Voci del verbo patire

2 May 2009 Comments Off

«Pensate – lo dico a chi è stato in politica, chi è stato militante – cosa è stato per noi la relazione con il mondo? Come entrava, non come una cornice esteriore ma come il punto cruciale della passione. E per noi la passione in quei casi era proprio sostantivo del verbo patire.
Quanta sofferenza abbiamo patito per tutte le tragedie dei popoli del mondo…
Vi ricordate il giornale Vie Nuove che pubblicava a fumetti la guerra del Vietnam? Quando avevo 10 anni, cercavo di vedere sulle mappe, sulle cartine geografiche dov’era il Vietnam, dov’era quella città, Dien Bien Phu dove il generale Giap aveva precedentemente sconfitto i francesi.
Ma quelle vicende erano carne e sangue della costituzione della militanza politica. … C’erano scioperi spontanei quando c’era una strage fascista in America latina, c’era un colpo di stato.
Il mondo era l’unità di misura delle nostre azioni, dei nostri pensieri. Poi, ad un certo punto, nel mondo della globalizzazione, si è determinato una specie di stacco emotivo, un cortocircuito. L’internazionalismo si è sbrindellato. Ma non dico l’internazionalismo come un’adesione ideologica ad un luogo generale del pianeta, ma dico le conoscenze di quello che accadeva nel mondo.»

Questo diceva Nichi Vendola all’incontro del 19 aprile, a Cremona.

E parlò anche di quell’operaio che alle riunioni in Camera del Lavoro della Torino prefascista domandava ad Antonio Gramsci: “Che succede in Giappone?” Perché «per l’esito della sua lotta a Torino considerava necessario sapere “cosa succede in Giappone”».

 
Sono anni che trascrivo – e quando posso accompagno ad una pubblicazione – le memorie di Franco Dolci, dirigente per mezzo secolo del fu Partito comunista italiano, dirigente del movimento cooperativo, ex presidente dell’Amministrazione provinciale. Trascrivendo dai sui quaderni manoscritti la storia del Movimento Partigiani della Pace ho davanti a me l’esatta misura di quella passione di cui parla Vendola.
Scriveva Dolci le note sul suo impegno alla testa di questo movimento – ovvero dei Comitati per la pace – tempo fa ma con il mondo dei due blocchi già stravolto; scriveva con l’onestà intellettuale che gli viene universalmente riconosciuto. Nessun “opportunismo storico”, caso mai qualche considerazione a margine su come la storia gli avesse dato a tratti ragione, a tratti torto.
T.M.

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