Sirene mute

30 November 2009 Comments Off

di zaritmac

 

Luglio

“Sarà un settembre nero, vedrai.” Lo disse con il capo un poco chino e la sigaretta immaginaria nell’angolo delle labbra, una piega di dolore come uno sfregio verticale lungo la guancia pallida.Le ricordava quelle montagne scavate, ferite fino al ventre e bianche, più bianche, senza purezza, spolverate di morte.“Parli di noi?”, pensò lei, poi si morse le labbra del pensiero e si vergognò arrossendo fin sotto le sottane dell’anima. Sperò che lui non l’avesse sentita pensare ancora una volta solo a lei, a loro, stupida. Mentre il mondo emanava un sottile lamento, come lo scricchiolio sul ponte di una nave in viaggio senza biglietto di ritorno.

“Chiuderanno molte fabbriche, vedrai. E continueranno a cantare, a partire, come se niente fosse, come se niente stesse accadendo, niente…Poi sarà tardi, sai. Poi sarà tardi, vedrai…”. Scuoteva la testa con un gesto disperato e così lento che lei dovette aggrapparsi alla sua spalla per non vacillare, nel mal di mare, nel soffio crescente di vuoto che le gonfiava il petto.

Sul cranio calvo dell’orizzonte piovevano a picco un paio di gabbiani e le si strinse il cuore mentre salpavano per un’isola senza nome ancorata tra l’indice e il pollice delle loro mani intrecciate.

Settembre

Un filo d’erba tra le labbra, come una sigaretta spenta. È l’ultimo ricordo che ha di lui, prima che le volti le spalle, a gambe larghe in equilibrio instabile sul tronco scavato apposta per prendere il mare e dal mare non tornare; dentro il mare, dentro il male perdersi, impennarsi e affondare. Lo sa, lui lo sa. E lei lo sa. Le volge le spalle fingendo di cercare con gli occhi sirene distanti, sirene che ingannino ancora. Ma lo sa, lui lo sa che le note son spente e non c’è spiaggia che attenda oltre l’orizzonte nella pece del cielo di un settembre nero. Non può resistere, e lei lo sa. Come un ragazzo ribelle che s’arrende, un sognatore scuoiato che ha gettato alla luna lo scalpo e se ne va prima che il mondo emetta l’ultimo lamento. E lei lo sa, e lo sapeva già, come una ragazza che arrossisce al ballo e si finge troppo all’avanguardia per credere ancora ad una fiaba.. Così, ora, sta seduta con i piedi contro le onde, le mani tra i sassi, e pensa sorridendo in lacrime che l’amore è un affare per ragazzi. Lo pensa con una tenerezza che fa male, mentre chiude l’ultima fabbrica.Mentre chiude l’ultima fabbrica.Mentre chiude l’ultima fabbrica e le donne portano in braccio i figli come fagotti da arrostire a cena sotto i raggi della luna piena.

Sperando che un dio qualsiasi accolga, col fumo, la preghiera. E la bestemmia, e lo sputo della rosicata speranza, nocciolo secco, grumo di saliva, sterco di angelo seduto al margine del cielo caduto. Tra le ali si ripiega un biglietto scaduto per un paradiso in cassa integrazione col bordo slabbrato dove qualcuno l’ha staccato e sparso nel vento in un inverno mite, di palese inganno. Sotto il camice bianco escoriazioni da futuro.

E lei non guarda, mentre chiude l’ultima fabbrica, ma si passa sulla lingua la lima della canzone lieve imparata a maggio “raccogli, accogli e spogliati – imita i rami / segui la coda e annodala – imita i cani”.

Dov’è oggi, dov’è oggi il tuo coraggio? Dove il sibilo delle sirene che incatena al giogo e dichiara aperto o chiuso il gioco? Dove il mucchietto di sogni serbato nell’incavo dei seni, la carezza memore delle reni spezzate sotto il peso dei tramonti affaticati? Dove il sacchetto di semi suonato come maracas per farsi compagnia lungo i turni di notte più lunghi? Le fioriture premature e le nocche secche, i palmi prosciugati e le palme malate di un morbo che somiglia al viso deturpato della folla coi figli al collo e le tasche vuote?

Mentre chiude l’ultima fabbrica, lei siede sui sassi con le orecchie chiuse all’immagine abbagliante delle voci acide, dei pianti dirotti e delle proteste deragliate in urlo roco. I treni merci passati vuoti coi vagoni accesi a festa.

Le file di uomini con le braccia tagliate battono i piedi e l’eco delle loro donne porta il tempo perduto sull’orlo dei bracieri freddi. Chi ha mangiato speranze a pranzo vomita rabbia a cena, e la nausea s’arrende contro lo schermo delle schiene dei padroni in fuga, in lacrime. Non c’è più lotta, non c’è più guerra. Dio non c’è e non c’era prima. Nulla è cambiato se non il timbro del silenzio afono dei ferri che battono, delle catene stridenti che montano per ore come stalloni indifferenti. E non c’è filo che s’azzardi a infilare la cruna per cucire a quest’alba una proposta di futuro.

Scalcia nel vento una sventagliata di grida, ma l’eco si perde nel buco profondo della gola muta di una sirena spenta dentro un settembre nero.

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