«La vita, già e non ancora»

di Stefania Mola

Datemi s’istentu

La passione per il gioco della scrittura non ha impedito a Gianni Cossu di fare una cosa molto seria, con una voce narrante come di chi ritorna dopo un lungo esilio a raccogliere frammenti di già e non ancora, schegge in cui riconoscere la propria storia.

Con un titolo che ribatte con insistenza come la goccia che a lungo andare scava la pietra, perché non basta ricordare, e talvolta quella goccia chiede la sua parte, che le venga restituita la prospettiva di una possibilità. S’istentu è espediente e inganno, perdita e attesa, un nulla da chiedere e da cercare, che non arriva mai, mentre la vita scorre. Illusione e trappola, somministrata da bambini e inspiegata da grandi, eppure necessaria a intessere le trame di una galleria di personaggi indimenticabili alle prese con il moto perpetuo del mare, dei ricordi, del canto e degli sguardi, di esistenze immortali affidate a nomi, echi e vecchie fotografie – messaggi d’amore talora mai giunti a destinazione.

Il tempo: invocato ed evidentemente concesso, indispensabile perché il pane lieviti, la distanza diventi ritorno e gli oggetti/relitti diventino loquaci raccontando storie che ci riguardano. Un tempo fatto della misura delle cose su cui si posano lo sguardo e la memoria, e della loro “lentezza”, delle pause incastrate tra i nomi che diamo loro.

Il canto e il pane quotidiano raccontano a chi passa e si ferma tanto per vedere quel che resta della gioventù, del riso e del pianto, della speranza e del futuro. Raccontano di un oggi e di uno ieri che hanno bisogno l’uno dell’altro per riconciliarsi e riconoscersi. Perché, dato un nome alle cose, ci sia anche la speranza che al di là di esso accada qualcosa.

Con Quando ero piccolo riecheggiano le parole di Ghiannis Ritsos e s’istentu prende corpo e sostanza: l’aquilone si è rotto, ma il bambino ha trattenuto il filo. L’infanzia rimescola sensi e significati, confonde i nomi, smarrisce la direzione e la distanza tra noi e le cose.

Con un fraintendimento volontario capace di ricostruire un mondo su misura, dove metrica, fonemi, sensi e significati siano un’associazione a delinquere (come etimo comanda) capace di venir meno al dovere di cronaca – e di tralasciare – virando verso qualcosa che non ti aspetti.

A meno di non essere bambino, ovvero un essere in possesso di licenza di sognare, capace di leggere un volto in una macchia e un intero mondo di storie in una crepa, di ascoltare il respiro della terra poggiandoci sopra l’orecchio e di dare dimora alle proprie fantasie ospitato dai rami di un albero compiacente, strappandole ad un immaginario dal sentore arcaico e immutabile.

Un piccolo mondo antico di saperi occulti, stanze dello scirocco ed emozioni primarie dove si parla con le anime dei morti, si canta alle api per ottenere miele e si scaccia la mala sorte a comando, in cui il mare e il cielo hanno i colori delle emozioni più umane e l’ombra delle cose si vende a peso, un tanto al grammo.

Un paese – Sunis – che conosce il tempo dell’attesa facendo il pane. Dove il sole è luce bianca e il vento porta via le voci restituendo poesie. Dove i soprannomi non vengono mai dati a caso e dalle strade salgono malinconici canti d’amore – ingannevoli come sirene – che si perdono abbarbicandosi alle vecchie case.

Un mondo in cui il tempo accompagna – lentamente nell’attesa e vanamente nell’indugio – il “passo” degli uomini, concedendo una pausa, talora fingendo di tornare indietro e di restituire un nome alle cose.

Ma il bambino di allora sa che s’istentu è una trappola, forse non solo per i topi. L’ammus accabàu: s’istentu una parola che non puoi sostituire per decreto con qualcosa di più dolce per arrestarne la fuga, una parola così “grande” che mentre l’ascolti produce pensieri inattesi e inutili, “cose che accadono e si estinguono nello stesso istante”.

La vita, già e non ancora.

21 December 2011 - 1 commento - permalink

Luigi Ghisleri su Ora Sesta

Luigi Ghisleri viveva a Persichello (comune di Persico Dosimo, Cremona). È stato tra i fondatori dell’Archivio del Movimento Operaio e Contadino di Persico Dosimo. Ha pubblicato numerosi libri fotografici, tra i quali: Cremona tra città e campagna (1987), Cascine (1991), La fabbrica contadina (1994), Ritratti nel paesaggio: i lavoratori nei campi, le macchine, la strada, le case (2001), Undici famiglie indiane nella campagna cremonese (2003).

È tutta qui la scarna biografia che Luigi Ghisleri ha “concesso” per la pagina con la quale iniziavamo la pubblicazione delle sue fotografie su oraSesta. Oggi che la porto in questa nuova casa, mi tocca volgere i verbi al passato.

Luigi Ghisleri, ammettendo di non capire niente di questa nuova tecnologia, ne aveva nello stesso tempo grande rispetto, in particolar modo per la sua potenzialità di diffusione. Quando abbiamo terminato la prerarazione delle sue “mostre virtuali” su cd, ha voluto che le pagine web rispettassero quella “‘impaginazione” e ha seguito e meticolosamente curato anche questa versione.

Per questo motivo, mentre l’intero contenuto del “vecchio” sito scritto su pagine htm trasloca nel database di nuova generazione, le pagine di Luigi resteranno così come lui le aveva approvate. Compresa la documentazione di Santa Maria di Caruberto che aspettava la sua supervisione prima di essere messa in rete. Lui morì in quei giorni; ho portato a compimento il lavovo con l’aiuto competente di Gianpietro Torresani, curatore già a suo tempo di note storiche che accompagnavano le immagini.

Le trasformazioni del paesaggio agrario cremonese

Il paesaggio della cascina

Il nuovo paesaggio

Una famiglia contadina racconta

Santa Maria di Caruberto

19 December 2011 - 0 commenti - permalink

Eccoci

Grazie all’amica Barbara, posso finalmente iniziare a portare attorno a questo nuovo incrocio di strade i contributi degli amici. La grafica? con calma…

p.s. Inserirò le pagine del “vecchio sito” e del “vecchio blog” splinder con la loro originale data di creazione.

 

18 December 2011 - 3 commenti - permalink

Dove sono?

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