Povero Cristo

30 giugno 1969

 

Passo tutta la notte interrogandomi sul senso di questa Chiesa. Se sono certo in coscienza che è un grave ostacolo all’evangelizzazione, che debbo fare? Siamo nella stessa situazione in cui scoppiò la Riforma.
I fermenti di rinnovamento sono costantemente bloccati dal centrali­smo monarchico di Roma e si esauriscono nella sterile protesta o nell’abbandono da parte di molti di ogni speranza che si arrivi a qualche cosa. Altri, nel clero, si gettano sullo studio e sfornano opere su opere, traduzioni su traduzioni che rivelano l’insostenibile posizione di que­sta Chiesa di fronte all’Evangelo e producono un fosso ulteriormente profondo fra un piccolissimo gruppo che può accostarsi a queste opere (fra il clero) e la maggioranza che non ha tempo né voglia né altre pos­sibilità di leggerle; mentre la separazione tragica con la massa prende sempre di più la sua reale fisionomia, proprio a causa di queste opere. Che debbo fare? Qual è l’esigenza di fedeltà a Cristo se lo vedo tradito da questa Chiesa? Al termine del turno di lavoro dico a bruciapelo a Castellani: la gente che pensa del Cristo? Lui capisce che la domanda riguardi esclusivamente il suo pensiero: siamo noi, Cristo siamo noi, poveri cristi. Sì, lui avrà fatto qualche cosina in più ma la differenza con noi è molto poca. Insisto: ma la gente, quella che tu conosci, il comune della gente, che ne pensa di Cristo? Non ne sa niente, mi risponde. Né se ne cura di sapere. Ma quale è la ragione? Incalzo. Adesso mi chiedi troppo. Dovrei chiederlo a me stesso e nemmeno io so rispondere per quello che mi riguarda.

 

(Luisito Bianchi: I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi 2008, pp. 483-484)

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Il cielo di Mosca

Graziano Spinosi

22 giugno 2008

Il cielo di Mosca, in questo periodo, si alza e si abbassa repentinamente, cambiando così lo scenario di un luogo che non promette e non regala niente a nessuno. L’aria sa di zolfo e di polvere da sparo: è una città rovente ma ad ogni angolo puoi incontrare qualcosa di meraviglioso. Ho cercato con imprudenza, per strada e nei grandi cortili, gli indizi dei personaggi della letteratura russa. Rari, gatti a parte, per fortuna ancora gli stessi.

23 June 2008 - Comments Off - permalink

Cantari

 

Dopo aver ascoltato per la prima volta il nuovo disco di Carlo Muratori La padrona del giardino, mi ha colto una sensazione pericolosamente somigliante alla delusione. Ma come?! Una come me… anzi, proprio io, “meglio conosciuta” come piccola acritica fan del Maestro, la quale – caso mai e, nel caso, magari per pura invidia – deve salire supra na petra per poter morsicargli la caviglia, io delusa del tanto atteso lavoro “cantautorale” di Muratori? Oibò.

 

Di Carlo Muratori ho scritto qualche volta, a proposito della sua rassegna “Lithos”, per esempio. Carlo Muratori è colui che ha accettato di venire a cantare per un (il primo e l’unico…) “incontro sull’aia” di OraSesta, gratuitamente; è colui che per il primo “compleanno” ha regalato al sito una sua registrazione inedita. Penso di aver letto di lui e su di lui tutto il leggibile; il suo primo vinile – del 1980 - sono andata a comprarlo da un collezionista, col treno fin dopo Brescia, un giorno d’aprile che poi ha nevicato…
È che amando ci si convince di conoscere a fondo, non sfuggendo all’errore di costruire idoli che agiscono seguendo trame tessute sì amorevolmente ma “di sbieco”, da noi. Dei nostri idoli immaginiamo i passi e loro talvolta “deludono”, cioè (di)mostrano (di essere) se stessi.
Perché basta togliere l’audio del “miodisco” di Muratori, con le tracce color sabbia di Lune o color delle pietre arse di Diserti (dei Nakaira), basta uscire da quel cerchio di malìa talvolta struggente che Muratori aveva disegnato sulla faccia della sua terra immaginata o vista, basta ri/posizionare nel lettore il suo album per rendersi conto che La padrona del giardino è bello. Tanto bello.
Costruito, dalle grandi arcate dell’insieme del disco fin dentro nei minimi particolari degli arrangiamenti, come se avesse avuto (avendo avuto?) addosso lo sguardo critico di suo padre fine intagliatore del legno. Scritto con il senso di responsabilità per le tracce che lasciano le parole dette; parole dette nella lingua madre naturale del pensiero, che creano un testo dove l’italiano o il siciliano (o qualche idioma scelto per sonorità) sono abito da lavoro o abito da festa ma non costume o foglia di fico.
Non ho le competenze nemmeno per abbozzare una “recensione” di questo disco. Forse avrei potuto fare la “piccola fan” che compita con diligenza… Ma è successo che sono andata a sentire la conferenza (“Canti da ballo, canti d’amore”) e il concerto serale organizzati al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, la sera del 21 giugno, giornata della musica, notte d’incanti.
Ed è calato il silenzio su quel chiostro e Carlo Muratori era musica, lui tutto quanto, un tutt’insieme con la sua chitarra che pare, nelle sue mani da maestro-falegname, quello che la poesia della mia lingua chiama legno sacro, divinatorio, creatore di ritmo di suono e di poesia-in-canto. C’era Muratori “l’imbonitore”, cantore di tempi tanto antichi da essere l’universale più attuale, tanto siciliano da essere greco e spagnolo e anche polacco dell’ “amore che beve” della Siracusa invisibile nella globalizzazione della sofferenza, il canta-storie dall’imperativo – talvolta persino morale e, in un senso molto alto, politico – di «cantari».
C’era Carlo Muratori che, prometto, non definirò mai più nemmeno tra le virgolette della citazione di parole d’altri “patriarca del folk”; c’era Muratori che sottolinea “l’importanza politica del plurale” iscritto nel suo cognome, quello che costruisce case per le parole antiche, le incide nelle pietre che vibrano insieme alla sua voce settima – settima! – corda della sua chitarra.
C’era Muratori costruttore di un’integrità umana e artistica al quale il mercato discografico forse non porterà mai il riconoscimento adeguato ma lui, tutt’uno con la sua chitarra e con la terra e il sole e la luna, calerà la sua voce nel silenzio d’attesa di sere magiche che sanno il passato e sanno l’oggi e sanno l’amore, imperativo tanto antico quanto universale.

 

Suta li to finestri – canto di tradizione orale nell’elaborazione di Carlo Muratori

(registrato con una macchinetta fotografica digitale; per la qualità della “ripresa” chiedo scusa innanzitutto al Maestro)

Rai International – Notturno Italiano

23 June 2008 - Comments Off - permalink

dietro ci siamo noi

«Dietro ci sono i nostri nomi larghi, con le vocali, le timide vocali incastrate nel mezzo dei suoni secchi e onesti. Ci sono i capelli, dietro, e le ciglia, e le braccia, le piccole dita dei piedi e tutte le tazzine sporche di caffè coi fondi che vorrebbero parlare di un futuro incerto. Dietro c’è il cielo, che è un grande mentitore, ci sono le notti coi pulsanti sogni, e i tradimenti, e il nostro sangue, diramazioni capillari, e un fiume che trova la via del mare, la trova sempre. Le bugie e le verità, ci sono dietro, a ciascuno le sue, unite in un coro muto come se tutto il mondo fosse diventato sordo.»

 

Perché questa mia grande passione (passione? ma sì, lasciamo ‘passione’) per la scrittura di Piera? È che io tutt’oggi – anche dopo [la bella figlia dell’amor] “sospinta” verso l’isola dei Feaci – non trovo le parole per dirlo. Ci provo, scrivo e riscrivo, ma tutte le volte sovrascrivo con la penna dal tratto grossolano un’immagine di “diramazioni capillari”. O trasformo in un blocco di ghiaccio quel flutto di parole che, impetuoso, riesce ad insinuarsi anche negli incavi minuscoli e nascosti dell’apparentemente inattaccabile roccia del “noi”, per ritirarsi poi, placido, lasciando l’anima nuda e bagnata di vitalità ad asciugarsi al sole… Ma questo è, appunto, sovrascrivere, lasciamo perdere.
Dietro… dietro la sua scrittura c’è una “lei” che comprende te e me, c’è uno sguardo comprensivo di fastidiosi folli con l’aquilone che non si alza in volo, di esasperate vittime della propria in-abilità, di quelle dell’ultimo gesto furtivo a colmare il vuoto di culle di figli mai avuti. Di quelli che vorrebbero «entrare negli interstizi e trovarci un dio qualsiasi».
Sopra quel flusso argenteo, da lontano scorgi il viso di “lei” – sempre “lei”, luccichii di “io io io” – e ti chini e dentro la stregata sfera, liquefatta ad acqua cristallina, trovi “noi”, «i nostri nomi larghi. E le voci che li dicono», e «…tutte le cose che, e quelle altre, quelle altre, ancora».
T. M.

15 June 2008 - Comments Off - permalink

Il Mago

«Nel catalogo, incompleto o sovrabbondante che sia, dei peccati, ce n’è uno che, dal medioevo, s’è fissato col nome di simonia. Come capita con qualche altro peccato – sodomia, onanismo – questo trae il suo nome comu­ne da un nome proprio che appare nelle divine Scritture; ma, unico, ha la particolarità di significare una colpa che il trasmet­titore del nome non ha commesso e, anche nel caso che l’avesse consumata, di racchiudere aspetti che nulla hanno a che vedere col nome proprio: nel nostro caso quello di Simon Mago. Poiché è a costui che si fa continuamente rimando col nome co­mune di simonia. Un’ingiustizia patente verso questo personag­gio che appare al capitolo VIII degli Atti degli Apostoli. […]
La divina Scrittura a Simon Mago fece intravedere pace al termine della sua spericolata avventura, ma la fantasia di apocrifi libri arri­vò a metterlo in perpetuo contrasto con l’altro Simone, Simon Pietro, che, in certi suoi successori, più giustamente avrebbe dovuto da­re nome al peccato di simonia, poiché col vendere che si consuma il delitto di barattare il Dono gratuito di Dio contro potere e denaro del principe di questo mondo. E fa baratto chi ha ricevuto gratuitamente il Dono e lo vende, non chi fa richie­sta di comperarlo.
Non importa che il baratto vada sotto altri nomi. Anche il solo pensiero di ricevere il sostentamento a compenso dell’evangelica predicazione faceva inorridire san Paolo. La gratuità dell’Annuncio, raggiunta col lavoro delle proprie mani, era per lui un onore più prezioso della sua stessa vita.
Perché non cercare un’altra leggenda che rappacifichi i due Simoni in una lotta comune contro quel peccato che non dovrebbe più chiamarsi “simonia”, ma infedeltà: infedeltà alla Tradizione di gratuità inaugurata da Simon Pietro dietro provocazione di Simon Mago?
Una nuova leggenda: la nuova leggenda di Simon Mago e del suo aiuto di resistenza alla tentazione del baratto.»
Questa leggenda esiste: è il «Simon Mago» di Luisito Bianchi. Una “azione sacra” in versi, per dire di quella infedeltà alla consegna di Cristo: «gratuitamente avete avuto, gratuitamente date».
Quel centinaio di pagine di dialoghi – lunghi monologhi – in versi non si presta facilmente ad una vita “teatrale”, ne è impegnativa anche la lettura.
Fabio Turchetti, con ammirevole tenacia, ha voluto tentare “l’inimmaginabile”. Ha creato un testo musicale dialogante con i versi (e le pagine introduttive utilizzate come testo “a sostituzione” delle parti necessariamente tagliate). Ha voluto mantenere anche l’idea della danza – allegorica presenza tentatrice – della simonia. Ha coinvolto (in tutti i sensi) un attore, Beppe Arena. Infine, questa “lettura scenica” ha trovato spazio nella cornice di Cremonapoesia 2008.

 Fabio Turchetti – Beppe Arena – Valeria Bonaldi - Cremona, 8 giugno 2008

 *

«Se mia vita è prezzo
di non venale acquisto,
accettala quale pallido
raggio rarefatto
della tua luce gratuita
dolce figlio di Maria
e fammi degno
di sedere a mensa
dei santi martiri
di questa terra
che ha nome
Resistenza.»

 

8 June 2008 - Comments Off - permalink

Dove sono?

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