«La vita, già e non ancora»

21 December 2011 1 commento

di Stefania Mola

Datemi s’istentu

La passione per il gioco della scrittura non ha impedito a Gianni Cossu di fare una cosa molto seria, con una voce narrante come di chi ritorna dopo un lungo esilio a raccogliere frammenti di già e non ancora, schegge in cui riconoscere la propria storia.

Con un titolo che ribatte con insistenza come la goccia che a lungo andare scava la pietra, perché non basta ricordare, e talvolta quella goccia chiede la sua parte, che le venga restituita la prospettiva di una possibilità. S’istentu è espediente e inganno, perdita e attesa, un nulla da chiedere e da cercare, che non arriva mai, mentre la vita scorre. Illusione e trappola, somministrata da bambini e inspiegata da grandi, eppure necessaria a intessere le trame di una galleria di personaggi indimenticabili alle prese con il moto perpetuo del mare, dei ricordi, del canto e degli sguardi, di esistenze immortali affidate a nomi, echi e vecchie fotografie – messaggi d’amore talora mai giunti a destinazione.

Il tempo: invocato ed evidentemente concesso, indispensabile perché il pane lieviti, la distanza diventi ritorno e gli oggetti/relitti diventino loquaci raccontando storie che ci riguardano. Un tempo fatto della misura delle cose su cui si posano lo sguardo e la memoria, e della loro “lentezza”, delle pause incastrate tra i nomi che diamo loro.

Il canto e il pane quotidiano raccontano a chi passa e si ferma tanto per vedere quel che resta della gioventù, del riso e del pianto, della speranza e del futuro. Raccontano di un oggi e di uno ieri che hanno bisogno l’uno dell’altro per riconciliarsi e riconoscersi. Perché, dato un nome alle cose, ci sia anche la speranza che al di là di esso accada qualcosa.

Con Quando ero piccolo riecheggiano le parole di Ghiannis Ritsos e s’istentu prende corpo e sostanza: l’aquilone si è rotto, ma il bambino ha trattenuto il filo. L’infanzia rimescola sensi e significati, confonde i nomi, smarrisce la direzione e la distanza tra noi e le cose.

Con un fraintendimento volontario capace di ricostruire un mondo su misura, dove metrica, fonemi, sensi e significati siano un’associazione a delinquere (come etimo comanda) capace di venir meno al dovere di cronaca – e di tralasciare – virando verso qualcosa che non ti aspetti.

A meno di non essere bambino, ovvero un essere in possesso di licenza di sognare, capace di leggere un volto in una macchia e un intero mondo di storie in una crepa, di ascoltare il respiro della terra poggiandoci sopra l’orecchio e di dare dimora alle proprie fantasie ospitato dai rami di un albero compiacente, strappandole ad un immaginario dal sentore arcaico e immutabile.

Un piccolo mondo antico di saperi occulti, stanze dello scirocco ed emozioni primarie dove si parla con le anime dei morti, si canta alle api per ottenere miele e si scaccia la mala sorte a comando, in cui il mare e il cielo hanno i colori delle emozioni più umane e l’ombra delle cose si vende a peso, un tanto al grammo.

Un paese – Sunis – che conosce il tempo dell’attesa facendo il pane. Dove il sole è luce bianca e il vento porta via le voci restituendo poesie. Dove i soprannomi non vengono mai dati a caso e dalle strade salgono malinconici canti d’amore – ingannevoli come sirene – che si perdono abbarbicandosi alle vecchie case.

Un mondo in cui il tempo accompagna – lentamente nell’attesa e vanamente nell’indugio – il “passo” degli uomini, concedendo una pausa, talora fingendo di tornare indietro e di restituire un nome alle cose.

Ma il bambino di allora sa che s’istentu è una trappola, forse non solo per i topi. L’ammus accabàu: s’istentu una parola che non puoi sostituire per decreto con qualcosa di più dolce per arrestarne la fuga, una parola così “grande” che mentre l’ascolti produce pensieri inattesi e inutili, “cose che accadono e si estinguono nello stesso istante”.

La vita, già e non ancora.

etichetta

§ 1 commento a «La vita, già e non ancora»

Dove sono?

Stai leggendo «La vita, già e non ancora».

meta