La città brutta e assassina

11 October 2009 Comments Off

di manginobrioches

La città brutta ora ha pure preteso vittime: lo sapevamo già che cresce ogni giorno, che vuole moltissimo spazio, che si mangia la terra il mare l’aria. Ora si mangia pure le persone.
La città brutta s’era accomodata a Giampilieri, dove già il nome chiama i padroni: Giovanni Pilifero era un vecchio proprietario di vigne, frutteti, campi e quella macchia folta ed estrema che qui cercano di scacciare a forza d’incendi, ogni estate. La collina stremata e domata era diventata bruna, asciutta, cattiva. Le strappavano gli alberi, uno a uno. La disossavano per allargare le case, case miserrime di ballatoi, doppivetri e alluminio anodizzato che s’affacciava sul letto asciutto, tutto ossa, del torrente.
Il torrente non c’era più: l’avevano fatto fuggire sottoterra, dove ruggiva di rabbia tra gli argini di cemento.
Ma tutta la città poggia, trasversale, sui torrenti ingabbiati, cancellati, negati. Al loro posto ci sono strade, fiumi di palazzine, argini di gres porcellanato adornati di parabole, schermati da avvolgibili, salutati dall’alto dalle gru fameliche che scrivono cose nel cielo.
Tutta la città poggia, trasversale, su passaparola, aiutini, condoni. Su occhi chiusi, sanatorie, aggiustamenti.
La città di carta bollata traccia una mappa alla quale la città di cemento si adegua, strada per strada, versante per versante. E sono brutte e cieche tutte e due.
La città strozza le vie di fuga, distorce il cammino naturale delle acque, le fa ristagnare nei colatoi segreti sotto l’asfalto. La città rimbocca le aiuole col cemento, sbarra il passo alle radici e taglia le chiome con le cesoie. La città scava i suoi colli coi cucchiai delle ruspe, per piazzare i cubi di calcestruzzo, le vernici epossidiche, il catrame.
La città è rivolta verso il mare perché non può farne a meno, ma non impara mai niente, dal mare. Il suo sogno malato è piastrellarlo tutto, fino all’altra sponda misteriosa, che oggi è blu domani è color drago dopodomani sparisce nella nebbia salata, poi ritorna e si siede sui davanzali. La città brutta aspetta il Ponte per vedere cemento anche quando guarda in alto, per vivere dentro la sua ombra e appoggiare tiranti alle sue zampe enormi. Agganciare terrazze, sopraelevazioni, nuove cubature.
La città brutta vuole sacrifici umani ogni giorno, con le sue vertebre anodizzate e bianche dentro il letto dei torrenti, sul bagnasciuga, in mezzo ai vapori dello Stretto. Scaccia arbusti, gatti, idee. Demolisce pensiline e magnolie. Mangia bellezza e bouganville. Mangia persone.
Quando cadde tutta, cento e un anno fa, fece lo stesso rumore di pietra spezzata, produsse lo stesso fango, fece venire alla luce i privilegi miserabili su cui poggiavano gli incerti pilastri. La città aveva spalle di pietra ma piedi d’argilla. Malte corrotte, mattoni asciutti, per risparmiare. Travi appese nel vuoto, pietre lisce raccolte dai torrenti. Facciate imponenti appena appoggiate ai tramezzi di fiammifero e stucco. Sindaci corrotti, opposizioni asciutte. Progetti appesi nel vuoto. Facce lisce.
Non imparò niente, la città, o poco.
Oggi ha ricostruito la sua trama d’ingiustizia, ma più brutta ancora. Con la menzogna del cemento armato, del ferro che spunta dai pilastri e s’infila dentro i letti asciutti dei torrenti.
E lo rifarà, lo rifarà.
Oggi ci sono stati i funerali di Stato. Quale Stato, poi. Uno stato in luogo perenne. Un Quarto Stato da cui nessuno esce, se non per diventare vittima della “natura matrigna”. Uno stato di catatonia. Uno stato delle cose immutabile: la terra, la città che covano i loro periodici cataclismi, con la complicità assassina di vicerè, palazzinari, predoni.

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