Brina che cade dai rami

9 December 2008 Comments Off

Luisito Bianchi
                                      Come faville di brina i miei versi
                                      sull’albero invernale che un frullìo
                                      basta di passero a farne glissanti
                                      note in caduta:
                                                            poi chiazze rimangono
                                      di parole sul bianco foglio in cifre
                                      d’enigmi o gocce di nebbia a marcire
                                      l’ultime foglie fedeli all’estate.

 18 dicembre 1993

 

 

Da bambino, guardando dalla finestra della cucina l’aia deserta per il freddo, con un grande desiderio di neve in agguato sulle ciglia, mi capitava di gridare rivolto al nonno accanto al camino: Nevica, nonno, nevica; ed era invece solo un soffio di galaverna emesso da un passero che si posava sui fili della luce attraversanti l’aia, tutti impiumati di soffice biancore. La galaverna non faceva nemmeno a tempo a posarsi sul cemento dell’aia che era già sciolta, lasciandovi solo qualche macchiolina d’umidità. Ma la delusione, attutita dal riso buono del nonno, non intaccava la gioia di sentire prossima, con quell’annunciazione d’un attimo, la neve. Chissà se i miei versi avranno la stessa sorte della galaverna che vedo ancora cadere dagli alberi davanti alla mia finestra d’oggi, nella sua stagione, ma come attraverso la mia infanzia felice! Sia come sia, all’origine d’ogni mio verso c’è almeno un movimento di gioia, dicessi anche parole di fatica, per la sfida che lancio a me stesso di riuscire a costringere in poche sillabe, ostiche e iniziatiche, immagino, ampie distese di parole, come il pulviscolo di galaverna d’allora conteneva la visione d’un aia di cemento innevata.
Luisito Bianchi, Sulla decima sillaba l’accento, Viboldone, 1995

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