” mi urlava da dietro, ma ben presto si convinse che non ero fatto per competere ma solo per correre. Cornelio ci sapeva fare, sorridente sornione si aiutava anche con piccoli ingenui trucchi del mestiere. Si spostava leggermente e sempre dalla parte nella quale io tentavo di superarlo impedendomi il sorpasso. A volte appoggiava le mani ai fianchi ed allargava i gomiti ingombrando tutta la larghezza del sentiero costringendomi, nel tentativo di superarlo, a girargli al largo con l’aggravio di dover fare qualche passo in più nell’erba alta non calpestata. Allora io, senza remore o rimpianti, desistevo riguadagnandomi un libero e non conteso posto fra gli ultimi nella sempre più allungata fila. Cornelio, figlio d’arte, divenne un apprezzato pittore. Ci frequentammo anche quando il tempo delle corse sull’argine e delle gite in barca fu finito. Non frequentemente ci ritrovavamo nelle stesse sale da ballo ed erano l’Odeon e, esclusivamente d’estate perché qui la pista era all’aperto, la più elegante sede della Società del Tiro a Segno di via Persico. Non di rado incontravo Alvaro, sempre un po’ tenebroso, distinto in quel suo completo chiaro e camicia scura. Negli anni per politica bisticciammo anche aspramente. Accantonate ma non annullate le questioni del contendere, rimanemmo sempre amici.

Il maestro Alessandro Borghi non si univa al gruppetto dei “littoriali” che certamente conosceva. Passeggiava solo andando avanti ed indietro per quella banchina in fregio al fiume. Alto ed elegante in classica grisaglia anche d’estate. Mi sarebbe piaciuto fermarlo, presentarmi come ex scolaro, magari ricordandogli quel giorno che spinse fuori dall’aula della scuola i fascisti in divisa. Forse ne sarebbe stato contento. Quando lo vedevo passeggiare sempre dicevo a me stesso: domani lo fermo, domani gli parlo. Quel giorno fu sempre rimandato a quello successivo, finché non ci fu più il tempo.

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